Recitare nella vita, essere se stessi a teatro

Non posso affermare di essere un attore, anche se mi è capitato di salire sul palcoscenico. Non posso dire di essere un drammaturgo, anche se mi è capitato di scrivere drammi e sceneggiature e non posso nemmeno dire di occuparmi di teatro, sociale o asociale che sia, perché semmai, nel  tempo passato, ho giusto fatto un po’ di animazione recitativa. Non sono un esperto e nemmeno penso di diventarlo. Non voglio nemmeno esercitare la celebre affermazione: “io non sono ingegnere, ma…” che irrita tanto non solo gli ingegneri, ma tutti coloro, attori compresi, che qualcosa conoscono, non tutto, ma giusto quel tanto per essere competenti nel proprio mestiere.

Tutto ciò premesso (come scrivono i Giudici nelle sentenze), posso dire che una cosa l’ho capita. C’è un momento nella recitazione, che precede la recitazione, nella quale il recitante è costretto ad essere se stesso, ed è quindi veramente vero anche se si appresta ad interpretare il totalmente altro da sé. Lo posso affermare con certezza, perché l’ho vissuto, sentito, provato. In quel momento, ci si ritrova a rientrare in sé e a cercare la coincidenza della testa con le emozioni. E’ una situazione che non si può spiegare, se non dopo averla sperimentata personalmente. L’immagine più eloquente è quella dell’eclissi, quando i corpi celesti sono perfettamente allineati da apparire “uno”. In quel momento, è come se la “palla” dellla testa andasse a coincidere con la “palla” delle pulsioni e lì ci fosse l’integrità. Il corpo dell’attore si ferma e sospende ogni azione, si fa tabula rasa di tutti i pregiudizi, e l’umanesimo viene ritrovato ed è pronto ad accogliere altre esperienze e, quindi, ad interpretare.

Nella vita dei piccoli consumi quotidiani, è difficile rientrare in se stessi ed essere se stessi, perché si è costretti ad ascoltare gli altri, a difendere la propria identità con il rischio non remoto di seppellirla. Nell’atto recitativo, bisogna denudarsi, scorticarsi di tutti i pensieri, placarsi di ogni movimento emotivo e dopo quell’istante di sano nudo piattume si riprende in mano la propria vita, procedendola.

Ecco perché tutti dovrebbero recitare a teatro, per essere se stessi nella vita, almeno una volta.

Invito Speciale – 21 giugno 2015

DSC_4014 Caro amico e lettore, ti scrivo per invitare te, la tua famiglia e i tuoi amici all’iniziativa “DISEGNI PER LA STRADA”. Nella città di Brescia, vivono gli alunni della Scuola dell’Infanzia “Passo Gavia” e nelle strade di Brescia sopravvive un gruppo di “senza dimora”, che dorme sui treni e campa di espedienti. Sono due mondi distanti e sconosciuti tra loro. Eppure si sono incontrati! Gli alunni hanno regalato i propri disegni ai “senza dimora”; questi li hanno accettati (e come si fa a rifiutare un regalo simile!) e ne hanno fatte opere d’Arte. Loro che, spesso, non hanno nè arte, nè parte. Arte? Forse no! Ma cos’è l’Arte? Se l’arte è qualcosa di bello, allora si tratta di Arte! Se l’arte è qualcosa che permette mondi diversi di incontrarsi, allora questa è Arte! Se l’Arte è un’idea buona che prende forma, allora questa  è una mostra d’Arte! “DISEGNI PER LA STRADA” è una iniziativa che parte dal semplice dono, assolutamente gratuito perché “senza valore materiale”, dei disegni dei bimbi agli “adulti senza dimora”, che hanno preso questi pezzi di fantasia e li hanno assemblati su tavole di legno (pure quelle donate) secondo una nuova elaborazione compositiva, o semplicemente messi in risalto come opere in cornice, creando in entrambi i casi “opere nuove”, che risultano dall’elaborazione collettiva tra i bimbi e gli adulti in difficoltà. DISEGNI PER LA STRADA è mostra di inclusione nella comunità e di comunicazione tra due mondi che si parlano attraverso la creatività, proponendosi poi alla collettività. Puoi decidere di visitare la mostra il 21 giugno prossimo dall 10 alle 17, in Piazza Vittoria, nel cuore bianco di Brescia. Puoi decidere di passare e completare il circuito del dono, arricchendo la tua parete preferita con un quadro di legno, colorato, vivo, che parla di bambini e di “senza dimora”, insieme. … e come chiede Stefan, senza dimora “bresciano”: “a chi pensi quando sei felice?” Grazie, DB

Cara figlia… commedia familiare sulla droga

Non vi è prevenzione specifica che (tenga e) metta radici con efficacia nella vita dei giovani, se non c’è il padre buono che ascolta, limita, corregge e sorride.

“Dove sei, oh padre, quando mi diverto e vado per il mondo? Dove sei quando rischio e mi adatto per sopravvivere alle amicizie che mi danno la vita? Se tu ci sei, io ci provo a vivere!” disse la figlia.

La specie umana è l’unica che si occupa dei propri vecchi, perché ci sa fare coi propri giovani.

“Padre, non darmi tutto, consegnami la responsabilità delle cose buone che contano” disse ancora la figlia.

“Cara figlia… ti aspetto” disse il padre.

Cara figlia

Mister Bill, Dottor Bob e il grande Vlad!

Che ci fanno Bill, Bob e Valdimir Hudolin in un cimitero, alle porte di Trieste, tra il 1915 e il 1918? Discutono forse di alcol, alcolisti, guerra, morte e vita? Sì, perché la vita è la vita e dove c’è la vita non c’è la morte. La vita non è mica un sacchetto di branzini! La scheggia avrebbe potuto colpire Valenko, bolscevico del piffero, e invece ha beccato in pieno petto il grande Vladimir Hudolin, medico psichiatra e fondatore dei Centri Alcologici Territoriali-metodo Hudolin (appunto, oh oh oh). Dicevo, che ci fanno Mister Bill e il Dottor Bob, in un cimitero alle porte di Trieste, invece di stare in un gruppo di Alcolisti Anonimi a passeggiare sui Dodici Passi e a pregare le Dodici Tradizioni? Per fortuna, il cimitero è vissuto e compare il suo più prestigioso abitante, tale Franco B, un giovane di belle speranze deceduto perché un faretto alogeno lo ha colpito sulla testa, mentre recitava un monologo sul mutamento epocale, sulla gioventù avvinazzata, et altro ancora!

Bill Bob Vlad

Jenni e la ricerca della Bellezza

C’era una volta Jenni, che voleva cercare la Bellezza.
Nella sua ricerca, alcune cose le aveva già comprese. Aveva capito, per esempio, che bellezza non è apparire splendide e perfette, o trovare il consenso e attirare lo sguardo di tutti, oppure stare sulle pagine di una rivista patinata.
Se, però, non si tratta solo di una questione riferita ai contorni fisici di un individuo, cosa è la bellezza? Dove abita? Chi la possiede?
Così cominciò a viaggiare e, mentre navigava di paese in paese, interrogava numerose persone, che provenivano dalle più svariate parti della terra.
Arrivò in un grande Mercato, dove c’erano tavoli e bancarelle e si vendeva ogni tipo di mercanzia. Forse, pensò, qui riuscirò a trovare la Bellezza.
Incontrò un mercante, che le disse: “io vendo la bellezza e costa molto poco. Prendi questa pillola, ti farà vedere cose strabilianti. Vedrai la bellezza fatta persona”. Jenni prese quella pillola, chiuse gli occhi e cominciò ad avere delle allucinazioni. Si ritrovò in un giardino bellissimo con un ragazzo affascinantissimo e s’innamorò. Cercò di avvinarsi per parlare e fare conoscenza, ma mani e braccia le erano bloccate; provò a parlare e a chiamare. Urlava per farsi sentire, ma il bell’uomo non la degnava di uno sguardo. Le salirono dalla pancia angoscia e paura di stare sola e in quell’istante riaprì gli occhi, sudata e triste.
Incontrò un secondo mercante, che le disse: “il primo mercante era un impostore, ti ha ingannata. Io vendo la vera bellezza e costa ancora meno. Prendi questa droga, ti farà provare sensazioni bellissime e riposanti. Starai sempre bene e potrai dire cosa sia la bellezza”. Jenni si fece incantare dalle sue parole e prese quella droga. All’inizio la sensazione era di piacere. Le sembrava di percepire ogni sapore ed ogni rumore; annusava l’aria perfettamente e sentiva il profumo del mare e della montagna. Le venne voglia di gustare una bevanda fresca, di mangiare un gelato al cioccolato e di ascoltare della buona musica, ma sentiva gli arti bloccati ed era come se tutte quelle sensazioni fossero finte. Era come se quei rumori, sapori ed odori non avessero origine e fossero campati in aria, troppo alti per essere raggiunti. Ancora una volta, quelle sensazioni di piacere lasciarono il posto alla paura e all’angoscia. La gola si seccò e le venne una sete pazzesca. Il naso cominciò a gocciolare tanto era intasato, mentre le orecchie iniziarono a fischiare. Come di botto, si ritrovò ancora nel mercato sola come un cane randagio.
Fu così che si avvicinò un terzo mercante e le disse: “gli altri due mercanti sono degli impostori, ti hanno ingannata. Ho io quello che ti serve se vuoi la bellezza. Prendi questa polvere magica, ti darà gambe fortissime e braccia resistenti per prendere qualsiasi cosa e realizzare ogni desiderio. Jenni era perplessa, ma per la terza volta si fece incantare. Accettò e si cosparse il capo di polvere magica. Si meravigliò molto di come le sue gambe divennero forti e le sua mani veloci; correva di qua e di là, faceva tre cose insieme, e correva avanti lasciando tutti indietro. Col passare dei minuti, però, cominciò a rallentare e ad appesantirsi. Lentamente il suo corpo divenne così greve da cementarsi al pavimento. Tutti quelli che erano rimasti indietro la superarono e lei si ritrovò di nuovo sola come un cane randagio. Per la terza volta si svegliò di botto, stra sudata e stra spaventata. Scappò via da quel mercato!
Mentre aspettava l’autobus, vide passare una donna con un bambino appresso. Era una donna africana e il pargolo le era legato sulla schiena. Erano vestiti di molti colori e cantavano.
“Come sono belli!” pensò.
Tornò a casa, era serena: aveva trovato la Bellezza, la grande Bellezza.

Sulla Pedagogia (4) (La vita, amico, è l’arte dell’incontro!)

Metti che una sera nel 1969, per caso, su una panchina nel deserto, si ritrovano Luis Enriquez Bacalov, Sergio Endrigo, Vinicius de Moraes, Giuseppe Ungaretti, Toquinho, Sergio Bardotti… Un grande incontro, Samba delle Benedizione ne è la (prima) traccia

Meglio essere allegro che esser triste
Allegria è la miglior cosa che esiste
E’ così come un sole dentro il cuore
Ma se vuoi dare a un samba la bellezza
Hai bisogno di un poco di tristezza
Se, non è bello un samba, no

Se no, è come amare una donna solo bella e beh! Una
donna deve avere qualche cosa in più della bellezza.
Qualche cosa che piange, qualche cosa che ha malinconia
un’aria di amore tribolato; una bellezza che viene dalla
tristezza di sapersi donna fatta per amare, per soffrire
d’amore e per essere solo perdono

Fare un samba non è una barzelletta
Chi fa un samba così non è poeta
Il samba è preghiera, se lo vuoi
Samba è la tristezza fatta danza
Tristezza che ha sempre la speranza
Di non essere triste prima o poi.

Prendi tutti quelli che vanno in giro e scherzano con la
vita. Attento, amico! La vita è una cosa seria e non ti
sbagliare, eh? Ce n’è una sola!
Due, che sarebbe meglio, nessuno mi convincerà che ci
sono senza provarmelo con prove definitive, cioé:
certificato rilasciato dal Notaio del Cielo e sottoscritto:
Dio (e con la firma autenticata).
La vita, amico, è l’arte dell’incontro, malgrado ci siano
tanti disaccordi nella vita. C’è sempre per te una donna
in attesa, gli occhi pieni d’amore, le mani piene di
perdono: metti un poco d’amore nella tua vita, come nel
tuo samba

Metti un poco d’amore dentro un ritmo
E vedrai che nessuno al mondo vince
La bellezza che c’é in un samba, no
Perché il samba è venuto da Bahia
E se è bianco di pelle in poesia
E’ nero nell’anima e nel cuore.

Io, per esempio, il Capitano delle Indie Vinicius de  Moraes, il bianco più negro del Brasile, diretto discendente del re Xangò Saravà, cioé salve! Benedizioni, grandi sambisti del mio Brasile bianco, nero,mulatto, bello e liscio come la pelle della dea Oxum Benedizione Antonio Carlos Jobim, compagno di canzoni e caro amico che tanti samba hai viaggiato con me e
ancora tanto viaggerai!  Benedizione, Baden Powell, compagno nuovo amico nuovo che hai fatto questo samba come me: benedizione a te! Benedizione, Chico Buarque de Hollanda. Tu che non chiedi, comandi Tu che hai nel cuore una banda. Tu che appena parti, già sei arrivato! Il samba ti guardi, compare mio. E ora, tornando al portoghese, la mia lingua, voglio salutare i grandi amici del samba, in Italia, gli uomini che hanno portato il samba in Italia, gli uomini e le donne che amano il samba in Italia Benedizione, Endrigo, tu che sei e sei stato tanto amico e canti questo disco con me: benedizione, amico!
Benedizione ai bambini che hanno inciso questo disco con me, io li benedico! Benedizione, Ungaretti, che quando ti penso
M’illumino d’immenso. Tu che sei immenso, tu che sei denso, tu che sei intenso. Benedizione, Ungaretti, mio paparino e fratello!  Benedizione, Ungaretti, che sto partendo. E devo dirti addio.  Perché il samba è venuto da Bahia. E se è bianco di pelle in poesia. E’ negro nell’anima e nel cuore.”

Buon Natale Visto Planando

Le apparecchiature elettroniche fanno parte della categoria di regali più gettonata nel periodo natalizio.Tra queste, i più richiesti sono i droni, oggetti volanti che planano sulle nostre teste e ci mostrano il mondo dal punto di vista di un volatile docile, selettivo ed equilibrato. Natale 2014 è un leggero planare, che ci dona un punto di vista fisico diverso, quasi divino. A Natale Dio è con noi. Dio è tra noi. Dio è per noi. Per qualcuno, Dio è talmente tra noi da illuderlo di essere come Lui; Lui che plana sulle nostre teste e vede dall’alto tutte le nostre miserie, tutte le faccende umane che non riusciamo a raccontare e dominare. Coi nostri droni telecomandati ci mettiamo a planare, imitando la visione divina e aspirando all’onnipresenza. (Non a caso i droni sono stati inventati dai signori della guerra, che rappresentano la categoria professionale che meglio aspira all’onnipotenza divina, seguita da giornalisti, gente dello spettacolo e pubblicitari.) Se Giuseppe e Maria avessero posseduto un drone, lo avrebbero mandato in perlustrazione a Betlemme e non sarebbero finiti in una stalla. Se i pastori e i magi avessero posseduto un drone non sarebbe stato lo stesso Natale. Vuoi mettere camminare verso una meta senza la certezza del gps e l’ausilio di google Earth? Spero che il vostro Natale non sia troppo elettrotecnico ed eccessivamente robotico. Spero che non sia un Natale vissuto da drone, che plana sulle teste ed aspira alla dio-visione. Perché in verità, Gesù Bambino ci aspetta in una stalla, tra la paglia e la povertà, nel freddo di un caldo incontro. Buon Natale Visto dal Basso.

Sulla Pedagogia (3) (saperi no, sapori sì)

Lo abbiamo scritto: nella più vasta comunità di/degli uomini dotti, di/degli intellettuali, di/degli operatori economicamente salubri e validi, di/dei santoni comunisti, centristi e destrorsi, di/degli psico-socio-sinergico-sistemici, di/dei cooperanti poco cooperativi, il giudizio sulla Pedagogia è tanto laconico quanto sconfortante. A questo attacco esterno, dicevamo, fa eco lo scoraggiamento endogeno e la fuga verso le altre pseudoumanizzanti professioni, come la sociologia e la psicologia. (Non sfugga il sottile sarcasmo… ci torneremo poi). Se non è semplice fare il pedagogista, per i motivi di cui sopra (e di molti altri che si potrebbero elencare), ancora più complicato (sì sì complicato, non… complesso) è fare oggi l’educatore. Non serve certo cercare argomenti per dimostrarlo. La cronaca di tutti i giorni manifesta questa fatica tanto faticosa, che si fa sempre più, lentamente e dolcemente e soporiferamente, rinuncia e delega. Gli insegnanti che credono nell’educazione sono in via di estinzione, dipinti come anonime macchiette; i genitori che funzionano sono chiusi nel proprio successo pedagogico, dietro le ante blindate, e non cooperano coi simili; i sacerdoti stanno sempre sul pulpito, ma per dialogare preferiscono le chat e i social forum, piuttosto che le piazze e le soglie. Per molti educatori, il dialogo difficile è l’improbabile incontro. Qui non c’è più un problema di figli che si allontanano dai genitori per finire nel mondo della droga; ma di una cultura talmente disincantata e impotente nell’educazione da accettare che una persona si possa drogare consapevolmente in modo ordinato, marziale e lindo. Qui non c’è più un educatore col grattacapo perché si sente impotente nel rapporto con l’educando, ma un branco di adulti che ha perso la speranza di incidere nelle vite degli altri, di consegnare valori e saperi. Saperi no! Sapori sì, quelli sì, perché masterchef è più importante dell’educatore, e (guardare) cucinare dà più soddisfazione che nutrire la vita. Intanto Expo 2015 avanza e avanza e avanza, mattone su mattone, lasciando avanzi, vuoti a perdere e nostalgia della terra dei cachi. (to be continued)

Sulla Pedagogia (2)

Fare il Pedagogista è complicato anche perché, diciamolo, nella comunità delle scienze umanistiche e socio sanitarie, la nomea della scienza che egli persegue, ovvero la pedagogia, è assai instabile. La pedagogia non ha una buona reputazione, molti operatori non saprebbero nemmeno descriverla e, quel che è peggio, è che non si lascia nemmeno intuire, come accade invece con altre scienze come la psicologia e la sociologia. Diciamolo: la pedagogia è una scienza affetta da fragilità identitaria cronica e da acuta insicurezza epistemologica, soprattutto se la si mette a confronto con altre attività. Io stesso, me ne rendo conto con rammarico, sono più apprezzato e riconosciuto se esprimo concetti, idee e motivazioni, che sono in comune con altre professioni, piuttosto che proprie della scienza che professo. Questo dato non riguarda solo me. Noto, per esempio, che molti pedagogisti moderni non si definiscono semplicemente “pedagogisti”, quasi ne percepiscano le gracilità di cui sopra, ma sentono l’esigenza di aggiungervi un aggettivo qualificativo (pedagogista speciale, pedagogista clinico, ecc.) o un prefisso (psico-pedagogista, musico-pedagogista, etno-pedagogista, ecc.), oppure un’altra professione (Pedagogista e Formatore, Pedagogista e Mediatore, ecc.). Definirsi “Pedagogista” e basta, non è un brand e non fa must. Non buca e nemmeno acchiappa la curiosità. Tutt’altro. Appare come una faccenda culturalmente micragnosa e anche un po’ pedante, che suscita sospetto e distanza. I professionisti social sono spietati coi pedagogisti: attribuiscono luoghi comuni alla loro scienza e tanta presunzione alle loro personalità; ma l’accusa più grande riguarda il fatto che sarebbero portatori di una sapienza scarsamente originale e ripetitiva, che scimmiotta le cose dette da altri, che non crea nulla e che è assolutamente inutile, perché praticabile da tutti con un po’ di buon senso. La pedagogia e il pedagogista sono deboli dentro e fracassati fuori. Un bel vivere direi (sigh)!
(to be continued)

Sulla Pedagogia

Fare il Pedagogista è una pratica complicata. Che la pedagogia sia una pura scienza o un  metodo rigoroso, non l’ho ancora capito, ma so per certo, qualsiasi cosa sia, che per praticarla sono necessari studio, dedizione, applicazione e sacrificio. Mi viene anche da aggiungere che ci vogliono delle predisposizioni naturali, un po’ come accade con altre materie. Ci sono persone ‘portate’ per la matematica o per la ‘pittura’ e ci sono persone che non ci azzeccano (come direbbe Di Pietro) con le Lettere Antiche o con la Letteratura Straniera. Anche la Pedagogia non fa eccezione; bisogna avere il neurone (pedagogico o neurone p) per fare il pedagogista, così come bisogna avere acceso il neurone (scientifico) per fare lo scienziato. Ricordo che, negli anni ottanta, quando uno studente non aveva idea di cosa scegliere dopo la Maturità e, a causa di una qualche strana sentenza paterna, avrebbe comunque dovuto laurearsi, la scelta cadeva sempre sulla Facoltà di Economia e Commercio. Mi configuravo quel curriculum come fosse la scelta di chi non sapeva che scegliere, una specie di opzione di vita che, comunque, ti avrebbe sempre accolto anche senza il privilegio della vocazione; una specie di casello sempre aperto; un menù di scarto tutto sommato digeribile. Ho l’impressione che questa funzione (alla fine dei conti ingiuriosa), a partire dagli anni novanta, sia passata di mano, trasferendosi da Economia e Commercio a Scienze dell’Educazione e da lì a tutte le trasformazioni che questo corso universitario ha subìto negli anni. Il primo effetto di tale transazione è stato quello di vedere le Facoltà pedagogiche intasarsi di aspiranti pedagogisti senza neurone (non senza neuroni, ma senza neurone p). Con gli anni novanta, la pedagogia è diventata un bene di ‘sì largo consumo da disperdersi nel nulla e perdere di rigore scientifico e di corpo e di sostanza. I maestri e i conduttori di una volta son rimasti in pochi e sono in via di estinzione, sostituiti dalla cavalcata di una massa di professionisti dilettanti di una educazione, alla quale non resta che…evaporare.

(to be continued)

L’enigma del ciclista (cavaliere moderno)

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La pista ciclabile scorre verso la città con una leggerissima pendenza; in un tratto, la carreggiata si stringe a causa di un panettone di cemento e di un cassonetto, che non consentono il passaggio contemporaneo di due ciclisti.
Quella mattina, Giuseppe, con la sua bici vintage e un po’ scassata, si sta recando in Centro, mentre Mario sale nella direzione della collina con la sua super tecno mountain bike. I due ciclisti si stanno per incrociare e per certo, in base a come marciano, ciò avverrà proprio nel punto ristretto.
Giuseppe e Mario non si conoscono, non si sono mai visti e non hanno la minima idea di cosa passi per la testa all’altro.
Inoltre, si tenga presente che:
Giuseppe sta andando a lavorare, mentre Mario a divertirsi.
Mario è vestito molto sportivo, mentre Giuseppe ha un abbigliamento casual.
Mario sta tenendo il tempo delle sue performance e cerca di migliorarlo, mentre Giuseppe, quella mattina, è leggermente in ritardo.
Giuseppe viaggia più lento di Mario.
I freni di Giuseppe sono molto fragili e non dovrebbero essere utilizzati troppo, mentre quelli di Mario sono efficientissimi.
La postura di Giuseppe è eretta e gli permette un’ottima visibilità. L’altezza del piantone rispetto al manubrio costringe invece Mario ad una postura che gli limita la visibilità: se vuole migliorarla, Mario deve sollevare il capo.
Giuseppe e Mario non s’incrociano con lo sguardo.
Mario pedala in leggera salita, ma se dovesse rallentare o frenare, la sua capacità di ripartire sarebbe superiore a quella di Giuseppe, che pure potrebbe ripartire con il vantaggio di una leggera discesa.
Giuseppe, di mestiere, fa l’educatore di strada; mentre Mario il Direttore di Banca.
Mario si è preso una giornata di vacanza dopo un successo lavorativo molto gratificante.
Giuseppe è a conoscenza del fatto che, quella mattina, sarà convocato per definire un avanzamento di carriera.
Tutti stanno ascoltando la radio portatile con le cuffie: Giuseppe sente Radio Maria, mentre Mario Imagine di John Lennon.
Tutti e due sono cattolici, coniugati e sono ritenuti buoni padri di famiglia.

Chi dei due cederà il passo?

Cristiani e LeccaCuria

I Cristiani sono persone perbene che si occupano degli altri, perché amano il prossimo come se stessi. Oltre a non vantarsi, vanno in cerca di beatitudine e, quando c’è un samaritano ferito, lo curano senza nemmeno chiedere se fosse gay o fascista: lo curano e basta, e pagano l’albergatore affinché  continui l’opera. Passano consegne e responsabilità, insomma. Non cercano di costruire una città umanistica o a misura d’uomo, o comunista, oppure capitalista, o del benessere, perché non perseguono un fine terreno. I Cristiani non si accontentano della pace e della democrazia, nemmeno dell’amore fraterno e della solidarietà. Tutte queste attività umane molto umane hanno il loro significato, ma i Cristiani non si accontentano. Non perseguono un fine terreno. I Cristiani hanno capito che non si ama il prossimo giusto perché è giusto, ma perché si è amati da Dio. E la convinzione di essere amati viene dal fatto che quello stesso Dio si è materializzato. Non è il classico Dio che è stato predetto o iconizzato, ma è il Dio che si è incarnato ed umanizzato; talmente umanizzato da finire come solo la carne umana può finire tritata e terminata. I Cristiani quindi perseguono uno stile di vita eccezionale perché hanno capito una cosa eccezionale. La Centralità del Cristianesiomo è Cristo, l’Assoluto Amore a portata di mano e di morte.

Ecco perché i LeccaCuria non ci azzeccano nulla coi Cristiani (come direbbe Di Pietro).

Giovani & Bottiglie

Si possono incontare facilmente nei Parchi pubblici. Nella mia zona li vedo frequentemente al Parco Castelli (zona nord Brescia, a ridosso dello Stadio del pallone), nei pomeriggi di bel tempo. Si contano sulle dita di due mani. Si presentano malvestiti come lo sono i giovani d’oggi, chiusi nel silenzio digitale delle loro cuffiette audofoniche. Sono circondati di bottiglie vuote di vino, wodka e birra, rimasugli a perdere maldistribuiti sull’erba verde verde. Quei giovanotti, però, non bevono alcolici, non si sparano l’alcol etilico negli occhi, non si sballano, non vomitano e non orinano sui ciottolati. Tutt’altro, sono sobri e lucidi. Sono giovani baristi, che nel tempo libero si danno al free style volteggiando nel cielo azzurro azzurro bottiglie e cobbler shaker (o shaker francese, non ho mai capito la differenza) come giocolieri senza circo e senza maschere. Ricordano Tom Cruise in Cocktail, mitico film adolescenziale anni ottanta. Alcuni si allenano per competizioni locali e nazionali. Tra loro c’è Filippo: a scuola, qualche anno fa, era un vero lavativo. Ora è un maestro in questo strano divertente lavoro. Beata gioventù.

Maestri d’Infinito

I programmi di prevenzione nelle scuole sono sempre più innovativi e cercano di includere i docenti. Si ritiene opportuno, oltre che rivolgersi agli studenti, aiutare professori e professoresse, maestri e maestre, ad assumere un ruolo attento all’educazione e dichiaramente preventivo dei comportamenti di consumo, con l’idea che il lavoro coi docenti depositi nella scuola competenze, che poi permangono e si stabilizzano nel medesimo plesso, precarietà permettendo. Peccato, grave peccato, è che tra le figure disciplinari che vengono abitualmente coinvolte non vi siano i docenti di religione. Si discute volentieri con le discipline scientifiche e letterarie, talvolta si coinvolge il ginnico docente di educazione fisica o l’illuminata professoressa d’inglese, ma mai una volta che si consideri necessaria la docenza di religione. E vi sarebbero invece i motivi, seri e scientifici, per considerare il docente di religione, o di aternativa, il soggetto più idoneo ad occuparsi di prevenzione del consumo di droga, legale ed illegale.  Questo per un semplice motivo. Il docente di religione è decisamente il più propenso a sviluppare l’attenzione all’infinito, che è l’unico elemento in grado di contrastare la dimensione del finito, tipica dei consumi patologici e non. Certo, anche assaporando una poesia è possibile tracciare l’infinito, ma ormai i docenti di italiano hanno in gran parte smarrito il piacere di presentare le poesie ed è decisamente più comodo stare sui temi personali, confondendo l’evacuazione disarticolata dei pensieri con l’espressione dell’anima. Anche il gusto dei numeri può avvicinare all’infinito e anche lo studio della musica, e pure l’arte e la ginnastica, ma sono tutte discipline ormai vincolate ad un metodo didattico troppo arrendevole nei confronti delle lusinghe della società dei consumi, e finicono anche loro per diventare complici dello spaccio di droga. Insegnando religione, Scritture e Tradizione, è impossibile non ragionare d’infinito e quindi evitare di fare prevenzione. Qualcuno dirà che nei secoli che furono anche la religione e i suoi riti si servivano di sostanze psicotrope per comunicare con l’infinito. Ma qui non si tratta di parlare con la divinità, o averne la presunzione, ma di ascoltare Dio, e per farlo sono necessarie ampie pause di silenzio e tanta sobrietà.

La veranda sul giardino del mondo

Viaggiare in camper, ovvero con una casa mobile, equivale ad avere a disposizione, in ogni quando ed in ogni dove, una veranda per godersi le bellezze del giardino del mondo.

E lo sanno bene (quelli che ce l’hanno) quanto sia prezioso, possedere una portafinestra che si apre su una veranda, che si apre su un giardino,  dove gustare un caffe’, oppure la compagnia di qualcuno, o la lettura di una poesia.

Dovremmo abitare tutti case al piano terreno, o con grandi terrazze, dove poter sentire il giardino del mondo.

Chi vuol bene al mio giardino, vuole bene a me.

Pigrizia educativa (seppur democratica)

Gli educatori dovrebbero vincere quella pigrizia valoriale che, ahimé, pare diffondersi come fosse la massima espressione della democrazia e del rispetto. Lo stile di vita sano e gli ideali ‘positivi’ sono costantemente esposti ai pericoli del dubbio (dall’interno) e del consumismo (dall’esterno) ed è sempre più difficile tenere fede alla coscienza, che ne sollecita il rispetto. E’ vero, se una persona vive costantemente legata ai propri valori, non assume un atteggaimento tiepido nei confronti degli eventi della vita e della società, ed è probabile che diventi più sicura in essi e che, quando avrà di che morire, camperà più serenamente; tale persona, almeno, prende le distanze dagli spiriti banali: si pone in conflitto senza timori, non teme la reputazione, si muove secondo il rispetto della propria coscienza e non ha paura di ascoltarla, sopporta con delicatezza anche la disapprovazione. Ma non basta. Chi fa l’educatore di mestiere non si può accontentare di tutto questo. Se l’educatore di mestiere ama l’incontro e la contaminazione e sa che solo attraverso questi passaggi ritiene di custodire il proprio umanesimo, cerca e crea legami e si unisce a chi li condivide, pur conoscendo approfonditamente le posizioni opposte.

Esiste, invece, una pigrizia valoriale che vede gli educatori assumere un atteggiamento tiepido nei confronti del conflitto ed evitante nei confronti degli oppositori. Ciò è constatabile, per esempio, nell’approccio alla prevenzione dei consumi giovanili. In nome di una falsa democrazia, taluni educatori di mestiere non sono assertivi nello spiegare i valori di temperanza e sobrietà. Girano loro attorno per timore di essere contestati e finiscono con il legittimare disorientamento. Non sanno che l’essere contestati è un sano esercizio della libertà ed un indicatore non sempre negativo del proprio agire. Ma succede anche di peggio. Succede che questo atteggiamento non resti individuale, ma si estenda a questo o quel sistema, che diventa gruppo di operatori e, nei casi peggiori, cooperativa di lavoro. Così si finisce col contribuire alla diffusione della droga, invece che contenerne i consumi, con la magra consolazione di averlo fatto in modo… democratico.

Il gesto di Picasso, ovvero: il taglio del padre!*

Nel quadro (1)   (Madre e bambino, Olio su tela, 1921, Chicago), Pablo Picasso ha voluto rappresentare il simbolo di tutte le madri, quanto sia grande l’amore della mamma per il suo bambino e come è delicato il modo in cui lo protegge. Ha voluto inoltre mostrare di che cosa è fatto il mondo e come sia semplice anch’esso: la terra, il mare e il cielo. Ma questo quadro nasconde un segreto!

(1) Madre e Bambino

Il quadro Madre con Bambino di Pablo Picasso, infatti, comprendeva all’inizio la figura del padre, accovacciato anche lui sulla spiaggia. Ma, una volta terminato, a Picasso il quadro non piacque più e decise di raffigurare la madre e il bambino senza il padre.
Dall’immagine (2) (Frammento di Madre e bambino, Olio su tela, 1921, Chicago) è possibile capire come abbia fatto. A sinistra è riportata la ‘fetta’ di dipinto col padre, che il pittore ha eliminato tagliando semplicemente la tela là dove terminava la diade madre col bambino. Quello che rimane del padre, cioè la ‘fetta’ che si trovava dietro il ginocchio e i piedi della madre, è stato nascosto con un trucco: Picasso vi ha dipinto sopra il cielo, il mare e la terra.

padre tagliato
Il taglio del padre

 

Bisogna riparare al Gesto di Picasso, ovvero: il taglio del padre dalla vita familiare, che sia di spiaggia o no!

* Ispirata dall’enciclopedia I QUINDICI, vol. 13, Guardando si impara.

Non è corretto.

Non è corretto suggerire ai giovani che l’utilizzo della droga può, in qualche modo, aprire la mente o allargare la visione del mondo; oppure lucidare le percezioni, ovvero accendere la fantasia e orgasmizzare la creatività. Non è corretto e mi stupisco che molti ragazzi vi abbocchino.
Pure io, quando ero giovane e un poco ingenuo, trovai meraviglia sapere che ubriaca Faber il canto faceva e che allucinata Bob Dylan Mr Tamburine chiamava; ma ho anche sempre pensato che quelle poesie, comunque, erano nelle loro menti e che in qualche modo, prima o poi, sarebbero uscite, anche senza additivi. Fa parte del marketing e delle resistenze umane difendere ciascheduno la propria sostanza elettiva, attribuendole significati ed effetti positivi. Ecco perché si suole ricordare che Faber beveva e Bob si allucinava. Chi difende i propri consumi, poi, tende a demonizzare quelli degli altri. Chi beve birra snobba i pensionati del calicino; i pensionati del calicino danno dell’alcolista alla ragazzina che trinca vodka; gli hippy nostrani difendono le canne e danno del fungo agli eroinomani; questi ultimi dicono che la loro è la vera droga, le altre sono passeggiate. Il cocainomane si ritiene più pulito degli altri; per tutti, le sigarette fanno venire il tumore. Ogni consumatore grulla il prossimo drogato e ostenta il controllo del proprio coccodè. I mercanti spacciano anche mettendo in competizione i consumatori tra loro. Regole di mercato.
Per fortuna c’è qualcuno che resiste, che se la prende comoda e che resta a distanza dal pollaio, per scelta, per promessa o per paura. Per grazia ricevuta, c’è qualcuno che non si droga, nemmeno di chiacchiere.

Terrano Nordista e la cura dei viventi

La situazione si sarebbe dovuta gestire in modo più appropriato. Per spiegarla in maniera salubre e meno compromettente per la mia carriera, mi sono rivolto a un becchino, che mi ha raccontato la sua assurda metafora.
“Il mio giardino è bello, chi vuol bene al mio giardino, vuole bene a me”. Questo deve aver pensato il Terrano Nordista osservando il parco abbracciato alla propria dimora, frequentato da tantissime specie animali, di tutti i colori e di tutte le forme. Per lo più, bestie di passaggio: pendolari della vita e del lavoro. Poi, ci sono anche gli animali notturni, quelli che al giardino ci vanno prevalentemente quando gli altri dormono e ci vanno non già per transitarvi, ma per permanervi e rifocillarsi. Loro sì vogliono bene al giardino!
Io sto dalla parte dei fantasmi notturni che dormono nel giardino. Perché loro sono gli unici che vogliono bene alle panchine e ai sedili, l’unico tetto sul quale possono contare. Terrano Nordista non vuole bene al proprio giardino, anche se su quelle piante rare ci campa e fa campare i propri giardinieri. Infatti, se volesse bene al proprio giardino, gestirebbe meglio le aiuole e le panchine. Non lascerebbe tutto quanto alla mercé dei fantasmi. Potrebbe dedicarne al popolo della notte una o due e chiudere tutte le altre, così ce ne sarebbero meno da ripulire e sgomberare. Chissà chi dà consigli a Terrano Nordista.
I fantasmi della notte, dal canto loro, che non hanno molte pretese, si adatterebbero, perché simbolo estremo della liquidità contemporanea, anche loro prendono forma in base al contenitore. E prendono forma in base alle panchine accessibili.
Solo il becchino vuole bene al proprio giardino e anche a me. Il becchino dice che dobbiamo avere rispetto nei confronti dei morti e da questo dipende quanto un popolo sia evoluto. Non è vero! Il becchino si sbaglia. Il dovere primo lo abbiamo nei confronti dei viventi, fantasmi più o meno notturni compresi, che dormono (o dormivano) nel giardino di Terrano Nordista. Che senso ha il culto dei morti, se non ci si prende cura dei vivi?

Sono arrivato stanco

Sono arrivato stanco al matrimonio civile. Ci siamo conosciuti giovani e forti, e subito, in preda alle voglie di scoprire il mondo e di scoprire i corpi, abbiamo cominciato ad amare tanto, facendo evoluzioni, sensazioni, videoriprese. Credo che in quei quattro anni di fidanzamento, noi si abbia insaziabilmente sperimentato ogni forma e posizione; l’intelligenza e la conoscenza ci garantivano protezione e lucidità. Il rispetto reciproco regnava e nessuno di noi due avrebbe mai pensato che la ricerca potesse finire. Venivamo da famiglie forti che ci avevano sempre educato a fare le cose bene, con rispetto reciproco e dignità su tutto.
Così, sono arrivato stanco al matrimonio civile. Da quel tristissimo giorno di agosto (così lo chiama lei quando mi vuole colpire nelle reni) non sono passati che un paio d’anni e noi si era già divisi. Ognuno per la propria strada e quasi smarriti a cercar compensi affettivi su altri materassi. Mi sono fatto l’idea che ogni anno amato con fretta e furia può ammazzare il futuro di una storia.

Sono arrivato vergine

Sono arrivato vergine al matrimonio civile. Abbiamo atteso sei anni, dieci mesi e sette giorni prima di sfiorare reciprocamente i corpi uno verso l’altra. Non sono stati anni semplici. Turbamenti, pulsioni, ridondanti incursioni pornografiche attaccavano la piccola promessa e talvolta riuscivano anche a tradirla. Gli amici sinceramente maschi mi davano dello sfigato. E io non mi sentivo sfigato, di più, di più. Mi sentivo controvento e la bufera, che soffiava contro, mi sbatteva in faccia che avrei dovuto assaggiare la fragola e intingere il biscotto, perché quella sarebbe stata la prova d’amore. Prendi la donna davanti e dietro e vedrai che poi ti amerà, prima lo fai e più ci starà; più glielo dai e meno ti tradirà. Questo ed altro dicevano. Ma lei teneva duro e mi teneva sulla promessa. Le ho pensate tutte: è gay, è frigida, non la arrapo abbastanza, è invaghita di un altro, non sono abbastanza dotato, mi sta schiavizzando. Ad un certo punto della storia, è capitato (seppur in forma ben più rara) che fossi io a tenerle testa e mantenerla fedele alla nostra promessa. Infondo, anche lei aveva dei tratti di intemperanza e di imprudenza sessuale (per fortuna!).
Così, siamo arrivati vergini al matrimonio civile. Dal quel felicissimo giorno di agosto (così continua a chiamarlo lei) sono passati 47 anni e ci amiamo sempre e siamo sempre stati fedeli al quel contratto. Mi sono fatto l’idea che ogni anno trascorso avendo fede a quella promessa ci abbia garantito 10 anni di fedeltà e gioia matrimoniale, oltre ad una scoperta continua e mai sazia dei nostri corpi, che prosegue tuttora come la scoperta delle nostre anime.

Dipende… (patate sbucciate)

E’ vero. Anche io, che sono cresciuto con Abbi Dubbi e Treno di Panna, sono convinto che il relativismo  e il presente siano paradigmi culturali democratici, importanti e per certi versi anche portatori di letizia (seppur non perfetta). Sono un figlio multiplo del pluralismo e della tolleranza, valori che ho abbracciato fin dalla tenera età e che, in tutti questi anni, hanno accompagnato molti dei miei pensieri. Ho avvicinato persone molto diverse da me, viaggiato verso mondi sconosciuti, scoperto corsi d’acqua che andavano al contrario e persone che discutevano di opposti. Ho fatto molto e ho visto persone fare l’esatto contrario. E non mi sono mai arrabbiato, piuttosto ho cercato di ascoltare e ho raggiunto la conclusione che la verità si costruisce sempre insieme ad un altro, all’interno di un incontro. Nulla può essere dato per scontato, perché tutti hanno le proprie ragioni… e mi è impossibile concludere che al mondo esiste qualcuno che conosce la Verità e che sa sempre cosa è giusto e sbagliato. Il Dipende, per come lo conosco io, ha quindi un grande valore simbolico e culturale: riconosce l’incertezza della mia opinione di fronte alla complessità del mondo e dice quanto sia vano essere presuntuosi. Quindi: evviva il dipende…

Orbene, se tutto ciò è vero (e lo è), allo stesso modo non può essere accettabile in ambito educativo. Seppur resto un fan sfegatato del relativismo filosofico, antropologico, religioso…, non posso però accettarne la declinazione pedagogica. Un padre può essere pervaso da un’infinità di dubbi, ma il figlio deve conoscere sempre la sua opinione. Il pensiero del padre potrà essere sballato (meglio no), incerto (ci sta), squinternato (meglio no), corretto ed elevato (meglio), ma non dovrebbe mai esaurirsi in un laconico Dipende, anche se accompagnato da qualche locuzione accomodante e compiacente. Dipende…  è assonante a Tiepido, e nell’acqua  tiepida le patate sbucciate non si cucinano e nemmeno si conservano.

Papà moderni? Dipende…

I papà moderni vogliono vestirsi come i loro figli, parlare con loro e vogliono diventare loro amici attraverso facebook. I papà moderni sono contenti quando i figli accettano l’amicizia e cliccano ‘mi piace’ su un loro post.  Li fa sentire bene.

Se i figli moderni chiedono: “Papà, cosa preferisci: la pasta o il riso?”, loro rispondono: dipende.  Papà, ma tu voti a destra o a sinistra? Dipende…  Chi ha ragione: Renzi o Grillo? Dipende… Ma papà, in autostrada bisogna rispettare i limiti di velocità? Dipende… Ma papà, bisogna sempre dire la verità? Dipende… Papà, bisogna rispettare le altre religioni ed essere tolleranti? Dipende… Papà bisogna fermarsi per far passare i pedoni sulle strisce? Dipende… Papà, vuoi bene alla mamma? Dipende… Papà vale la pena fare sacrifici, dipende… Papà, ma Dio esiste? Dipende…

Papà, ma dipende da cosa? Dipende…

Thanks SB e le sue fonti

Il povero è beato

Certo, molte cose sono cambiate in questi ultimi decenni: circuiti elettronici ed timer hanno soppiantato il cordame nel ventre dei campanili, senza tuttavia incrementare la precisione delle sonate; l’ansia di una progettazione matematicamente europea ha sostituito il desiderio di abitare nel proprio quartiere, aumentando per altro lo stress e la frustrazione degli operatori; il bisogno di stare nella relazione con gli altri è stato scalzato dalla conquista del miglior piazzamento in gerarchia, senza rendere le persone veramente ricche; i braccianti del sud sono stati rimpiazzati dai braccianti del sud-sahara; la vanità della vanità dell’abbigliamento dei sacerdoti è considerata un doveroso atto di gusto; il fundraising ha abbandonato la carità ed è diventato pura psico-emotività; gli operai e contadini sono quasi spariti oppure si sono troppo meccanizzati, mentre il terzo settore invece di erogare servizi, ti fa il bilancio delle comptenze.

Ma tutto questo non ha fatto scoparire la gioia festosa dell’arte dell’incontro, la quale, nonostante tutto, sopravvive, perché il gerarca va in pensione, i vestiti dei preti scolorano e il povero in spirito è beato*.

* “la puntualizzazione “in spirito” perfeziona la celebrazione della povert: la formula significa non una scelta astratta e ideale bensì radicale, che parta appunto dallo “spirito” per diventare norma dell’atteggiamento concreto”, cit.

Ruminar Milano (Verso Expo 2015)

E’ logico ritenere che il fiorire di trasmissioni televisive e radiofoniche sull’arte culinaria sia strettamente connesso all’Esposizione universale di Milano del 2015 (Expo). “Nutrire il pianeta, energia per la vita” ne è lo slogan. Nella filosofia (!) di questa edizione, la salma imbalsamata della creatività umana trasla dentro la macro-metafora del cibo. L’alimentazione è celebrata e osannata, e Masterchef diviene evento globale con un seguito impressionante d’infrastrutture e finanziamenti. Una grande opportunità per l’economia! Un evento indispensabile per il rilancio e il controllo spread!  La grande bellezza della Grande Bellezza!

Ho sempre fatto molta fatica ad accettare i format televisivi che ruotano attorno al cibo. Sì, alcune trasmissioni sono simpatiche: ascoltare le chiacchiere di qualche politico locale, attorno ad una tavola imbandita, con accanto lo chef, che crea al momento, mi fa sentire il sapore del convivio e un po’ mi mette serenità. Ma finisce tutto lì. Questi personaggi discutono, mangiano e bevono, bevono e mangiano. Allora sostituisco il canale e trovo le cucine da incubo, cuochi e fiamme, i menù di benedetta, la prova del cuoco, la sfida dello chef baby, donne ai fornelli.

I cuochi sono i magistrati di Cibopoli e Milano non sarà più da bere, ma da ruminare.

Da tempo, l’umanità ha smarrito la naturale alternanza fame/sazietà e l’ha sostituita con un complicato e ordinato sistema di opulenza e spreco, che genera rifiuti e miseria. Si muore anche nella super nutrizione e il cibo può diventare un’ossessione o una malattia, ovvero una dipendenza. Se questo accade, allora l’Expo 2015 è un Cartello colombiano.

“Un pasto caldo per un povero”, sarebbe uno slogan decisamente più appropriato. Ma ce lo vedi tu (il seppur simpatico) Cannavacciuolo a cucinare scodelle di riso agli affamati di Bombay?

Prevenzione Senza Titolo e Progetti fasulli

Lavorare nella prevenzione dei comportamenti di consumo non è mai stato (e non lo è tuttora) semplice. In questi anni abbiamo visto (e condiviso) la necessità di programmare interventi, per renderci poi conto di essere in costante affanno e sempre in rincorsa di un’emergenza che ci sovrasta ed inquieta. In questi ultimi tempi la situazione si è ulteriormente acuita. Mai come in questa fase di crisi economica è urgente effettuare un bilancio, una valutazione seria e serena dei processi di prevenzione e riflettere sul loro significato e sul loro impatto in termini di cambiamento sociale.

In questi anni si sono succeduti slogan più o meno effimeri: promozione dell’agio, protagonismo giovanile, autogestione delle risorse e delle potenzialità, empowerment di comunità, educazione alla legalità, peer education, life skills education,…  Molte di queste idee sono brillanti, ma viene da chiedersi se qualcuno ne abbia veramente verificato l’efficacia. Molti progetti contano più per il peso politico e rappresentativo di chi li propone, che per il loro valore intrinseco. Tanto è che la maggior parte di essi, una volta finanziati, resta carta morta: le prestazioni non sono rigorose, perdono di qualità e le restituzioni valutative sono ancora più luminescenti dei progetti stessi. Prevenzione costruita più sull’intuizione creativa degli operatori, che sull’analisi rigorosa del bisogno di un territorio; prevenzione più legata al bisogno di espansione di questa o quell’ agenzia, che alla necessità di rinforzare, per esempio, i legami generazionali di un quartiere. Ciò si traduce in una prevenzione preconfezionata, sconnessa e orfana di territori adottivi.

La prevenzione nella quale crediamo è quella che si pensa, si progetta e si realizza a livello locale, attraverso un rapporto reale con la propria comunità e i propri giovani. Non possiamo pensare la prevenzione se non declinandola e costruendola in un territorio che si ritrova attorno, per esempio, ad una Scuola o ad una Parrocchia. I modelli di lavoro ci servono, ma se sono tradotti in un quartiere ben definito.

Non è possibile pensare a un intervento preventivo di questo genere senza riconoscere alla famiglia e ai genitori un ruolo centrale. Non basta progettare affinché un adolescente stia lontano dalla droga; non basta catalogare nuove droghe e rincorrere le nuove abitudini di consumo quando si sono già affermate, bisogna pensare anche ai genitori e al ruolo che possono agire in famiglia e nella comunità locale. Troppo spesso, in tema di prevenzione dei comportamenti di consumo, la famiglia è lasciata in secondo piano, riservandole interventi risicati e soprattutto poco efficaci in termini di coinvolgimento dei nuclei in difficoltà. E’ necessario sostenere l’esercizio del codice paterno, altrimenti i progetti perdono titolo e diventano fasulli.

nb grazie a LR per l’ispirazione e le letture sempre interessanti.

25 novembre 20emondo

Può un carnefice scrivere della propria vittima? Riesce il maschio a comprendere la violenza nei confronti della femmina? Il maltrattamento fisico, psicologico e sociale nei confronti della donna è una questione culturale? Oppure, è radicata nell’animalità primordiale e la cultura ne cerca disperatamente di allentare lo sciabordare?

Da dove viene il femminicidio? Da dove viene la violenza?

Se penso al mio essere uomo e maschio, posso credere che venga da una strana idea di gestione violenta di un certo potere. Come se la vita fosse una corsa (ad ostacoli) tra chi sottomette meglio gli altri.

Se penso al mio essere uomo e maschio, posso credere che la violenza sulle donne trovi le origini nelle frustrazioni affettive e lavorative, economiche e sociali. Come se la donna fosse un dispositivo elettronico che ragiona in modo schematico e quando non acconsente lo si prende a calci, come si fa coi flipper.

Se penso al mio essere uomo e maschio, posso credere che il femminicidio trovi l’origine nel desiderio di avere accanto qualcun’altra, che possa essere più soddisfacente e meno uguale.

Se penso alla violenza sulle donne, posso credere che dipenda da una padre che non ha curato nei figli l’amore per se stessi e per la madre; da una padre che non si è mai inchinato di fronte alla vita; che non ritiene utile rallentare l’automobile e porre i bisogni individuali dietro a quelli degli altri, senza recriminazioni. Da un padre che non ha mai dato esempio di galanteria e che è triste e arrabbiato nei confronti del proprio di padre, il quale beveva vino e imprecava tutte le rabbie per una vita mai pienamente accolta.

Lettere d’intenti, sottoprelati e fiducia di palle

Da diversi anni, purtroppo, gli enti del terzo settore, e pure gli enti pubblici, sono costretti a partecipare a bandi a scadenza per finanziare le proprie attività. Un tempo, che tutti ricordano con rimpianto e nostalgia, quando si progettava, lo si faceva con il piglio di tentare evoluzioni sociali e  straordinarie sperimentazioni. Non a caso, i tecnici della progettazione si contavano sulle dita di mezza mano e l’arte del progettare era un lusso per pochi intimi. Poi, la famigerata crisi ha elevato (!) l’accesso ai bandi al rango di  unica possibilità non per finanziare lo straordinario megagalattico, ma per assicurare l’ordinario funzionamento di un servizio, la pagnotta e le cipolle. E per sopravvivere si progetta tutti gli anni, in tutti gli ‘angoli’, per ogni settore, alla caccia del companatico innovativo. Risultato: contratti a progetto e progettisti a contratto. Nelle pieghe di questa perversione, si è inoltre affermata una nuova professione: l’ambigua figura del procacciatore di lettere d’intenti. Si sa, maggiore è la rete sociale che partecipa alla realizzazione di un progetto e maggiore è la probabilità che sia finanziato. Ecco, la magia della lettera d’intenti: inno alla burocrazia inutile e sigillo della falsa rete. Ci sono individui che si aggirano nelle stanze del potere e promettono lettere d’intenti a raffica; ci sono enti che fotocopiano lettere d’intenti e la spacciano agli angoli delle strade a disposizione del primo progettista che di lì passa. Un vero sfacelo della cultura della rete e della collaborazione.

Dopo tale necessaria premessa, ecco la storia del nostro protagonista, che per ovvie ragioni di tutela dei dati sensibili, chiameremo semplicemente ‘nostro’. Il ‘nostro’ è uscito di senno, vero dipendente da lettera d’intenti, noto nell’area cattocomunista di Bressans (tutta Bressans è cattocomunista) come buon progettista e fisicamente niente male. Un belloccio intelligente, insomma.

Stavolta però, il ‘nostro’ è arrivato tardi, la scadenza del bando per il quale ha deciso di scrivere un progetto è vicina e nella tabella valutativa extrabando per la distribuzione dei punteggi da uno a cento, un bel gruzzolo di ‘uno’ viene accordato a chi fa più rete, colui cioè che presenta più lettete d’intenti, appunto. Il nostro ne ha già 17, un record mai eguagliato, considerato che le ha messe insieme in una settimana, svendendo chissà quale promessa. Ma si sa, quando c’è la dipendenza da lettere d’intenti, la compulsione è sconfinata.

Il ‘nostro’ ha un’intuizione, che dopo 4 secondi diventa una leggera fissa ed infine una ossessione. Decide di andare dal sottoprelato, responsabile di una nota associazione di entità educative poco identificate. Se ottiene la lettera d’intenti, oltre a raggiungere quota 18, aggiunge una tacca importante alla sua stecca:  l’associazione del sottoprelato è la mecca di ogni progettista; ottenere lì una lettera d’intenti significa vincere e mangiare pane e cipolle per un altro anno almeno. Tira fuori l’asso dalla manica. Si tratta di una cugina, amica del sottoprelato. Memore dell’antico proverbio che recita pressapoco che se vieni presentato da una cugina, hai la certezza di fare centro entro mezzanotte, il ‘nostro’ si veste di charme e va in udienza dal sottoprelato con la cugina.

Il cornacchietto con il collare bianco li riceve tutto gentile e incuriosito. I preti, siccome si annoiano moltissimo, accettano volentieri le emergenze, specie se ritengono possano provenire dalla cerchia di amici. Dopo qualche battuta falsa sul benessere, il ‘nostro’ presenta brevemente il progetto, si scusa per i tempi stretti della richiesta e passa la mano alla cugina, che tace. (Non è previsto che la cugina parli, lei deve solo tacere e suscitare fiducia). Fiducia, appunto. Il sottoprelato è uomo di potere finto. Difettando cioè tanto di intelligenza, quanto di senso pratico, ma essendo collocato per arcane ragione in questo luogo di potere, se lo gestisce come può, scrutando lo schermo elettronico (ora del cellulare, ora del computer e ogni due giri dell’I-pad), annuendo facendo finta di stare sul pezzo e allargando le braccia col vezzo di chi si arrende per ruffianarsi l’interlocutore. Il dibattito si estende e il dilemma è potente in lui: dare o non dare la lettera d’intenti? Fidarsi dell’amica e del di lei cugino, oppure stare  arroccato alla poltrona di colui che raccoglie anche dove non semina, e nulla concede?

Per un attimo, però, cede e pare dire di sì. Si muove, si alza, brancola tra la sedia e la grande scrivania di mogano, riflette come se stesse decidendo le sorti di un treno di deportati, poi si accascia sulla poltrona di pelle umana, si sporge verso l’amica, alza il dito indice, lo muove lentamente e con sguardo paternalista  probabilmente un padre non l’ha mai ‘avuto’, perché chi ha ‘avuto’ un padre non fa il paternalista) dice: “lo faccio solo per te e per la fiducia che ho per te. Ma è l’ultima volta, io le cose le faccio bene!”.

Il nostro rimane allibito. Non ha mai visto una raffica così di astensione dall’utilizzo del messaggio-io. Il sottoprelato pare travolto dal senso di colpa per una responsabilità non ancora commessa e ancora peggio già scaricata sugli altri. Perché il sottoprelato la metta sulla fiducia? O fai la lettera e ti assumi le responsabilità, con tutti i rischi annessi e connessi, o non la fai e dici no in modo chiaro! Punto e tanti saluti. Il sottoprelato utilizza la fiducia come merce di scambio ed opzione di minaccia. Il ‘nostro’, seppur dipendente da lettere d’intenti e belloccio, mantiene un po’ di dignità familiare e decide di non starci. Ritira la richiesta e cerca di sollevare dall’imbarazzo il sottoprelato. Questi però non accetta e innesca il secondo barbaro errore clericale. Siccome è lui che detiene il potere di decidere, non può permettere che il cugino dell’amica si sostituisca a lui e, quindi, il sottoprelato riprende in mano la situazione e utilizza un’altra tecnica. Tranquillizza gli interlocutori, chiede qualche minuto di tempo per pensare e, magia delle magie, entra in scena il fantomatico ‘Consulente’ da interpellare. Sarà il Consulente a dire sì o no, perché qui, fiducia  a parte, ci sono regole da rispettare e norme da seguire. La Consulenza prima di tutto.

Il sottoprelato invita alla speranza e cerca di indorare la pillola, poi la riunione si scioglie. Dopo qualche quarto d’ora, chiama la cugina del ‘nostro’ e afferma che il Consulente ha detto no. Chi sarà questo Consulente: Gesù in persona? In ‘nostro’ resta a bocca asciutta con le sue 17 lettere d’intenti e una pessima opinione del sottoprelato; un individuo dalla smisurata sfiducia nella natura umana e una ricca schiera di Consulenti (divini).

Abuso di (senso di) responsabilità

Mai come in questa fase della storia mediatica italiana, i politici si appellano al ‘senso di responsabilità’. Non vi è una dichiarazione, da qualsiasi parte essa provenga, che non contenga il richiamo all’assunzione delle proprie responsabilità.

La locuzione non cambia dal punto di vista letterale, ma a seconda di come viene espressa, piglia di volta in volta una semantica diversa, talora metaforica, talaltra pittoresca.  Qualcuno la utilizza a mo’ di minaccia siculo/mafiosa: “quel tizio si assuma le proprie responsabilità!” (con tono perentorio e un poco incazzoso); altri, come promessa di serietà e solidità decisionale: “il nostro grande partito è abituato ad assumersi le proprie responsabilità”(con tono rassicurante e pacato); quel tale (la cariatide presidenziale) se ne serve ogni tanto per dovere istituzionale: “è bene che i partiti si assumano ciascuno le proprie responsabilità” (con tono stanco e accento napoletano). Poi, salta fuori il portavoce di turno, che preso dallo sconforto e dalla politically correct, scuote la testa e butta giù un laconico: “basterebbe che tutti si assumessero un pizzico di responsabilità”.

“Ci vuole senso di responsabilità” tutti ripetono, ma non si capisce poi bene quale sia l’orizzonte di senso a cui questa fantomatica responabilità si debba riferire e a cosa debba mirare. E’ chiaro come questa locuzione abbia sostituito la vecchia medicina: “ci vuole buon senso”. E siccome (ormai lo abbiamo capito), il buon senso manca proprio in colui che ha necessità di nominarlo, anche la responsabilità e il suo senso sono carenti in chi li evoca costantemente e se ne riempie i discorsi; in coloro che ne fanno un jingle jangle morning elettorale, pre lettorale e post-elettorale (infatti: elettorale costante=bugia perenne).

Ma ci viene da dire che la vera mandrakata non sta nello sdoganamento del vocabolo ‘responsabilità’, ma nel predicato ‘assumere’. Perché, forse, noi tutti, ascoltandolo a ripetizione, si finisca con l’illudersi che qualcuno, da qualche parte, stia riducendo il tasso di dissocupazione, assumendo lavoranti, soprattutto donne e giovani.

4. Il sorriso come una tagliola

Abbiamo più volte espresso la nostra disapprovazione circa le modalità con cui taluni baristi dei locali di intrattenimento svolgono il loro mestiere. Per aumentare i consumi di alcol e, quindi, fare cassetto, organizzano vendite promozionali come il mercoledì del litro, oppure viva lo spritz vivo, o ancora grappa moment; tutte situazioni nelle quali l’alcol è svenduto e utilizzato come veicolo per fidelizzare i giovani clienti. Tutto ciò rappresenta una forma moderna di sciacallaggio e un modo antico di sezionare la gioventù. Questi baristi considerano i giovani come povere scimmie esclusivamente orientate al divertimento, oltre che pecore consumatrici del beverone propinato.

Ma oggi, a grande richiesta, spezziamo una lancia (come si dice) a favore di questi sciacalli, perché loro almeno… sorridono al cliente! Questa breve apologia non basterà a mandarli diritti e filati nel paradiso dei baristi, ma almeno contribuirà ad alleggerirne la reputazione.

Sì, perché, questi baristi, almeno, dicevo sopra, sorridono al cliente e lo chiamano per nome. Situazione che non accade quasi mai nei bar dell’oratorio.

Quando entri in un locale parrocchiale adibito alla vendita e distribuzione di cibi e bevande, l’impatto è immediatamente sedativo. La coppia di anzianotti (richiamati in servizio, probabilmente, dopo le sollecitazioni della cariatide presidenziale sull’utilità degli anziani nella nostra società) accoglie gli avventori senza mai esprimere un qualsiasi cedimento muscolare che assomigli anche lontanamente ad un sorriso, e con la faccia dell’insofferenza stampata in viso.

Il povero avventore si cala in uno stato di crisi esistenziale e comincia a chiedersi se avesse lasciato debiti o dimenticato di fare la comunione o di riconciliarsi col buon Parroco, tanto il clima si fa pesante ed indagatorio. Poi, dribbla il bancone, raggiunge la zona giochi, incontra i coetanei e capisce che il problema non è nella sua coscienza, ma è strutturale di quel luogo.

Un sorriso accogliente potrebbe essere il modo migliore per trattenere i ragazzi in un luogo dove fortunatamente non è obbligatorio consumare. Chiamare per nome potrebbe essere un buon modo per far sentire gli altri a casa propria e, soprattutto, riconosciuti. Se non succede questo, se il barista non sorride e con la sua inequivocabile mimica facciale ti dice che non sei il benvenuto, va da sé che quando un ragazzino raggiunge il potere economico, smette di entrare al bar dell’oratorio e va altrove a comprarsi un bel sorriso e un campari passion! Perché, è decisamente meglio, almeno sul breve periodo, il sorriso da tagliola dei baristi tagliati per questo mestiere! Almeno in questi luoghi, la carenza di etica è chiara e non sepolta dietro le facce senza gioia di taluni baristi (da oratorio).

(dal verso di una canzone di Francesco de Gregori, Agnello di Dio, credo)

Porno-grazie alla pornografia

Noi la si deve ringraziare, la pornografia. E lo si fa con uno spudorato ringraziamento, un pornograzie, appunto.

Porno (leggo da un altro blog) è un vocabolo di origine greca con doppia etimologia. Dal verbo [pernemi], io vendo, e dal sostantivo [porne] meretrice. Un significato talmente complesso da meritare rispetto, anche fosse solo per questo. Ma noi si deve ringraziare la pornografia (e pure l’erotismo, il suo fratello d’alto bordo) per ragioni ben più articolate e per nulla scontate.

Innanzitutto, pornografia ed erotismo hanno permesso a numerosi individui di spacciarsi per artisti, registi e persino attori. Una sorta di riscatto del club dei falliti. Una seconda chance per tutti quelli che non riusciranno mai ad avere il proprio quarto d’ora di celebrità. La pornografia è la santità di chi non ha cervello e il buio di chi non lo utilizza.

Visitando i pornositi (e diamine, quanti ce ne sono, ma quanti e quanti ce ne sono!) è facile notare come l’arte si sia articolata in numerose categorie semantiche: amatoriale, interraziale, black and white, gonzo, gang bang, milf, tedesche, svedesi, latine, ecc ecc tanto che cliccare ‘gay e lesbiche’, sembra come comandare pasta e fagioli in un ristorante di Gualtiero Marchesi. La varietà dell’offerta ha superato quella degli ordini religiosi di suore (un grazie particolare per aver infranto anche questo record), generando la risposta ad ogni possibile versione pulsionale (un grazie particolare per la personalizzazione della risposta, degna di google).

La pornografia dimostra che non vi è limite alla varietà e alla ricombinazione di quattro, dico quattro, movimenti meccanici: su e giù, dentro e fuori. Superando di gran lunga l’arte musicale, che comincia ad essere ripetitiva pur avendo a disposizione un numero quasi doppio di dati di partenza.

Ma il ringraziamento più esteso ed intenso che dobbiamo concedere a pornografia ed erotismo riguarda il fatto che riescono a confutare la celebre citazione di Einstein secondo la quale è dalla noia che si sviluppa la creatività. Nel caso di pornografia ed erotismo, la creatività si sviluppa dalla compulsione e, caso assolutamente moderno ed inquietante, riesce a generare noia mortale. La pornografia ha determinato un nuovo paradigma liquido.

So che questo ringraziamento non aggiunge nulla alla cultura, ma come si scriveva poco sopra, si è trattato di un pornograzie. Inquietante e noioso.

Del celibato sacerdotale e di altre sciocchezze

Premetto che non sono certo un esperto di celibato e nemmeno di sacerdoti, ma vorrei lo stesso esprimere alcune parole su questo tema. Vorrei affrontarlo in modo molto parziale e superficiale, come si usa nei bar o dalla parrucchiera, dove non si parla con sussiego, ma nemmeno si lesinano sentenze.

Quando penso che un giorno i sacerdoti avranno la possibilità di sposarsi, tiro un sospiro di solllievo. Un giorno forse cesseranno di esistere preti che si spretano, preti che pagano le donne per un po’ di sesso, preti che gestiscono in modo bizzarro la propria sessualità, preti che cercano la solitudine dell’autoerotismo o dello schermo elettronico, o peggio preti così in preda alle  pulsioni da riuscire a controllarle solo palpeggiando bambini e giovani. Ovviamente il sollievo si estende anche a tutto il resto del mondo presbiteriale: cardinali, vescovi, religiosi e religiose compresi.

Penso, ingenuamente, che attraverso il matrimonio il prete possa godere di una costante e soddisfacente dose di attività sessuale e quindi giungere a quella compensazione bio-chimica da rendere perfetti la propria mente e il proprio ministero. Pensiero ingenuo, il mio. Pensiero libidinoso e riduttivo, ma, cosa volete che scriva… pensiero che circola.

Come se nei matrimoni tra laici non si registrino tutte quelle forme di cui sopra. Come se nei matrimoni le pulsioni siano perfettamente orientate e godute e non prendano mai la piega di perversioni, tradimenti e svilimenti. A dire il vero, non so dire se dei comportamenti di cui sopra, sia più abbondante la categoria dei preti, piuttosto che tutto il resto del mondo.

Ma una cosa penso di averla compresa. Quella bestia pulsionale (che può ribollire di tanto in tanto, in quel momento che è proprio bestia, come le bestie più bestie) non si cura con un rappporto duale, per quanto saldo e santificato che sia. Si cura con legami cercati intenzionalmente  in piazza, tra la gente, con un desiderio profondo di incontrare tutti gli altri.

Non è necessario che un prete si sposi, perché non è un legame duale che lo può portare alla stabilità e alla santità. Piuttosto, che rifiuti l’isolamento e borrisca quel banale ed insopportabile ‘ho bisogno dei miei spazi'; che stia lontano dalle lusinghe e dalla vanità. Un prete seducente e donnaiolo sarà sempre tale e quale, ma, stando in mezzo alla gente, proverà la luce di un legame di gruppo, multiplo e ultraculturale. Magari potrà avere anche un’erezione e qualche masturbazione, ma la bestia (se è bestia) se ne starà quieta e lui sarà felice. Se il prete fosse un prete pedofilo, vale lo stesso (giustizia posta permettendo).

Anche perché, se ci aspettiamo che il sacramento del matrimonio salvi il sacramento sacerdotale, stiamo freschi.

Proibizionismo genitoriale

Non trovo nulla di strano, o di antidemocratico, se un genitore (madre o padre che sia, oppure tutti e due insieme) desidera maggiore proibizionismo sociale. Se l’intenzione (sincera e, direi, profondamente biologica) è quella di proteggere i propri figli, come non sperare che alcuni programmi televisivi vengano proibiti? Come non aspettarsi una granitica attenzione culturale ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e quindi il divieto totale di esercizio a chi li mercifica? Impegnato a promuovere una sana alimentazione familiare, come non auspicare la cancellazione di grandi insegne che propagandano lo ‘smoke’, e lo spegnimento di negozi che spacciano nuove dipendenze. Se un padre desidera un figlio felice (con misura e serenità) come fa a non opporsi all’indifferenza educativa di un quartiere e come fa a non staccare la spina ad una rete che inonda il web di propaganda verso ogni sorta di sostanza stupefacente.
Se una madre insegna al proprio cucciolo ad attraversare la strada, come può tacere alle voci che vogliono legalizzare i cannabinoidi. Certo, qualcuno potrebbe anche dire che il thc fa bene alla salute, o che non faccia troppo male, ma sono convinto che taluni persone non sono interessate al benessere dei giovani, ma piuttosto a difendere i propri consumi (legittimo, ognuno è portato a difendere la propria droga elettiva, qualsiasi essa sia).  In queste condizioni culturali, talvolta disperate, come non evocare il proibizionismo in aiuto ai genitori? Ci sta, e su alcuni temi sarebbe necessario. Ma è pur sempre vero che la politica familiare antidroga non si gioca sul piano del binomio proibizionismo/antiproibizionismo, piuttosto su piano educativo, che per sua natura proibisce e concede, dona e toglie, in una danza non contraddittoria che regala temperanza (moderazione e sobrietà).

L’assenza di vincolo conduce alla dipendenza. Il vincolo determina la liberta’.

Il giovane professionista, nel disperato tentativo di ridurre i costi delle comunicazioni telefoniche, decise di aderire alla proposta commerciale Porcafon. Una soluzione denominata Relax No-Limits (proprio come il Sector)! Gli avrebbe permesso di effettuare telefonate illimitate verso tutti (ma proprio tutti), possedere un telefono intelligente di ultima generazione, inviare sms senza la pena di conteggiarli e la possibilità di un/una consulente telefonico/a sempre a disposizione. Tutto al prezzo prestampato di 29 € al mese per (almeno) 12 mesi.

A conti fatti, al giovane professionista, la proposta Porcafon piacque assai. Proveniva da un contratto con la concorrente Scrofafon, che lo costringeva a contare le telefonate, risparmiare sugli sms, velocizzare le chiamate, frammentare la comunicazione con l’ansia di non sforare la soglia dei consumi e non dover quindi pagare il sovrapprezzo. Con Porcafon, tutta un’altra carreggiata: strade illimitate gli si presentavano davanti; una spianata a perdita d’occhio, una tavola imbandita di ogni leccorrnia sempre fresca: la stessa sensazione che si potrebbe provare con tutto il carburante che si vuole a costo fisso mensile decisamente accettabile. Avrebbe potuto anche lui, alle feste comandate, inviare a tutti, ma proprio a tutti (in modo illimitato) sms di auguri come facevano le persone abbienti. Al giovane professionista piacque l’idea di poter finalmente telefonare in modo illimitato a parenti ed amici; già prefigurava se stesso in lunghe chiacchierate sulla spiaggia ad esprimere (finalmente) tutto quello che aveva dentro; non avrebbe più abusato del telefono aziendale, anzi avrebbe potuto restituire tutte le telefonate fatte a scrocco e regalarne anche…

Così,il giovane professionista accettò la proposta Porcafon.
In tutto Relax, venne transitato nel Nuovo Mondo alla scoperta dei suoi infiniti (s)vincoli. La libertà era a portata di smartphone, finalmente.

Dopo l’iniziale euforia telefonica, però, s’ingabbiò nello strano obbligo di sfruttare al massimo le illimitate possibilità offerte da Porcafon. E si ritrovò sempre più impegnato a telefonare, imbrigliato nella cornetta di un telefono di ultima generazione, costretto ad inviare sms a ripetizione per ricordare compleanni, feste di capodanno e persino anniversari di matrimonio (che non lo fa più nessuno).
Ne nacque una dipendenza.
E se dovesse esistere un effetto farmacologico di questa curiosa anomalia del comportamento, si tratterebbe certo di un effetto depressivo. Perché tale era il sentimento che il povero professionista sopportava tutte le volte che veniva a conoscenza che altri come lui possedevano la medesima illimitata libertà di telefonare (a tutti, ma proprio a tutti, a costo fisso, senza problemi, in totale relax).
(Padre, perché non mi aiuti a limitare l’utilizzo del telefono intelligente?)

La Droga Spot

Di seguito pubblico il link, che permette di scaricare la versione finale e completa del pptx/pdf/book LA DROGA SPOT. Tutte le note, le avvertenze e i riferimenti sono all’interno.

Il file non è leggero, le sue pagine sì. Ci vuole tempo per scaricarlo, per leggerlo qualche giornata. Un buon lettore (o lettrice) ce la può fare in un pomeriggio, mentre un cittadino europeo lo dimentica entro 15 minuti; mediamente si rimuove in quattro secondi. Buona lettura e ottima visione!

clicca qui accanto LA DROGA SPOT

Una chiesa con tante finestre!

Vado volentieri ad ascoltare Francesca, un’amica di mamma, non soltanto perché ha un simpatico senso dell’umorismo, ma perché lei non è come gli altri adulti che hanno sempre piccoli segreti e devono nascondere ciò che dicono. L’altro giorno Francesca parlava di suo figlio Vincenzo, che ha 15 anni come me e che non vuole più andare a Messa. Diceva che non era perché non ci credeva più! No. Ma perché la Messa gli faceva venire troppi rimorsi soprattutto al Padre Nostro. Diceva Vincenzo a Francesca: <<ti rendi conto, mamma, il Padre Nostro è veramente troppo. Io mi sento distrutto. Penso che la gente non capisca ciò che dice, altrimenti non oserebbe pregare “sia fatta la tua volontà”, o “perdona noi, come noi perdoniamo agli altri”. Mi fa venire le lacrime agli occhi, è troppo forte per me io non oso più dirlo>>. Penso che Vincenzo sia troppo sensibile, ma non intendo certo compatirlo o deriderlo. Perché il mio problema è molto simile al suo, anche se è un altro. Per me è piuttosto tutta la religione che è troppa. Per esempio, i discorsi dei preti. Ciò che loro dicono è bello ma ci sono quelli che danno anche fastidio. Ho l’impressione che mi dicono tutti ciò che devo fare e non posso più pensare con la mia testa. E mi sembra a volte che la religione ci tratti come bambini. Ma non è ancora questo il mio problema è che io non saprei mai essere un vero cristiano. La santità non è per me. Ho sempre l’impressione che la religione sia come una grande casa che mi vola addosso, o un treno che mi investe, oppure un vento fortissimo che mi travolge. Avete presente il crollo dei palazzi di Buster Keaton. Soltanto che lui passa attraverso le finestre. Si dice che durante le riprese tutti pregavano che non si sbagliasse  nei calcoli. Ma penso che lui avesse un bel coraggio a restare fermo e a non darsela a gambe. Francesca mi piace perché lei non si sente obbligata a difendere i preti. Francesca è convinta che anche il palazzo della religione ha grandi finestre. Mi dice: “Pensa, per esempio, a Gesù che perdona la donna adultera o che compie guarigioni; l’attività preferita di Gesù è quella di perdonare. Tu lascia cadere il palazzo addosso a te, stai fermo con coraggio e vedrai che passi attraverso le finestre”.

(liberamente tratto da ‘il diario di Andrea’)

La vita difficile di Buster Keaton (per chi ha un profilo facebook)

Interdizione e donazione, donazione ed interdizione

Parlate dell’esempio che sempre dovunque il padre vi offre: moderazione di desideri, spirito di sacrificio, trepidazione affettuosa e dedizione assoluta al benessere dei propri cari. Nei momenti di gioia e di dolore, il vostro padre è più vicino che mai: la gioia così condivisa è intensificata e approfondita, il dolore è confortato dalla certezza di poter ricevere profonda comprensione e pronto e generoso aiuto.

L’interdizione senza donazione genera oppressione, soppressione, potere disciplinare, svilimento della vita, deriva regolista. La donazione senza interdizione genera dissipazione, tracollo di eccitazione, dispersione del godimento. Il padre coniuga interdizione e donazione e incarna sia il dono del desiderio, sia la legge per regolarlo.

 

 

Spunti per giovani narratori

Mediocrità, talento e genio.

Esistono, in tutti i tempi, due letterature che procedono l’una accanto all’altra quasi estranee fra loro, una letteratura vera e propria e un’altra soltanto apparente. La prima crescendo diventa la letteratura permanente. La producono persone che vivono per la scienza e per la poesia; essa procede nel suo cammino seria  e quieta, ma in modo estremamente lento, in Europa essa produce una dozzina scarsa di opere in un secolo, le quali però rimangono. L’altra letteratura, esercitata da persone che vivono della scienza e della poesia, va avanti al galoppo, con grande chiasso degli interessati, e annualmente mette sul mercato molte migliaia di opere. Dopo pochi anni, però, viene da chiedersi: dove sono queste opere? Dove è la loro gloria così prematura e così rumorosa? Si può perciò chiamare quest’ultima letteratura che passa, l’altra letteratura che resta.

Arthur Schopenauer Sul mestiere dello scrittore e sullo stile

Raccontare, non spiegare!

Non enunciare al lettore la filosofia della strada. Fai in modo che esse emerga dai personaggi, attraverso la loro azione, il loro comportamento, i loro discorsi. Studiate Stevenson e Kipling e vedrai che si annullano e creano cose che vivono e respirano e prendono il lettore suscitando un interesse che non si spegne mai. L’atmosfera si crea sempre con l’annullamento dell’artista. Dacci dentro con le frasi forti, fresche e vivide, scrivi intensamente, non affannosamente o in modo prolisso; non raccontare, tratteggia! Dipingi! Costruisci! Crea! Meglio mille parole ben costruite che un intero romanzo di lungaggini e sciatterie. Dànnati! Dimentica te stesso e il mondo ti ricorderà.

Jack London da una lettera a un giovane ammiratore in Jack London di Irving Stone

Trappola della generalizzazione.

Quando si legge, bisogna cogliere e accarezzare i particolari. Non c’è niente di male nel chiarore lunare della generalizzazione, se viene dopo che si sono colte le solari inerzie del libro. Se si parte invece da una generalizzazione preconfezionata, si comincia dalla parte sbagliata e ci si allontana dal libro prima ancora di aver cominciato a capirlo. Non c’è niente di più noioso e di più ingiusto verso l’autore che mettersi a leggere, per esempio, Madame Bovary, con l’idea preconcetta che sia una denuncia della borghesia. Non dimentichiamo che l’opera d’arte è sempre la creazione di un mondo nuovo; per prima cosa, dovremmo studiare questo mondo nuovo il più meticolosamente possibile, come se fosse qualcosa di avviciniamo per la prima volta e che non ha alcun rapporto immediato con i mondi che già conosciamo. Una volta studiato attentamente questo mondo nuovo, allora soltanto possiamo canalizzarne i legami con altri mondi, con altri settori della conoscenza.

Vladimir Nabokov Lezioni di letteratura

 

Dio è nel dettaglio

E’ nella precisazione dei dettagli che uno scrittore rivela la propria grandezza. Una narrazione imprecisa suscita un’imprecisa attenzione da parte di chi legge. A scapito del coinvolgimento.

Importanza della lettura

Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia con un pugno in testa, perché mai lo leggiamo? Perché ci rende felici?… Mio Dio, saremo felici lo stesso, anche senza libri, e i libri che ci rendono felici, quelli all’occorrenza potremmo scriverli da soli… Un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi. Di questo sono convinto.

Franz Kafka da una lettera a Oskar Pollack