Lettera di un padre ad una madre che scrive ad un figlio che è stato bocciato

Cara Mamma ho letto la pubblica lettera che hai scritto a tuo figlio e devo ammettere che mi ha molto colpito. Ho apprezzato lo stile e la franchezza con i quali gli hai parlato, per come lo hai lasciato a decidere ‘che fare’ per molto tempo e poi lo hai aspettato al varco e senza troppo biasimo gli hai ricordato che si raccoglie quello che si semina. Poi gli hai rammentato che lo ami più di prima.

In quello che scrivi, percepisco tutto il tuo essere madre e mamma, quello strano sentimento a me così lontano di colei che fino alla fine vuole lenire le ferite della sua creatura, anche se quelle ferite sono meritate, giuste e perfino necessarie.

Contesto (passami il termine) l’uso che fai della parola sconfitta. Contro chi ha perso tuo figlio? Contro la scuola e i professori? Contro se stesso? Contro il tempo? Messa così sembra che la via e la vita di tutti i giovani siano sempre una competizione continua, e forse lo sono, dove se passi hai vinto, se non passi hai perso. Ma è davvero così? Non so definirlo, ma come padre ti dico che la via e la vita sono altro: sono percorsi di cooperazione e non di competizioni, luoghi di crescita e di esperienza, non di vincita o di sconfitta. Mi chiedo se dietro la bocciatura di un figlio ci sia la presunta sconfitta di un genitore piuttosto che il bilancio del percorso di un figlio (ma questo è un altro discorso).

Diciamo che tuo figlio ha bighellonato (almeno questo sembra, non voglio credere che il procrastinare nello studio sia stato determinato da problemi più seri a parte la pigrizia) e diciamo anche che ha avuto la sicumera di farcela lo stesso con un improbabile sprint finale. Diciamo quindi che l’atleta ha preso una meritata badilata (sopportabile per carità) che gli sarà da lezione. Ma perché lo sia veramente (da lezione intendo) è bene che il ragazzo sia lasciato nel brodo di quella delusione (l’avrà veramente percepita?). Ho l’impressione che rimarcare l’amore per tuo figlio (per me mai in discussione), in questo caso, possa scippare quel pizzico di senso di responsabilità che invece vorresti suscitare, che comunque possiede e che ha decisamente parcheggiato nei mesi precedenti. Per riallacciarmi alle parole dantesche da te citate, come posso salire le ‘scale altrui’ se mi trattengono per mano, accarezzandomi il cuore? Non c’è il rischio che io possa restare  appagato e smarrire così quel senso di fame  che invece è alla base  del mio progredire? Non so, sul punto mi sarebbe piaciuto leggere le parole del padre, non quelle della mamma. Ma non è il momento dei consigli o dei suggerimenti. La bocciatura da tempo ha perso il suo significato ‘terapeutico’ e ho apprezzato piuttosto, per una volta ogni tanto,  il fatto che non l’hai giudicata ingiusta, come capita in tante famiglie. I genitori sono spesso arroccati nella difesa ad oltranza dei figli come unico movente per la loro tutela, ma si sbagliano.

Ecco, ti lascio apprezzando sempre di più quello che hai scritto. Nella tua lettera, c’è tutto quello che una madre dovrebbe raccontare ad un figlio che è stato bocciato, meno una cosa: la narrazione del pensiero e delle intenzioni del padre. Come mai non c’è stato posto per mettere il suo punto di vista? Con affetto e rispetto, un padre.

Dell’emergenza educativa e di altre certezze.

Di alcuni aspetti della nostra cultura vi è certezza unanime: l’emergenza educativa e tutti gli annessi e connessi. Ma la stessa non è da intendere come la sventurata lista dei drammi che attaglia la nostra società, dai problemi giovanili a quelli geriatrici, dalla crisi dei valori, alla deriva tecnologica, fino alla liquidità delle nostre relazioni umane e non solo. L’emergenza educativa c’entra con tutto ciò, ma viene prima e va oltre.

L’impegno cognitivo negli ultimi decenni ci ha spinti verso l’analisi degli aspetti psicologici, personologici, psichiatrici e sociologici degli eventi umani, raggiungendo picchi di sapienza inimmaginabili e riuscendo a spiegare questi stessi fenomeni con lucidità e sapienza. Si è così svelata la  totale supremacy della psicologia sulla pedagogia, scalzando il concetto di relazione educativa come fondamento della natura relazionale dell’essere umano ed anteponendo ad essa la necessità del benessere con sé stessi, dell’autosufficienza, dell’autoreferenzialità individual, della libertà incondizionata da ogni possibile vincolo morale, ideale, profetico, ecologico e economico.

L’emergenza educativa è quindi l’improcrastinabile necessità di riappropriarsi della condizione umana per la quale l’essere in relazione significa anche educare. L’emergenza educativa non disegna la presenza dei problemi, ma l’assenza della fiducia educativa, che è fiducia nell’uomo. Non è pensabile che si debbano interrompere le relazioni umane perché non sempre sono soddisfacenti, come ogni tanto vorrebbe la psicologia. Decisamente più urgente permanervi (nelle relazioni), anche ostinatamente, con rispetto e reciprocità, come vorrebbe la pedagogia. Accettare e vivere il conflitto e le differenze, il rischio e la contaminazione.

Però è corretto anche dire che la pedagogia, se  desidera riaffermare il proprio necessario ruolo sociale, deve smettere di gestire solamente il sapere che presume di conoscere. Le univesità sono zeppe di pedagogisti che vi si sono rintanati a conservare luoghi comuni e percorsi accademici, dimenticando che il mondo delle relazioni educative è sempre più abbandonato a se stesso e privo di maestri.  L’emergenza educativa è l’assenza di testimoni e di guide paterne.

nb… e non abbiamo ancora visto niente! aspettiamoci il peggio quando anche le madri smetteranno di esserlo (madri intendo).

Teatro stabile

Fare il teatro stabile è l’obiettivo di molti teatranti.

Dopo anni di compromessi con questo o quel produttore, tale e talaltro gestore, il teatrante che si costruisce un teatro, magari sotto casa, dove lui è usciere e genio, regista e sguattero, sceneggiatore e suggeritore, ecco questo teatrante presume di avere raggiunto l’apice della carriera e finalmente ha il posto fisso. Lo scrivo pensando per analogia a quegli educatori che dopo anni di gavetta ed incertezze, magari sono riusciti a farsi assumere a tempo indeterminato in un posto pubblico, dove poi non li tocca nessuno, anche se lavorano alla metà della passione e dell’efficacia di prima. E non è un problema solo di età.

E’ che, quando il teatrante diventa stabile, poi smette anche di rischiare, di combattere e si spegne la sua creatività. Vuoi mettere se ad ogni idea di spettacolo devi lottare per convincere uno sceneggiatore che te la scriva ed una amministrazione comunale che ti conceda uno spazio desolato da scenografare ed illuminare; vuoi mettere che notti insonni per non riuscire a trovare il giusto copione  da mettere in scena, vuoi mettere che fatica elemosinare quattro euro per pagare un ballerino. Chi ha un teatro stabile sta al caldo e si sbizzarrisce nel nominarlo in modo più o meno simpatico (teatro della misticanza, della loggettina, dell’alternanza, del tre, del quattro, della betulla, teatro del soppresso e della soppressa, del maiale in caldo, ecc ecc e bla bla bla), che poi ci sono più compagnie teatrali che spettatori (vabbé), ma colui che possiede un teatro stabile smette di confliggere per l’arte e quindi di vivere. Se poi il teatro stabile (nominato nel modo più o meno simpatico) continua a vivere nell’incertezza economica e nella lotta per campare, allora non lo si chiami stabile e, piuttosto, si ringrazi la crisi che sopporta. Non si persegua la stabilità come fine ultimo del lavoro teatrale, sarebbe come in educazione essere stra-convinti di non potersi modificare in relazione con gli altri. Viva l’incertezza, viva la ricerca, viva la prova ad errori (ma solo a teatro, non in educazione).

Mi tolgo da Facebook

Antefatto

SPID è il sistema di accesso ai servizi online della Pubblica Amministrazione che consente di utilizzare un’identità digitale unica. Se sei già in possesso di un’identità digitale, accedi con le credenziali del tuo gestore ( login e password). Se non hai ancora un’identità digitale, richiedila ad uno dei gestori. Dopo qualche settimana di tentennamento ho deciso di accedere alla procedura SPID e finalmente anche io ho la mia IDENTITÀ’ DIGITALE.

Fatto

“Mi tolgo da Facebook”, “vado su facebook”, “ti vedo su Facebook” sono locuzioni che ormai fanno parte della nostra parlata semplice, ma non dicono solamente quanto le attività sociali digitali siano pervasive e simboliche del nostro modo di vivere (nel bene e nel male). Dicono anche che la nostra identità è traslata (o sta traslando) dalla corporeità all’elettronica. “Mi tolgo da Facebook” equivale ad affermare che faccio uscire la mia persona da una associazione, da una forma di partecipazione che è anche fisica, oltre che mentale, appunto perché è fatta di relazioni. Geneticamente ci stiamo modificando e ci avvinciamo sempre più all’idea di una immortalità elettronica. Anche quando il nostro corpo cesserà di respirare, noi potremo restare su Facebook, che per  quel tempo avrà già progettato un algoritmo in grado di alimentare l’identità digitale  e di tenerla viva ed immortale. Non so, terrà “vivo” il nostro profilo proiettando qualche fotografia qua e là di un archivio già predisposto in vita. Non so, con tutti i post che si scrivono, non sarà complicato definire uno ‘stile’ letterario che in modo automatico farà sintesi di pensieri, parole e valori della persona e ogni tanto pubblicherà sulla bacheca qualche aforisma del defunto, come se lo stesso fosse ancora in vita. Ma di fatto in vita lo sarà in forza di questa identità digitale.Questa non sarà solo una login o una password, bensì la sintesi di tutti i suoi prodotti digitali, che si auto proporranno in modo automatico sulla base di una successione che sarà la continuità della storia della  sua vita. La sua identità digitale socializzerà con altre identità digitali in modo meccanico (come adesso) e non si capirà più chi ha il corpo vivo o il corpo morto. Ci saranno gruppi di immortali (aperti o chiusi), pagine di immortali (pubbliche  o private), ci sarà una pensione digitale, un vitalizio persistente e la vita eterna digitale regnerà.

Conclusione

Siccome la vita eterna digitale così congegnata non pare  assicurare l’altro grande ed essenziale aspetto post-mortem,  che è il riposo eterno (saremo infatti costretti ad una continua e frenetica attività digitale). E considerato che ho un desiderio estremo di tale riposo eterno, direi che è meglio non tanto “togliersi da Facebook”, quanto piuttosto “cancellare la bacheca”. Chissà, se almeno utilizzando termini più appropriati si riuscirà a rallentare questo irreversibile processo.

 

Educare quando tutti intorno fanno terrore.

La trama è molto semplice. Padre e figlio camminano verso la costa e (si spera) il sole di un’America ingrigita ed intossicata da una catastrofe apocalittica, dove uomini cattivi scorribandano alla ricerca di cibo. Il padre ha istruito il figlio su come utilizzare le ultime due pallottole della vecchia pistola a tamburo: gli raccomanda di non cadere vivo nelle mani dei cannibali. Gli raccomanda anche di non smettere di cercare gli uomini buoni, che da qualche parte si nascondono.

La strada, il libro di Cormac McCarthy, uno step-road movie post atomico, ci induce così ad educare al tempo del terrorismo per non esserne vittime. L’autore scrive di un mondo di vero terrore, senza passato e senza futuro; dove sono cadute tutte le certezze: le sbarre alle finestre non tengono più e le porte blindate sono sfondate, non ci sono medicine, droghe, protesi elettroniche. Uno scenario neanche immaginabile per la maggior parte di noi e per niente auspicabile. Chiunque potrebbe morire in ogni momento e di morte violenta: esploso, sparato o divorato dai propri simili. Proprio come ai tempi del terrorismo. Non c’è il sole e anche le più semplici quotidianità sono una sgobbata da compiere, e se vuoi tirare avanti, devi puntare all’essenziale, come in un lager.  Solo che lì tutto è un infinito lager. Nella storia di McCarthy la madre del giovane protagonista abbandona la chiesa domestica, il figlio e il marito, per dissolversi nel buio: persino la maternità si arrende, e se la maternità fugge, c’è poco da stare allegri. (E pensare che solo ieri ne era la sua festa!)

Resta il padre a camminare accanto al figlio in un viaggio maieutico che sembra senza senso verso l’ignoto. Un padre debole, malato, che azzarda mille risposte, e a tratti anche lui ha pensieri cattivi. Un padre che ha però un solo obiettivo: accompagnare il figlio, perché pensa: “se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato”.

I genitori si interrogano sull’opportunità di parlare di terrorismo ai figli; ci si chiede se disattivare il segnale del necrologio quotidiano dei caduti dell’Isis o quali possano essere le parole corrette da usare in base all’età per spiegare le bombe sui treni e altri fattacci. Alcuni genitori si scandalizzano perché timidi docenti assolvono il compito di parlarne in classe, annunciando psico traumi nei propri pargoli. E i professionisti della relazione di aiuto si sbizzarriscono. Alcuni si arrabbiano con gli arabi, altri fanno distinguo tra integralisti e moderati.  Molti sopportano la disperazione che provano di fronte a questi eventi e la camuffano con il divertissement esasperato. Altri non escono di casa, rinunciano alla caparra della vacanza in Egitto ed denunciano la necessità di militarizzare le stazioni, perché ciò che conta è la percezione del rischio, non il rischio reale. Il terrorismo fa tremare le nostre certezze e il nostro esasperato benessere. Diciamolo: il clima di terrore mina in profondità le relazioni umane e il senso della socialità vera. E ci fa credere che non possiamo e che non dobbiamo più prendercene cura. Ci fa credere di non essere più capaci di educare.

Per fortuna c’è l’essenza dell’educazione di un misero padre, che tra mille terrori ed errori raggiunge la costa e si permette pure un bagno di sollievo con il figlio. Forse, in un disperato (e umano) desiderio di persistenza, colui che guarda alle nuove generazioni come piccoli miracoli da svelare, alla fine l’ha vinta. Ma non dura molto, il terrore è ancora lì e, dopo poco, tragicamente, anche la paternità muore. Il terrorismo ha vinto e tutto sembra ancora più oscuro e vano. Ma è proprio lì che la verità s’impone. Il figlio, rimasto solo nel mondo cattivo, incontra una famiglia di persone buone che lo accoglie. La strada prosegue e l’educazione imperfetta del padre imperfetto è premiata. Finalmente il lieto fine.

Vogliamo educare i giovani ai tempi del terrorismo? Non perdiamo di vista che ci sono sempre persone buone-  nascoste da qualche parte, magari molto vicino a noi – e prendiamo atto che il senso religioso, comunque, prende forma con ostinazione nelle nostre vite. Perfino (e soprattutto) nel catastrofico romanzo di McCarthy.

L’uomo che si gioca il Cielo a Dadi

Introduzione alla serata sparsa prevista per il 25 maggio 2016, Brescia, Sala Piamarta, via San Faustino 74, ore 20.30.

Il titolo che abbiamo scelto per questa serata è rapinato da una canzone di Roberto Vecchioni, che il cantautore ha presentato al Festival di Sanremo del 1973, per la cronaca arrivò settima.

Vecchioni racconta la storia del proprio  padre come di un dissoluto e probabile giocatore d’azzardo, tanto, che dopo un’ipotetica morte, lo immagina, una volta in cielo, a giocare a dadi con Dio. Forse mettendo sul piatto del banco, che so, la vita eterna…

Per noi il titolo della canzone, che vi invito comunque ad ascoltare o riascoltare, è stata di ispirazione per connettere il gioco d’azzardo al tema del Sacro.

Lo facciamo con don Giacomo Canobbio, teologo, che credo non abbia bisogno di presentazione. Non so se mai il nostro ospite sia stato chiamato ad affrontare questo tema, non a “a discutere di Sacro”, quanto di “Gioco d’Azzardo”, e in ogni caso  sono io il primo curioso su quanto sarà detto stasera.

Una volta, un caro amico mi disse di immaginarsi l’Inferno come una attrezzatissima Sala Slot che lo vedeva incatenato a giocare compulsivamente e freneticamente. Non era una bella immagine e ricordo di aver pensato all’inferno di Dante e alla legge del contrappasso, in questo caso per analogia. Allora ho chiesto a quel mio amico se si fosse mai immaginato il Paradiso. Lui ci ha pensato un po’ e lo ha descritto come una Sala Slot attrezzatissima, con bibite fresche e ragazze seminude che le servono, ma soprattutto con una vincita garantita ogni tot giocate. Una Sala Slot insomma che paga regolarmente!

Davvero i concetti di Fede, di Sacro, di Paradiso e di Inferno sono così geneticamente modificati da aver perso ogni funzione di guida ed orientamento?

La diffusione del gioco d’azzardo ha attinenza con la Crisi del Sacro? Oppure, è lo smarrimento dell’uomo di fronte alla dimensione dell’Assoluto che può determinare questa dipendenza? Come è possibile affidarsi alla Sorte, entità impersonale, invece che a Dio, che è Persona? Come mai l’uomo e la donna non si affidano più alla Provvidenza, ma al Caso? Quali sono le differenze tra queste “forze”?

Cedo  quindi la parola a Don Giacomo Canobbio, confidando poi che la sua lezione sia da stimolo per ulteriori domande ed approfondimenti.

VI ASPETTIAMO!

Droga e Fede, fiducia nell’Uomo e in Dio!

Tanto tempo fa, quando la religione era superstizione ed animismo, la droga aiutava il contatto con l’infinito e il dialogo con gli dei. Anche oggi, molti consumatori di cannabinoidi, mentre respirano il thc, affermano che stanno cercando dio, e molti assuntori di cocaina assicurano di… diventarlo. Curioso che poi queste persone si descrivano tendenzialmente atee.

Con il passare degli anni, la religione è maturata e per viverne completamente la spiritualità, bisogna restare sobri, pienamente presenti a sé, poveri e finiti.

Nuovi studi (e nuovi incontri in Studio) dimostrano che la diffusione di principi religiosi rafforza la prevenzione all’uso di droga.

La religiosità durante il periodo dell’adolescenza e tra i  giovani adulti rafforza i fattori protettivi e indebolisce tutti quei fattori di rischio che possono spingere ad iniziare ad usare droghe.

Tanto più è alto il livello di religiosità dello studente (e di capacità educativa del suo docente di religione ed infinito) e tanto è più bassa la sua propensione all’uso smodato di alcolici o l’uso di cannabinoidi.  La religiosità porta le persone ad un maggior autocontrollo e quindi alla diminuzione di comportanti antisociali. Se poi l’esercizio della spiritualità è connesso ad attività di volontariato, allora praticamente il livello di protezione è talmente alto che il soggetto risulta disarmante e assolutamente marziano! (per fortuna tale soggetto esiste ancora)

Azz.. gli adolescenti che non credono a precetti religiosi sono: tre volte di più propensi al bere disordinato e al fumo; quattro volte di più propensi a usare marijuana  e sette volte di più a usare altri tipi di droghe (senza fonte). Liberi di farlo, qualcuno penserà. L’importante è consumare in modo marziale, pulito e corretto, senza danni; qualcuno penserà.
E’ cambiato il rapporto tra fede e droga, e la fiducia nell’Uomo sobrio deve perdurare.

L’educativa di strada è un Umanesimo (2)

Precisazioni

Vorrei spiegare cosa intendo per educativa di strada e perché propongo questo modo di dire preferendolo a locuzioni altrettanto diffuse come: lavoro di strada, animazione di strada, lavoro di comunità, interventi di bassa soglia, street-work, …, di cui la letteratura si spreca. Scopo di questa riflessione non è quello di inserirsi in un dibattito storico sul lavoro di strada genericamente inteso, ma quello di sostenere che l’educativa di strada sia il prerequisito per ogni intervento sociale di cambiamento educativo ed essa stessa azione educativa.
Per educativa di strada intendo la relazione remota e generatrice di ogni connessione educativa. Si tratta dell’incontro tra persone che manifesta la nudità e semplicità dell’evento educativo (per come possa essere vissuto in ambito professionale).
Ogni educatore dovrebbe cimentarsi in un intervento di educativa di strada per completare la propria formazione, perché è solamente attraverso essa che si può sperimentare la desertificazione dell’ambiente e quindi testare la propria strutturazione interiore. La relazione di strada è essenziale, si realizza senza fronzoli né orpelli, e quindi è quella che maggiormente è in grado di svelare l’umanità peculiare dell’operatore.
Altri interventi pedagogici possono contare su elementi di contesto e, spesso, su una ricca dotazione di strumenti, pensiamo per esempio ai docenti che hanno un’identità professionale molto definita, rispondono a bisogni espliciti e utilizzano strumenti riconosciuti come votazioni, registri di classe, libri di testo, note, colloqui ecc. Oppure agli operatori che lavorano in ambiti di gravissima marginalità portando ai propri pazienti pasti e coperte calde, siringhe sterili e profilattici.
Ma tutte queste ricchezze di ruolo rischiano, in alcuni casi, di far transitare gli obiettivi di cambiamento dalla persona al contesto. Quando, per esempio, la necessità di terminare il programma scolastico e/o di mantenere l’ordine in classe ‘oscurano’ i bisogni individuali di alcuni studenti. Oppure quando il conteggio dei profilattici distribuiti diventa il principale e unico indicatore di risultato (perché contano i voti e i numeri, si dice).
L’educativa di strada, che non contempla un contratto educativo, né strumenti e neppure un ambiente di supporto, ‘costringe’ l’educatore alla relazione essenziale e non gli offre alternative.
Ecco perché l’educativa di strada è un umanesimo. Questa metodologia umanizza le persone (a cominciare dall’educatore stesso) e le mette in condizione di svelare le intrinseche competenze relazionali, salvaguardandolo sia dalla fuga nell’individualismo, sia dal rintanamento nel contestualismo. L’educativa di strada è l’arte dell’incontro, come lo è la vita. La vita sono persone che sono in relazione tra loro.
Contrastiamo qui anche la critica più feroce secondo la quale l’educativa di strada richiederebbe doti talmente eccezionali da essere rare come la buona fede in Parlamento. In realtà essa è l’unica metodologia che potrebbe essere praticata da chiunque, persino senza studi pedagogici, perché è insita nella natura relazionale della persona.
In altre parole l’educativa di strada è un sistema di segnalazione e di significazione dell’umanità relazionale della persona.
Fin qui descritta, l’educativa di strada appare come faccenda molto intima e personale, che prima di prendere in considerazione progetti, target, obiettivi, tecniche e quant’altro, pone l’operatore di fronte a sé stesso e alle domande più umanistiche (e ri-umanizzanti): chi sono io? Da dove vengo? Dove sto andando?
In un momento successivo (immediatamente successivo) della sequenza entra in gioco l’alterità che assume sembianze diverse a seconda dell’ambiente di lavoro.
Nonostante tutte le persone potenzialmente siano bersaglio dell’educativa di strada, l’alterità che meglio ne esalta la configurazione è l’adolescenza. L’esperienza dell’educativa di strada si compie e definisce in modo completo con gli adolescenti.

L’educativa di strada è un Umanesimo (1)

Apologia dell’educativa di strada e adolescenzialismo socio-educativo

Vorrei qui difendere l’educativa di strada da una serie di critiche che le sono state mosse.
Una prima critica ne riguarda l’efficacia e in particolare il fatto che non determinerebbe modificazioni nel comportamento delle persone, come invece pare possa accadere con interventi sociali ben più composti e consolidati. Chi muove questa critica sostiene che essa sia una metodologia molto incerta ed instabile, apparentemente trionfante per gli aspetti suggestivi che evoca, ma che in breve tempo mostri tutti i suoi tranelli di fragilità, inconsistenza e nullo impatto sociale.
Vorrei controbattere a questa accusa utilizzando le stesse armi degli accusatori ed in particolare facendo leva sull’incertezza che sta alla base delle loro critiche. Se i detrattori dell’educativa di strada decretano che questa metodologia sia senza speranza perché troppo instabile ed incerta, ribatto che anche la loro posizione è incerta ed instabile.
Innanzitutto non esistono studi organici che possano smentire (e neppure confermare) che si tratti di una metodologia efficace (o inefficace), quindi ogni critica su questo versante non è comprovata. Coloro che hanno attuato interventi di educativa di strada, siano essi amministratori od operatori, e che poi li hanno abbondonati perché appunto li hanno ritenuti inutili non riescono comunque a convincermi per la limitatezza degli argomenti che sciorinano.
Molti interventi di educativa di strada sono stati abbandonati non tanto a seguito di una visione strategica ampia e storica, quanto piuttosto a causa di una volubilità tattica. Esiste anche nel lavoro sociale una sorta di vougeismo imperante che premia questa o quella metodologia per dare una patinata all’immagine dell’intervento e dell’ente che lo promuove.
L’operatore incompetente è il nemico principale dell’educativa di strada e principale fonte di critiche. Osservando molti progetti ci si rende conto di quanto elevato sia il tasso di impreparazione di base degli operatori e di attuazione (strategica e tattica). L’assenza di prerequisiti e requisiti si traduce in breve tempo nell’abbandono della metodologia e nel rifiuto in toto di essa. Le persone che criticano l’educativa di strada dopo averla provata (a magari, in un primo tempo, anche sponsorizzata e difesa) dovrebbero chiedersi in realtà se sono loro gli inefficaci e non la metodologia stessa.
E’ evidente, quindi, che i principali detrattori provengono dall’allineamento di coloro che ne sono stati i principali profeti ed innovatori . La posizione è assai bizzarra, per non dire ingenerosa, ed è sintomo di profondo adolescenzialismo socioeducativo. E’ tipico di un certo modo di interpretare l’azione sociale appassionarsi e giurare amore eterno a una metodologia nuova, credere che possa essere la panacea di tutti i mali e omnibus dove tutti possono salire e trovarvi lavoro e sollazzo. Quello stesso innamoramento necessita, poi, di essere coltivato e reso adulto e non di finire nel carniere delle passioni passeggere. Soprattutto perché ‘l’amante’ in questione si palesa come metodologia tutt’altro che malleabile, che ammette pochi compromessi e che chiede tanti sacrifici. L’adolescenza sociale che non diventa adulta e continua a vivere di pulsioni e travagli, finisce con odiare il primo amore, e lo rinnega e lo ributta nel passato scavalcandolo con altre passioni e altri travagli.
L’educativa di strada ha veramente deluso i suoi amanti? Oppure sono stati gli amanti che l’hanno acclamata, coccolata, posseduta e poi scaricata in un fosso?

Un Rappresentante di… Classe!

Le rappresentanze dei genitori presso le Scuole sono state elette! Riproponiamo un lavoro svolto qualche anno fa, ma ancora molto attuale! Si tratta di una dispensa che può aiutare i genitori a svolgere questo ruolo importante, quanto sottovalutato; decisamente in crisi, ma indispensabile!

Un rappresentante di… Classe!

Clicca il link per scaricare la dispensa (riferimenti all’interno)

Il genitore presente prossimo

Il genitore (preventivo) che abbiamo in mente assomiglia a un padre che pone limiti e dona responsabilità.
Si tratta di un tempo educativo che chiamiamo Presente Prossimo perché esprime in modo saliente la capacità dell’adulto di  aver ben presente a sé tutti gli aspetti di questa problematica e si svela come disponibile (prossimo) a mettersi in gioco.
Il genitore che abbiamo in mente è un padre che sceglie la moderazione come stile di vita, che, per quanto possibile, rifiuta i nuovi TOTEM imposti dalla società: l’automobile (la suv-onnipotenza), la televisione (la super apparenza), il lavoro come stipendio, la farmaco terapia, la politica come stupro della democrazia, la speculazione e l’eccesso come metodi di comportamento.
Il genitore che abbiamo in mente è un padre che ha letto Giovanni 8, 31-36 e ha ascoltato La libertà di Giorgio Gaber. Un padre insomma che ha capito che la libertà non è un volo senza traiettoria o una serata che comincia senza un orario di fine, oppure la presunzione di cambiare e fare ciò che si vuole; ma è la scelta di appartenere a qualcosa di più importante.
E’ un padre che ha compreso che la vera libertà non si raggiunge provando tutte le opzioni, ma stabilendo il rigore di una dimora accogliente e luminosa.
Gli individui che superano i problemi di tossicodipendenza si costringono a un percorso di rigorosa disciplina, imparando a controllare e limitare le proprie pulsioni. Queste persone hanno sperimentato il tentativo di svincolarli da ogni legame (il massimo della libertà) e si sono ritrovate disperatamente sole e ammanettate ad una sostanza o ad un oggetto.
Equivale a dire che l’eccesso nella libertà porta alla prigionia!
Non si tratta qui di impostare una pedagogia contraria alla libertà, quanto piuttosto di costruirne una che faccia del vincolo affettivo, culturale, religioso il suo punto di forza, perché questo è l’approccio preventivo più efficace.

Beati gli artisti veri, poveri in spirito!

Penso che l’arte non sia la manifestazione del disagio dell’artista. Se c’è arte, essa sta piuttosto nella sua alienazione e nel suo malessere, che sono peggio del disagio. Non è artista chi si finge disagiato e poi cede alle lusinghe del brand e del marketing. Non è artista chi necessita di proiettare le proprie opere sui social. L’artista, le sue opere, le tiene nella dimora e solo chi lo va a trovare le scopre. Non è artista chi si sollazza in spiaggia con le protesi elettroniche in mano, fingendo l’appagamento del riposo eterno senza l’atrocità della morte. L’artista è un accattone, eternamente in movimento, che se dorme è assalito da incubi e sogna quando cammina. Non prende le goccette per sentirsi bene, l’artista. Non è artista chi misconosce la miseria oppure la finge. L’artista è artista perché è povero in spirito davanti al Sacro. Punto. L’artista vero non ha un ego robusto, perché non ha bisogno di competere e il suo valore sta semmai nelle sue opere. Se una persona seduce e si appaga del proprio sguardo per avvicinare gli altri, non è un artista, è semplicemente il prodotto perfetto della nostra cultura, il miglior robot nel mondo dei robot. Ecco perché ci sono pochi artisti e tanti buffoni.

L’età dei figli!

L’amica chiese quanti anni avessero i suoi figli. Lui rispose: “nove la prima, sette il secondo”. “Bella età, gran bella età”, concluse l’amica. Già si sentiva nell’aria la nostalgia di un tempo, neanche troppo remoto, nel quale lei era genitore amata ed ascoltata dai figli. Quegli stessi che ora, invece, in piena adolescenza, la maltrattano e le contestano puntualmente difetti, dall’alito alla pelle, regole e comportamenti assodati, tanto da farla sentire vetusta. Gran bella età quella dei figli bellini, riconoscenti e sorridenti, che corrono incontro ed abbracciano ed appagano la maternità.

“Gran bella età anche la nostra” rispose allora l’amico.  E diamine e fulmini, una gran bella età quella degli -anta. Tante cose da raccontare e altrettante da compiere. E poi… guarda quanto potremmo bastare a noi stessi se solo solitari camminassimo liberi per una spiaggia.

L’età dei figli non conta. Conta per loro. Conta per aggiustare la nostalgia della facilità educativa (!?). L’età dei figli non conta in educazione quando l’età dei genitori è consapevole e (comunque) bella.

Recitare nella vita, essere se stessi a teatro

Non posso affermare di essere un attore, anche se mi è capitato di salire sul palcoscenico. Non posso dire di essere un drammaturgo, anche se mi è capitato di scrivere drammi e sceneggiature e non posso nemmeno dire di occuparmi di teatro, sociale o asociale che sia, perché semmai, nel  tempo passato, ho giusto fatto un po’ di animazione recitativa. Non sono un esperto e nemmeno penso di diventarlo. Non voglio nemmeno esercitare la celebre affermazione: “io non sono ingegnere, ma…” che irrita tanto non solo gli ingegneri, ma tutti coloro, attori compresi, che qualcosa conoscono, non tutto, ma giusto quel tanto per essere competenti nel proprio mestiere.

Tutto ciò premesso (come scrivono i Giudici nelle sentenze), posso dire che una cosa l’ho capita. C’è un momento nella recitazione, che precede la recitazione, nella quale il recitante è costretto ad essere se stesso, ed è quindi veramente vero anche se si appresta ad interpretare il totalmente altro da sé. Lo posso affermare con certezza, perché l’ho vissuto, sentito, provato. In quel momento, ci si ritrova a rientrare in sé e a cercare la coincidenza della testa con le emozioni. E’ una situazione che non si può spiegare, se non dopo averla sperimentata personalmente. L’immagine più eloquente è quella dell’eclissi, quando i corpi celesti sono perfettamente allineati da apparire “uno”. In quel momento, è come se la “palla” dellla testa andasse a coincidere con la “palla” delle pulsioni e lì ci fosse l’integrità. Il corpo dell’attore si ferma e sospende ogni azione, si fa tabula rasa di tutti i pregiudizi, e l’umanesimo viene ritrovato ed è pronto ad accogliere altre esperienze e, quindi, ad interpretare.

Nella vita dei piccoli consumi quotidiani, è difficile rientrare in se stessi ed essere se stessi, perché si è costretti ad ascoltare gli altri, a difendere la propria identità con il rischio non remoto di seppellirla. Nell’atto recitativo, bisogna denudarsi, scorticarsi di tutti i pensieri, placarsi di ogni movimento emotivo e dopo quell’istante di sano nudo piattume si riprende in mano la propria vita, procedendola.

Ecco perché tutti dovrebbero recitare a teatro, per essere se stessi nella vita, almeno una volta.

Invito Speciale – 21 giugno 2015

DSC_4014 Caro amico e lettore, ti scrivo per invitare te, la tua famiglia e i tuoi amici all’iniziativa “DISEGNI PER LA STRADA”. Nella città di Brescia, vivono gli alunni della Scuola dell’Infanzia “Passo Gavia” e nelle strade di Brescia sopravvive un gruppo di “senza dimora”, che dorme sui treni e campa di espedienti. Sono due mondi distanti e sconosciuti tra loro. Eppure si sono incontrati! Gli alunni hanno regalato i propri disegni ai “senza dimora”; questi li hanno accettati (e come si fa a rifiutare un regalo simile!) e ne hanno fatte opere d’Arte. Loro che, spesso, non hanno nè arte, nè parte. Arte? Forse no! Ma cos’è l’Arte? Se l’arte è qualcosa di bello, allora si tratta di Arte! Se l’arte è qualcosa che permette mondi diversi di incontrarsi, allora questa è Arte! Se l’Arte è un’idea buona che prende forma, allora questa  è una mostra d’Arte! “DISEGNI PER LA STRADA” è una iniziativa che parte dal semplice dono, assolutamente gratuito perché “senza valore materiale”, dei disegni dei bimbi agli “adulti senza dimora”, che hanno preso questi pezzi di fantasia e li hanno assemblati su tavole di legno (pure quelle donate) secondo una nuova elaborazione compositiva, o semplicemente messi in risalto come opere in cornice, creando in entrambi i casi “opere nuove”, che risultano dall’elaborazione collettiva tra i bimbi e gli adulti in difficoltà. DISEGNI PER LA STRADA è mostra di inclusione nella comunità e di comunicazione tra due mondi che si parlano attraverso la creatività, proponendosi poi alla collettività. Puoi decidere di visitare la mostra il 21 giugno prossimo dall 10 alle 17, in Piazza Vittoria, nel cuore bianco di Brescia. Puoi decidere di passare e completare il circuito del dono, arricchendo la tua parete preferita con un quadro di legno, colorato, vivo, che parla di bambini e di “senza dimora”, insieme. … e come chiede Stefan, senza dimora “bresciano”: “a chi pensi quando sei felice?” Grazie, DB

Cara figlia… commedia familiare sulla droga

Non vi è prevenzione specifica che (tenga e) metta radici con efficacia nella vita dei giovani, se non c’è il padre buono che ascolta, limita, corregge e sorride.

“Dove sei, oh padre, quando mi diverto e vado per il mondo? Dove sei quando rischio e mi adatto per sopravvivere alle amicizie che mi danno la vita? Se tu ci sei, io ci provo a vivere!” disse la figlia.

La specie umana è l’unica che si occupa dei propri vecchi, perché ci sa fare coi propri giovani.

“Padre, non darmi tutto, consegnami la responsabilità delle cose buone che contano” disse ancora la figlia.

“Cara figlia… ti aspetto” disse il padre.

Cara figlia

Mister Bill, Dottor Bob e il grande Vlad!

Che ci fanno Bill, Bob e Valdimir Hudolin in un cimitero, alle porte di Trieste, tra il 1915 e il 1918? Discutono forse di alcol, alcolisti, guerra, morte e vita? Sì, perché la vita è la vita e dove c’è la vita non c’è la morte. La vita non è mica un sacchetto di branzini! La scheggia avrebbe potuto colpire Valenko, bolscevico del piffero, e invece ha beccato in pieno petto il grande Vladimir Hudolin, medico psichiatra e fondatore dei Centri Alcologici Territoriali-metodo Hudolin (appunto, oh oh oh). Dicevo, che ci fanno Mister Bill e il Dottor Bob, in un cimitero alle porte di Trieste, invece di stare in un gruppo di Alcolisti Anonimi a passeggiare sui Dodici Passi e a pregare le Dodici Tradizioni? Per fortuna, il cimitero è vissuto e compare il suo più prestigioso abitante, tale Franco B, un giovane di belle speranze deceduto perché un faretto alogeno lo ha colpito sulla testa, mentre recitava un monologo sul mutamento epocale, sulla gioventù avvinazzata, et altro ancora!

Bill Bob Vlad

Jenni e la ricerca della Bellezza

C’era una volta Jenni, che voleva cercare la Bellezza.
Nella sua ricerca, alcune cose le aveva già comprese. Aveva capito, per esempio, che bellezza non è apparire splendide e perfette, o trovare il consenso e attirare lo sguardo di tutti, oppure stare sulle pagine di una rivista patinata.
Se, però, non si tratta solo di una questione riferita ai contorni fisici di un individuo, cosa è la bellezza? Dove abita? Chi la possiede?
Così cominciò a viaggiare e, mentre navigava di paese in paese, interrogava numerose persone, che provenivano dalle più svariate parti della terra.
Arrivò in un grande Mercato, dove c’erano tavoli e bancarelle e si vendeva ogni tipo di mercanzia. Forse, pensò, qui riuscirò a trovare la Bellezza.
Incontrò un mercante, che le disse: “io vendo la bellezza e costa molto poco. Prendi questa pillola, ti farà vedere cose strabilianti. Vedrai la bellezza fatta persona”. Jenni prese quella pillola, chiuse gli occhi e cominciò ad avere delle allucinazioni. Si ritrovò in un giardino bellissimo con un ragazzo affascinantissimo e s’innamorò. Cercò di avvinarsi per parlare e fare conoscenza, ma mani e braccia le erano bloccate; provò a parlare e a chiamare. Urlava per farsi sentire, ma il bell’uomo non la degnava di uno sguardo. Le salirono dalla pancia angoscia e paura di stare sola e in quell’istante riaprì gli occhi, sudata e triste.
Incontrò un secondo mercante, che le disse: “il primo mercante era un impostore, ti ha ingannata. Io vendo la vera bellezza e costa ancora meno. Prendi questa droga, ti farà provare sensazioni bellissime e riposanti. Starai sempre bene e potrai dire cosa sia la bellezza”. Jenni si fece incantare dalle sue parole e prese quella droga. All’inizio la sensazione era di piacere. Le sembrava di percepire ogni sapore ed ogni rumore; annusava l’aria perfettamente e sentiva il profumo del mare e della montagna. Le venne voglia di gustare una bevanda fresca, di mangiare un gelato al cioccolato e di ascoltare della buona musica, ma sentiva gli arti bloccati ed era come se tutte quelle sensazioni fossero finte. Era come se quei rumori, sapori ed odori non avessero origine e fossero campati in aria, troppo alti per essere raggiunti. Ancora una volta, quelle sensazioni di piacere lasciarono il posto alla paura e all’angoscia. La gola si seccò e le venne una sete pazzesca. Il naso cominciò a gocciolare tanto era intasato, mentre le orecchie iniziarono a fischiare. Come di botto, si ritrovò ancora nel mercato sola come un cane randagio.
Fu così che si avvicinò un terzo mercante e le disse: “gli altri due mercanti sono degli impostori, ti hanno ingannata. Ho io quello che ti serve se vuoi la bellezza. Prendi questa polvere magica, ti darà gambe fortissime e braccia resistenti per prendere qualsiasi cosa e realizzare ogni desiderio. Jenni era perplessa, ma per la terza volta si fece incantare. Accettò e si cosparse il capo di polvere magica. Si meravigliò molto di come le sue gambe divennero forti e le sua mani veloci; correva di qua e di là, faceva tre cose insieme, e correva avanti lasciando tutti indietro. Col passare dei minuti, però, cominciò a rallentare e ad appesantirsi. Lentamente il suo corpo divenne così greve da cementarsi al pavimento. Tutti quelli che erano rimasti indietro la superarono e lei si ritrovò di nuovo sola come un cane randagio. Per la terza volta si svegliò di botto, stra sudata e stra spaventata. Scappò via da quel mercato!
Mentre aspettava l’autobus, vide passare una donna con un bambino appresso. Era una donna africana e il pargolo le era legato sulla schiena. Erano vestiti di molti colori e cantavano.
“Come sono belli!” pensò.
Tornò a casa, era serena: aveva trovato la Bellezza, la grande Bellezza.

Sulla Pedagogia (4) (La vita, amico, è l’arte dell’incontro!)

Metti che una sera nel 1969, per caso, su una panchina nel deserto, si ritrovano Luis Enriquez Bacalov, Sergio Endrigo, Vinicius de Moraes, Giuseppe Ungaretti, Toquinho, Sergio Bardotti… Un grande incontro, Samba delle Benedizione ne è la (prima) traccia

Meglio essere allegro che esser triste
Allegria è la miglior cosa che esiste
E’ così come un sole dentro il cuore
Ma se vuoi dare a un samba la bellezza
Hai bisogno di un poco di tristezza
Se, non è bello un samba, no

Se no, è come amare una donna solo bella e beh! Una
donna deve avere qualche cosa in più della bellezza.
Qualche cosa che piange, qualche cosa che ha malinconia
un’aria di amore tribolato; una bellezza che viene dalla
tristezza di sapersi donna fatta per amare, per soffrire
d’amore e per essere solo perdono

Fare un samba non è una barzelletta
Chi fa un samba così non è poeta
Il samba è preghiera, se lo vuoi
Samba è la tristezza fatta danza
Tristezza che ha sempre la speranza
Di non essere triste prima o poi.

Prendi tutti quelli che vanno in giro e scherzano con la
vita. Attento, amico! La vita è una cosa seria e non ti
sbagliare, eh? Ce n’è una sola!
Due, che sarebbe meglio, nessuno mi convincerà che ci
sono senza provarmelo con prove definitive, cioé:
certificato rilasciato dal Notaio del Cielo e sottoscritto:
Dio (e con la firma autenticata).
La vita, amico, è l’arte dell’incontro, malgrado ci siano
tanti disaccordi nella vita. C’è sempre per te una donna
in attesa, gli occhi pieni d’amore, le mani piene di
perdono: metti un poco d’amore nella tua vita, come nel
tuo samba

Metti un poco d’amore dentro un ritmo
E vedrai che nessuno al mondo vince
La bellezza che c’é in un samba, no
Perché il samba è venuto da Bahia
E se è bianco di pelle in poesia
E’ nero nell’anima e nel cuore.

Io, per esempio, il Capitano delle Indie Vinicius de  Moraes, il bianco più negro del Brasile, diretto discendente del re Xangò Saravà, cioé salve! Benedizioni, grandi sambisti del mio Brasile bianco, nero,mulatto, bello e liscio come la pelle della dea Oxum Benedizione Antonio Carlos Jobim, compagno di canzoni e caro amico che tanti samba hai viaggiato con me e
ancora tanto viaggerai!  Benedizione, Baden Powell, compagno nuovo amico nuovo che hai fatto questo samba come me: benedizione a te! Benedizione, Chico Buarque de Hollanda. Tu che non chiedi, comandi Tu che hai nel cuore una banda. Tu che appena parti, già sei arrivato! Il samba ti guardi, compare mio. E ora, tornando al portoghese, la mia lingua, voglio salutare i grandi amici del samba, in Italia, gli uomini che hanno portato il samba in Italia, gli uomini e le donne che amano il samba in Italia Benedizione, Endrigo, tu che sei e sei stato tanto amico e canti questo disco con me: benedizione, amico!
Benedizione ai bambini che hanno inciso questo disco con me, io li benedico! Benedizione, Ungaretti, che quando ti penso
M’illumino d’immenso. Tu che sei immenso, tu che sei denso, tu che sei intenso. Benedizione, Ungaretti, mio paparino e fratello!  Benedizione, Ungaretti, che sto partendo. E devo dirti addio.  Perché il samba è venuto da Bahia. E se è bianco di pelle in poesia. E’ negro nell’anima e nel cuore.”

Buon Natale Visto Planando

Le apparecchiature elettroniche fanno parte della categoria di regali più gettonata nel periodo natalizio.Tra queste, i più richiesti sono i droni, oggetti volanti che planano sulle nostre teste e ci mostrano il mondo dal punto di vista di un volatile docile, selettivo ed equilibrato. Natale 2014 è un leggero planare, che ci dona un punto di vista fisico diverso, quasi divino. A Natale Dio è con noi. Dio è tra noi. Dio è per noi. Per qualcuno, Dio è talmente tra noi da illuderlo di essere come Lui; Lui che plana sulle nostre teste e vede dall’alto tutte le nostre miserie, tutte le faccende umane che non riusciamo a raccontare e dominare. Coi nostri droni telecomandati ci mettiamo a planare, imitando la visione divina e aspirando all’onnipresenza. (Non a caso i droni sono stati inventati dai signori della guerra, che rappresentano la categoria professionale che meglio aspira all’onnipotenza divina, seguita da giornalisti, gente dello spettacolo e pubblicitari.) Se Giuseppe e Maria avessero posseduto un drone, lo avrebbero mandato in perlustrazione a Betlemme e non sarebbero finiti in una stalla. Se i pastori e i magi avessero posseduto un drone non sarebbe stato lo stesso Natale. Vuoi mettere camminare verso una meta senza la certezza del gps e l’ausilio di google Earth? Spero che il vostro Natale non sia troppo elettrotecnico ed eccessivamente robotico. Spero che non sia un Natale vissuto da drone, che plana sulle teste ed aspira alla dio-visione. Perché in verità, Gesù Bambino ci aspetta in una stalla, tra la paglia e la povertà, nel freddo di un caldo incontro. Buon Natale Visto dal Basso.

Sulla Pedagogia (3) (saperi no, sapori sì)

Lo abbiamo scritto: nella più vasta comunità di/degli uomini dotti, di/degli intellettuali, di/degli operatori economicamente salubri e validi, di/dei santoni comunisti, centristi e destrorsi, di/degli psico-socio-sinergico-sistemici, di/dei cooperanti poco cooperativi, il giudizio sulla Pedagogia è tanto laconico quanto sconfortante. A questo attacco esterno, dicevamo, fa eco lo scoraggiamento endogeno e la fuga verso le altre pseudoumanizzanti professioni, come la sociologia e la psicologia. (Non sfugga il sottile sarcasmo… ci torneremo poi). Se non è semplice fare il pedagogista, per i motivi di cui sopra (e di molti altri che si potrebbero elencare), ancora più complicato (sì sì complicato, non… complesso) è fare oggi l’educatore. Non serve certo cercare argomenti per dimostrarlo. La cronaca di tutti i giorni manifesta questa fatica tanto faticosa, che si fa sempre più, lentamente e dolcemente e soporiferamente, rinuncia e delega. Gli insegnanti che credono nell’educazione sono in via di estinzione, dipinti come anonime macchiette; i genitori che funzionano sono chiusi nel proprio successo pedagogico, dietro le ante blindate, e non cooperano coi simili; i sacerdoti stanno sempre sul pulpito, ma per dialogare preferiscono le chat e i social forum, piuttosto che le piazze e le soglie. Per molti educatori, il dialogo difficile è l’improbabile incontro. Qui non c’è più un problema di figli che si allontanano dai genitori per finire nel mondo della droga; ma di una cultura talmente disincantata e impotente nell’educazione da accettare che una persona si possa drogare consapevolmente in modo ordinato, marziale e lindo. Qui non c’è più un educatore col grattacapo perché si sente impotente nel rapporto con l’educando, ma un branco di adulti che ha perso la speranza di incidere nelle vite degli altri, di consegnare valori e saperi. Saperi no! Sapori sì, quelli sì, perché masterchef è più importante dell’educatore, e (guardare) cucinare dà più soddisfazione che nutrire la vita. Intanto Expo 2015 avanza e avanza e avanza, mattone su mattone, lasciando avanzi, vuoti a perdere e nostalgia della terra dei cachi. (to be continued)

Sulla Pedagogia (2)

Fare il Pedagogista è complicato anche perché, diciamolo, nella comunità delle scienze umanistiche e socio sanitarie, la nomea della scienza che egli persegue, ovvero la pedagogia, è assai instabile. La pedagogia non ha una buona reputazione, molti operatori non saprebbero nemmeno descriverla e, quel che è peggio, è che non si lascia nemmeno intuire, come accade invece con altre scienze come la psicologia e la sociologia. Diciamolo: la pedagogia è una scienza affetta da fragilità identitaria cronica e da acuta insicurezza epistemologica, soprattutto se la si mette a confronto con altre attività. Io stesso, me ne rendo conto con rammarico, sono più apprezzato e riconosciuto se esprimo concetti, idee e motivazioni, che sono in comune con altre professioni, piuttosto che proprie della scienza che professo. Questo dato non riguarda solo me. Noto, per esempio, che molti pedagogisti moderni non si definiscono semplicemente “pedagogisti”, quasi ne percepiscano le gracilità di cui sopra, ma sentono l’esigenza di aggiungervi un aggettivo qualificativo (pedagogista speciale, pedagogista clinico, ecc.) o un prefisso (psico-pedagogista, musico-pedagogista, etno-pedagogista, ecc.), oppure un’altra professione (Pedagogista e Formatore, Pedagogista e Mediatore, ecc.). Definirsi “Pedagogista” e basta, non è un brand e non fa must. Non buca e nemmeno acchiappa la curiosità. Tutt’altro. Appare come una faccenda culturalmente micragnosa e anche un po’ pedante, che suscita sospetto e distanza. I professionisti social sono spietati coi pedagogisti: attribuiscono luoghi comuni alla loro scienza e tanta presunzione alle loro personalità; ma l’accusa più grande riguarda il fatto che sarebbero portatori di una sapienza scarsamente originale e ripetitiva, che scimmiotta le cose dette da altri, che non crea nulla e che è assolutamente inutile, perché praticabile da tutti con un po’ di buon senso. La pedagogia e il pedagogista sono deboli dentro e fracassati fuori. Un bel vivere direi (sigh)!
(to be continued)

Sulla Pedagogia

Fare il Pedagogista è una pratica complicata. Che la pedagogia sia una pura scienza o un  metodo rigoroso, non l’ho ancora capito, ma so per certo, qualsiasi cosa sia, che per praticarla sono necessari studio, dedizione, applicazione e sacrificio. Mi viene anche da aggiungere che ci vogliono delle predisposizioni naturali, un po’ come accade con altre materie. Ci sono persone ‘portate’ per la matematica o per la ‘pittura’ e ci sono persone che non ci azzeccano (come direbbe Di Pietro) con le Lettere Antiche o con la Letteratura Straniera. Anche la Pedagogia non fa eccezione; bisogna avere il neurone (pedagogico o neurone p) per fare il pedagogista, così come bisogna avere acceso il neurone (scientifico) per fare lo scienziato. Ricordo che, negli anni ottanta, quando uno studente non aveva idea di cosa scegliere dopo la Maturità e, a causa di una qualche strana sentenza paterna, avrebbe comunque dovuto laurearsi, la scelta cadeva sempre sulla Facoltà di Economia e Commercio. Mi configuravo quel curriculum come fosse la scelta di chi non sapeva che scegliere, una specie di opzione di vita che, comunque, ti avrebbe sempre accolto anche senza il privilegio della vocazione; una specie di casello sempre aperto; un menù di scarto tutto sommato digeribile. Ho l’impressione che questa funzione (alla fine dei conti ingiuriosa), a partire dagli anni novanta, sia passata di mano, trasferendosi da Economia e Commercio a Scienze dell’Educazione e da lì a tutte le trasformazioni che questo corso universitario ha subìto negli anni. Il primo effetto di tale transazione è stato quello di vedere le Facoltà pedagogiche intasarsi di aspiranti pedagogisti senza neurone (non senza neuroni, ma senza neurone p). Con gli anni novanta, la pedagogia è diventata un bene di ‘sì largo consumo da disperdersi nel nulla e perdere di rigore scientifico e di corpo e di sostanza. I maestri e i conduttori di una volta son rimasti in pochi e sono in via di estinzione, sostituiti dalla cavalcata di una massa di professionisti dilettanti di una educazione, alla quale non resta che…evaporare.

(to be continued)

L’enigma del ciclista (cavaliere moderno)

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La pista ciclabile scorre verso la città con una leggerissima pendenza; in un tratto, la carreggiata si stringe a causa di un panettone di cemento e di un cassonetto, che non consentono il passaggio contemporaneo di due ciclisti.
Quella mattina, Giuseppe, con la sua bici vintage e un po’ scassata, si sta recando in Centro, mentre Mario sale nella direzione della collina con la sua super tecno mountain bike. I due ciclisti si stanno per incrociare e per certo, in base a come marciano, ciò avverrà proprio nel punto ristretto.
Giuseppe e Mario non si conoscono, non si sono mai visti e non hanno la minima idea di cosa passi per la testa all’altro.
Inoltre, si tenga presente che:
Giuseppe sta andando a lavorare, mentre Mario a divertirsi.
Mario è vestito molto sportivo, mentre Giuseppe ha un abbigliamento casual.
Mario sta tenendo il tempo delle sue performance e cerca di migliorarlo, mentre Giuseppe, quella mattina, è leggermente in ritardo.
Giuseppe viaggia più lento di Mario.
I freni di Giuseppe sono molto fragili e non dovrebbero essere utilizzati troppo, mentre quelli di Mario sono efficientissimi.
La postura di Giuseppe è eretta e gli permette un’ottima visibilità. L’altezza del piantone rispetto al manubrio costringe invece Mario ad una postura che gli limita la visibilità: se vuole migliorarla, Mario deve sollevare il capo.
Giuseppe e Mario non s’incrociano con lo sguardo.
Mario pedala in leggera salita, ma se dovesse rallentare o frenare, la sua capacità di ripartire sarebbe superiore a quella di Giuseppe, che pure potrebbe ripartire con il vantaggio di una leggera discesa.
Giuseppe, di mestiere, fa l’educatore di strada; mentre Mario il Direttore di Banca.
Mario si è preso una giornata di vacanza dopo un successo lavorativo molto gratificante.
Giuseppe è a conoscenza del fatto che, quella mattina, sarà convocato per definire un avanzamento di carriera.
Tutti stanno ascoltando la radio portatile con le cuffie: Giuseppe sente Radio Maria, mentre Mario Imagine di John Lennon.
Tutti e due sono cattolici, coniugati e sono ritenuti buoni padri di famiglia.

Chi dei due cederà il passo?

Cristiani e LeccaCuria

I Cristiani sono persone perbene che si occupano degli altri, perché amano il prossimo come se stessi. Oltre a non vantarsi, vanno in cerca di beatitudine e, quando c’è un samaritano ferito, lo curano senza nemmeno chiedere se fosse gay o fascista: lo curano e basta, e pagano l’albergatore affinché  continui l’opera. Passano consegne e responsabilità, insomma. Non cercano di costruire una città umanistica o a misura d’uomo, o comunista, oppure capitalista, o del benessere, perché non perseguono un fine terreno. I Cristiani non si accontentano della pace e della democrazia, nemmeno dell’amore fraterno e della solidarietà. Tutte queste attività umane molto umane hanno il loro significato, ma i Cristiani non si accontentano. Non perseguono un fine terreno. I Cristiani hanno capito che non si ama il prossimo giusto perché è giusto, ma perché si è amati da Dio. E la convinzione di essere amati viene dal fatto che quello stesso Dio si è materializzato. Non è il classico Dio che è stato predetto o iconizzato, ma è il Dio che si è incarnato ed umanizzato; talmente umanizzato da finire come solo la carne umana può finire tritata e terminata. I Cristiani quindi perseguono uno stile di vita eccezionale perché hanno capito una cosa eccezionale. La Centralità del Cristianesiomo è Cristo, l’Assoluto Amore a portata di mano e di morte.

Ecco perché i LeccaCuria non ci azzeccano nulla coi Cristiani (come direbbe Di Pietro).

Giovani & Bottiglie

Si possono incontare facilmente nei Parchi pubblici. Nella mia zona li vedo frequentemente al Parco Castelli (zona nord Brescia, a ridosso dello Stadio del pallone), nei pomeriggi di bel tempo. Si contano sulle dita di due mani. Si presentano malvestiti come lo sono i giovani d’oggi, chiusi nel silenzio digitale delle loro cuffiette audofoniche. Sono circondati di bottiglie vuote di vino, wodka e birra, rimasugli a perdere maldistribuiti sull’erba verde verde. Quei giovanotti, però, non bevono alcolici, non si sparano l’alcol etilico negli occhi, non si sballano, non vomitano e non orinano sui ciottolati. Tutt’altro, sono sobri e lucidi. Sono giovani baristi, che nel tempo libero si danno al free style volteggiando nel cielo azzurro azzurro bottiglie e cobbler shaker (o shaker francese, non ho mai capito la differenza) come giocolieri senza circo e senza maschere. Ricordano Tom Cruise in Cocktail, mitico film adolescenziale anni ottanta. Alcuni si allenano per competizioni locali e nazionali. Tra loro c’è Filippo: a scuola, qualche anno fa, era un vero lavativo. Ora è un maestro in questo strano divertente lavoro. Beata gioventù.

Maestri d’Infinito

I programmi di prevenzione nelle scuole sono sempre più innovativi e cercano di includere i docenti. Si ritiene opportuno, oltre che rivolgersi agli studenti, aiutare professori e professoresse, maestri e maestre, ad assumere un ruolo attento all’educazione e dichiaramente preventivo dei comportamenti di consumo, con l’idea che il lavoro coi docenti depositi nella scuola competenze, che poi permangono e si stabilizzano nel medesimo plesso, precarietà permettendo. Peccato, grave peccato, è che tra le figure disciplinari che vengono abitualmente coinvolte non vi siano i docenti di religione. Si discute volentieri con le discipline scientifiche e letterarie, talvolta si coinvolge il ginnico docente di educazione fisica o l’illuminata professoressa d’inglese, ma mai una volta che si consideri necessaria la docenza di religione. E vi sarebbero invece i motivi, seri e scientifici, per considerare il docente di religione, o di aternativa, il soggetto più idoneo ad occuparsi di prevenzione del consumo di droga, legale ed illegale.  Questo per un semplice motivo. Il docente di religione è decisamente il più propenso a sviluppare l’attenzione all’infinito, che è l’unico elemento in grado di contrastare la dimensione del finito, tipica dei consumi patologici e non. Certo, anche assaporando una poesia è possibile tracciare l’infinito, ma ormai i docenti di italiano hanno in gran parte smarrito il piacere di presentare le poesie ed è decisamente più comodo stare sui temi personali, confondendo l’evacuazione disarticolata dei pensieri con l’espressione dell’anima. Anche il gusto dei numeri può avvicinare all’infinito e anche lo studio della musica, e pure l’arte e la ginnastica, ma sono tutte discipline ormai vincolate ad un metodo didattico troppo arrendevole nei confronti delle lusinghe della società dei consumi, e finicono anche loro per diventare complici dello spaccio di droga. Insegnando religione, Scritture e Tradizione, è impossibile non ragionare d’infinito e quindi evitare di fare prevenzione. Qualcuno dirà che nei secoli che furono anche la religione e i suoi riti si servivano di sostanze psicotrope per comunicare con l’infinito. Ma qui non si tratta di parlare con la divinità, o averne la presunzione, ma di ascoltare Dio, e per farlo sono necessarie ampie pause di silenzio e tanta sobrietà.

La veranda sul giardino del mondo

Viaggiare in camper, ovvero con una casa mobile, equivale ad avere a disposizione, in ogni quando ed in ogni dove, una veranda per godersi le bellezze del giardino del mondo.

E lo sanno bene (quelli che ce l’hanno) quanto sia prezioso, possedere una portafinestra che si apre su una veranda, che si apre su un giardino,  dove gustare un caffe’, oppure la compagnia di qualcuno, o la lettura di una poesia.

Dovremmo abitare tutti case al piano terreno, o con grandi terrazze, dove poter sentire il giardino del mondo.

Chi vuol bene al mio giardino, vuole bene a me.

Pigrizia educativa (seppur democratica)

Gli educatori dovrebbero vincere quella pigrizia valoriale che, ahimé, pare diffondersi come fosse la massima espressione della democrazia e del rispetto. Lo stile di vita sano e gli ideali ‘positivi’ sono costantemente esposti ai pericoli del dubbio (dall’interno) e del consumismo (dall’esterno) ed è sempre più difficile tenere fede alla coscienza, che ne sollecita il rispetto. E’ vero, se una persona vive costantemente legata ai propri valori, non assume un atteggaimento tiepido nei confronti degli eventi della vita e della società, ed è probabile che diventi più sicura in essi e che, quando avrà di che morire, camperà più serenamente; tale persona, almeno, prende le distanze dagli spiriti banali: si pone in conflitto senza timori, non teme la reputazione, si muove secondo il rispetto della propria coscienza e non ha paura di ascoltarla, sopporta con delicatezza anche la disapprovazione. Ma non basta. Chi fa l’educatore di mestiere non si può accontentare di tutto questo. Se l’educatore di mestiere ama l’incontro e la contaminazione e sa che solo attraverso questi passaggi ritiene di custodire il proprio umanesimo, cerca e crea legami e si unisce a chi li condivide, pur conoscendo approfonditamente le posizioni opposte.

Esiste, invece, una pigrizia valoriale che vede gli educatori assumere un atteggiamento tiepido nei confronti del conflitto ed evitante nei confronti degli oppositori. Ciò è constatabile, per esempio, nell’approccio alla prevenzione dei consumi giovanili. In nome di una falsa democrazia, taluni educatori di mestiere non sono assertivi nello spiegare i valori di temperanza e sobrietà. Girano loro attorno per timore di essere contestati e finiscono con il legittimare disorientamento. Non sanno che l’essere contestati è un sano esercizio della libertà ed un indicatore non sempre negativo del proprio agire. Ma succede anche di peggio. Succede che questo atteggiamento non resti individuale, ma si estenda a questo o quel sistema, che diventa gruppo di operatori e, nei casi peggiori, cooperativa di lavoro. Così si finisce col contribuire alla diffusione della droga, invece che contenerne i consumi, con la magra consolazione di averlo fatto in modo… democratico.

Il gesto di Picasso, ovvero: il taglio del padre!*

Nel quadro (1)   (Madre e bambino, Olio su tela, 1921, Chicago), Pablo Picasso ha voluto rappresentare il simbolo di tutte le madri, quanto sia grande l’amore della mamma per il suo bambino e come è delicato il modo in cui lo protegge. Ha voluto inoltre mostrare di che cosa è fatto il mondo e come sia semplice anch’esso: la terra, il mare e il cielo. Ma questo quadro nasconde un segreto!

(1) Madre e Bambino

Il quadro Madre con Bambino di Pablo Picasso, infatti, comprendeva all’inizio la figura del padre, accovacciato anche lui sulla spiaggia. Ma, una volta terminato, a Picasso il quadro non piacque più e decise di raffigurare la madre e il bambino senza il padre.
Dall’immagine (2) (Frammento di Madre e bambino, Olio su tela, 1921, Chicago) è possibile capire come abbia fatto. A sinistra è riportata la ‘fetta’ di dipinto col padre, che il pittore ha eliminato tagliando semplicemente la tela là dove terminava la diade madre col bambino. Quello che rimane del padre, cioè la ‘fetta’ che si trovava dietro il ginocchio e i piedi della madre, è stato nascosto con un trucco: Picasso vi ha dipinto sopra il cielo, il mare e la terra.

padre tagliato
Il taglio del padre

 

Bisogna riparare al Gesto di Picasso, ovvero: il taglio del padre dalla vita familiare, che sia di spiaggia o no!

* Ispirata dall’enciclopedia I QUINDICI, vol. 13, Guardando si impara.

Non è corretto.

Non è corretto suggerire ai giovani che l’utilizzo della droga può, in qualche modo, aprire la mente o allargare la visione del mondo; oppure lucidare le percezioni, ovvero accendere la fantasia e orgasmizzare la creatività. Non è corretto e mi stupisco che molti ragazzi vi abbocchino.
Pure io, quando ero giovane e un poco ingenuo, trovai meraviglia sapere che ubriaca Faber il canto faceva e che allucinata Bob Dylan Mr Tamburine chiamava; ma ho anche sempre pensato che quelle poesie, comunque, erano nelle loro menti e che in qualche modo, prima o poi, sarebbero uscite, anche senza additivi. Fa parte del marketing e delle resistenze umane difendere ciascheduno la propria sostanza elettiva, attribuendole significati ed effetti positivi. Ecco perché si suole ricordare che Faber beveva e Bob si allucinava. Chi difende i propri consumi, poi, tende a demonizzare quelli degli altri. Chi beve birra snobba i pensionati del calicino; i pensionati del calicino danno dell’alcolista alla ragazzina che trinca vodka; gli hippy nostrani difendono le canne e danno del fungo agli eroinomani; questi ultimi dicono che la loro è la vera droga, le altre sono passeggiate. Il cocainomane si ritiene più pulito degli altri; per tutti, le sigarette fanno venire il tumore. Ogni consumatore grulla il prossimo drogato e ostenta il controllo del proprio coccodè. I mercanti spacciano anche mettendo in competizione i consumatori tra loro. Regole di mercato.
Per fortuna c’è qualcuno che resiste, che se la prende comoda e che resta a distanza dal pollaio, per scelta, per promessa o per paura. Per grazia ricevuta, c’è qualcuno che non si droga, nemmeno di chiacchiere.

Terrano Nordista e la cura dei viventi

La situazione si sarebbe dovuta gestire in modo più appropriato. Per spiegarla in maniera salubre e meno compromettente per la mia carriera, mi sono rivolto a un becchino, che mi ha raccontato la sua assurda metafora.
“Il mio giardino è bello, chi vuol bene al mio giardino, vuole bene a me”. Questo deve aver pensato il Terrano Nordista osservando il parco abbracciato alla propria dimora, frequentato da tantissime specie animali, di tutti i colori e di tutte le forme. Per lo più, bestie di passaggio: pendolari della vita e del lavoro. Poi, ci sono anche gli animali notturni, quelli che al giardino ci vanno prevalentemente quando gli altri dormono e ci vanno non già per transitarvi, ma per permanervi e rifocillarsi. Loro sì vogliono bene al giardino!
Io sto dalla parte dei fantasmi notturni che dormono nel giardino. Perché loro sono gli unici che vogliono bene alle panchine e ai sedili, l’unico tetto sul quale possono contare. Terrano Nordista non vuole bene al proprio giardino, anche se su quelle piante rare ci campa e fa campare i propri giardinieri. Infatti, se volesse bene al proprio giardino, gestirebbe meglio le aiuole e le panchine. Non lascerebbe tutto quanto alla mercé dei fantasmi. Potrebbe dedicarne al popolo della notte una o due e chiudere tutte le altre, così ce ne sarebbero meno da ripulire e sgomberare. Chissà chi dà consigli a Terrano Nordista.
I fantasmi della notte, dal canto loro, che non hanno molte pretese, si adatterebbero, perché simbolo estremo della liquidità contemporanea, anche loro prendono forma in base al contenitore. E prendono forma in base alle panchine accessibili.
Solo il becchino vuole bene al proprio giardino e anche a me. Il becchino dice che dobbiamo avere rispetto nei confronti dei morti e da questo dipende quanto un popolo sia evoluto. Non è vero! Il becchino si sbaglia. Il dovere primo lo abbiamo nei confronti dei viventi, fantasmi più o meno notturni compresi, che dormono (o dormivano) nel giardino di Terrano Nordista. Che senso ha il culto dei morti, se non ci si prende cura dei vivi?

Sono arrivato stanco

Sono arrivato stanco al matrimonio civile. Ci siamo conosciuti giovani e forti, e subito, in preda alle voglie di scoprire il mondo e di scoprire i corpi, abbiamo cominciato ad amare tanto, facendo evoluzioni, sensazioni, videoriprese. Credo che in quei quattro anni di fidanzamento, noi si abbia insaziabilmente sperimentato ogni forma e posizione; l’intelligenza e la conoscenza ci garantivano protezione e lucidità. Il rispetto reciproco regnava e nessuno di noi due avrebbe mai pensato che la ricerca potesse finire. Venivamo da famiglie forti che ci avevano sempre educato a fare le cose bene, con rispetto reciproco e dignità su tutto.
Così, sono arrivato stanco al matrimonio civile. Da quel tristissimo giorno di agosto (così lo chiama lei quando mi vuole colpire nelle reni) non sono passati che un paio d’anni e noi si era già divisi. Ognuno per la propria strada e quasi smarriti a cercar compensi affettivi su altri materassi. Mi sono fatto l’idea che ogni anno amato con fretta e furia può ammazzare il futuro di una storia.

Sono arrivato vergine

Sono arrivato vergine al matrimonio civile. Abbiamo atteso sei anni, dieci mesi e sette giorni prima di sfiorare reciprocamente i corpi uno verso l’altra. Non sono stati anni semplici. Turbamenti, pulsioni, ridondanti incursioni pornografiche attaccavano la piccola promessa e talvolta riuscivano anche a tradirla. Gli amici sinceramente maschi mi davano dello sfigato. E io non mi sentivo sfigato, di più, di più. Mi sentivo controvento e la bufera, che soffiava contro, mi sbatteva in faccia che avrei dovuto assaggiare la fragola e intingere il biscotto, perché quella sarebbe stata la prova d’amore. Prendi la donna davanti e dietro e vedrai che poi ti amerà, prima lo fai e più ci starà; più glielo dai e meno ti tradirà. Questo ed altro dicevano. Ma lei teneva duro e mi teneva sulla promessa. Le ho pensate tutte: è gay, è frigida, non la arrapo abbastanza, è invaghita di un altro, non sono abbastanza dotato, mi sta schiavizzando. Ad un certo punto della storia, è capitato (seppur in forma ben più rara) che fossi io a tenerle testa e mantenerla fedele alla nostra promessa. Infondo, anche lei aveva dei tratti di intemperanza e di imprudenza sessuale (per fortuna!).
Così, siamo arrivati vergini al matrimonio civile. Dal quel felicissimo giorno di agosto (così continua a chiamarlo lei) sono passati 47 anni e ci amiamo sempre e siamo sempre stati fedeli al quel contratto. Mi sono fatto l’idea che ogni anno trascorso avendo fede a quella promessa ci abbia garantito 10 anni di fedeltà e gioia matrimoniale, oltre ad una scoperta continua e mai sazia dei nostri corpi, che prosegue tuttora come la scoperta delle nostre anime.

Dipende… (patate sbucciate)

E’ vero. Anche io, che sono cresciuto con Abbi Dubbi e Treno di Panna, sono convinto che il relativismo  e il presente siano paradigmi culturali democratici, importanti e per certi versi anche portatori di letizia (seppur non perfetta). Sono un figlio multiplo del pluralismo e della tolleranza, valori che ho abbracciato fin dalla tenera età e che, in tutti questi anni, hanno accompagnato molti dei miei pensieri. Ho avvicinato persone molto diverse da me, viaggiato verso mondi sconosciuti, scoperto corsi d’acqua che andavano al contrario e persone che discutevano di opposti. Ho fatto molto e ho visto persone fare l’esatto contrario. E non mi sono mai arrabbiato, piuttosto ho cercato di ascoltare e ho raggiunto la conclusione che la verità si costruisce sempre insieme ad un altro, all’interno di un incontro. Nulla può essere dato per scontato, perché tutti hanno le proprie ragioni… e mi è impossibile concludere che al mondo esiste qualcuno che conosce la Verità e che sa sempre cosa è giusto e sbagliato. Il Dipende, per come lo conosco io, ha quindi un grande valore simbolico e culturale: riconosce l’incertezza della mia opinione di fronte alla complessità del mondo e dice quanto sia vano essere presuntuosi. Quindi: evviva il dipende…

Orbene, se tutto ciò è vero (e lo è), allo stesso modo non può essere accettabile in ambito educativo. Seppur resto un fan sfegatato del relativismo filosofico, antropologico, religioso…, non posso però accettarne la declinazione pedagogica. Un padre può essere pervaso da un’infinità di dubbi, ma il figlio deve conoscere sempre la sua opinione. Il pensiero del padre potrà essere sballato (meglio no), incerto (ci sta), squinternato (meglio no), corretto ed elevato (meglio), ma non dovrebbe mai esaurirsi in un laconico Dipende, anche se accompagnato da qualche locuzione accomodante e compiacente. Dipende…  è assonante a Tiepido, e nell’acqua  tiepida le patate sbucciate non si cucinano e nemmeno si conservano.

Papà moderni? Dipende…

I papà moderni vogliono vestirsi come i loro figli, parlare con loro e vogliono diventare loro amici attraverso facebook. I papà moderni sono contenti quando i figli accettano l’amicizia e cliccano ‘mi piace’ su un loro post.  Li fa sentire bene.

Se i figli moderni chiedono: “Papà, cosa preferisci: la pasta o il riso?”, loro rispondono: dipende.  Papà, ma tu voti a destra o a sinistra? Dipende…  Chi ha ragione: Renzi o Grillo? Dipende… Ma papà, in autostrada bisogna rispettare i limiti di velocità? Dipende… Ma papà, bisogna sempre dire la verità? Dipende… Papà, bisogna rispettare le altre religioni ed essere tolleranti? Dipende… Papà bisogna fermarsi per far passare i pedoni sulle strisce? Dipende… Papà, vuoi bene alla mamma? Dipende… Papà vale la pena fare sacrifici, dipende… Papà, ma Dio esiste? Dipende…

Papà, ma dipende da cosa? Dipende…

Thanks SB e le sue fonti

Il povero è beato

Certo, molte cose sono cambiate in questi ultimi decenni: circuiti elettronici ed timer hanno soppiantato il cordame nel ventre dei campanili, senza tuttavia incrementare la precisione delle sonate; l’ansia di una progettazione matematicamente europea ha sostituito il desiderio di abitare nel proprio quartiere, aumentando per altro lo stress e la frustrazione degli operatori; il bisogno di stare nella relazione con gli altri è stato scalzato dalla conquista del miglior piazzamento in gerarchia, senza rendere le persone veramente ricche; i braccianti del sud sono stati rimpiazzati dai braccianti del sud-sahara; la vanità della vanità dell’abbigliamento dei sacerdoti è considerata un doveroso atto di gusto; il fundraising ha abbandonato la carità ed è diventato pura psico-emotività; gli operai e contadini sono quasi spariti oppure si sono troppo meccanizzati, mentre il terzo settore invece di erogare servizi, ti fa il bilancio delle comptenze.

Ma tutto questo non ha fatto scoparire la gioia festosa dell’arte dell’incontro, la quale, nonostante tutto, sopravvive, perché il gerarca va in pensione, i vestiti dei preti scolorano e il povero in spirito è beato*.

* “la puntualizzazione “in spirito” perfeziona la celebrazione della povert: la formula significa non una scelta astratta e ideale bensì radicale, che parta appunto dallo “spirito” per diventare norma dell’atteggiamento concreto”, cit.

Ruminar Milano (Verso Expo 2015)

E’ logico ritenere che il fiorire di trasmissioni televisive e radiofoniche sull’arte culinaria sia strettamente connesso all’Esposizione universale di Milano del 2015 (Expo). “Nutrire il pianeta, energia per la vita” ne è lo slogan. Nella filosofia (!) di questa edizione, la salma imbalsamata della creatività umana trasla dentro la macro-metafora del cibo. L’alimentazione è celebrata e osannata, e Masterchef diviene evento globale con un seguito impressionante d’infrastrutture e finanziamenti. Una grande opportunità per l’economia! Un evento indispensabile per il rilancio e il controllo spread!  La grande bellezza della Grande Bellezza!

Ho sempre fatto molta fatica ad accettare i format televisivi che ruotano attorno al cibo. Sì, alcune trasmissioni sono simpatiche: ascoltare le chiacchiere di qualche politico locale, attorno ad una tavola imbandita, con accanto lo chef, che crea al momento, mi fa sentire il sapore del convivio e un po’ mi mette serenità. Ma finisce tutto lì. Questi personaggi discutono, mangiano e bevono, bevono e mangiano. Allora sostituisco il canale e trovo le cucine da incubo, cuochi e fiamme, i menù di benedetta, la prova del cuoco, la sfida dello chef baby, donne ai fornelli.

I cuochi sono i magistrati di Cibopoli e Milano non sarà più da bere, ma da ruminare.

Da tempo, l’umanità ha smarrito la naturale alternanza fame/sazietà e l’ha sostituita con un complicato e ordinato sistema di opulenza e spreco, che genera rifiuti e miseria. Si muore anche nella super nutrizione e il cibo può diventare un’ossessione o una malattia, ovvero una dipendenza. Se questo accade, allora l’Expo 2015 è un Cartello colombiano.

“Un pasto caldo per un povero”, sarebbe uno slogan decisamente più appropriato. Ma ce lo vedi tu (il seppur simpatico) Cannavacciuolo a cucinare scodelle di riso agli affamati di Bombay?

Prevenzione Senza Titolo e Progetti fasulli

Lavorare nella prevenzione dei comportamenti di consumo non è mai stato (e non lo è tuttora) semplice. In questi anni abbiamo visto (e condiviso) la necessità di programmare interventi, per renderci poi conto di essere in costante affanno e sempre in rincorsa di un’emergenza che ci sovrasta ed inquieta. In questi ultimi tempi la situazione si è ulteriormente acuita. Mai come in questa fase di crisi economica è urgente effettuare un bilancio, una valutazione seria e serena dei processi di prevenzione e riflettere sul loro significato e sul loro impatto in termini di cambiamento sociale.

In questi anni si sono succeduti slogan più o meno effimeri: promozione dell’agio, protagonismo giovanile, autogestione delle risorse e delle potenzialità, empowerment di comunità, educazione alla legalità, peer education, life skills education,…  Molte di queste idee sono brillanti, ma viene da chiedersi se qualcuno ne abbia veramente verificato l’efficacia. Molti progetti contano più per il peso politico e rappresentativo di chi li propone, che per il loro valore intrinseco. Tanto è che la maggior parte di essi, una volta finanziati, resta carta morta: le prestazioni non sono rigorose, perdono di qualità e le restituzioni valutative sono ancora più luminescenti dei progetti stessi. Prevenzione costruita più sull’intuizione creativa degli operatori, che sull’analisi rigorosa del bisogno di un territorio; prevenzione più legata al bisogno di espansione di questa o quell’ agenzia, che alla necessità di rinforzare, per esempio, i legami generazionali di un quartiere. Ciò si traduce in una prevenzione preconfezionata, sconnessa e orfana di territori adottivi.

La prevenzione nella quale crediamo è quella che si pensa, si progetta e si realizza a livello locale, attraverso un rapporto reale con la propria comunità e i propri giovani. Non possiamo pensare la prevenzione se non declinandola e costruendola in un territorio che si ritrova attorno, per esempio, ad una Scuola o ad una Parrocchia. I modelli di lavoro ci servono, ma se sono tradotti in un quartiere ben definito.

Non è possibile pensare a un intervento preventivo di questo genere senza riconoscere alla famiglia e ai genitori un ruolo centrale. Non basta progettare affinché un adolescente stia lontano dalla droga; non basta catalogare nuove droghe e rincorrere le nuove abitudini di consumo quando si sono già affermate, bisogna pensare anche ai genitori e al ruolo che possono agire in famiglia e nella comunità locale. Troppo spesso, in tema di prevenzione dei comportamenti di consumo, la famiglia è lasciata in secondo piano, riservandole interventi risicati e soprattutto poco efficaci in termini di coinvolgimento dei nuclei in difficoltà. E’ necessario sostenere l’esercizio del codice paterno, altrimenti i progetti perdono titolo e diventano fasulli.

nb grazie a LR per l’ispirazione e le letture sempre interessanti.

25 novembre 20emondo

Può un carnefice scrivere della propria vittima? Riesce il maschio a comprendere la violenza nei confronti della femmina? Il maltrattamento fisico, psicologico e sociale nei confronti della donna è una questione culturale? Oppure, è radicata nell’animalità primordiale e la cultura ne cerca disperatamente di allentare lo sciabordare?

Da dove viene il femminicidio? Da dove viene la violenza?

Se penso al mio essere uomo e maschio, posso credere che venga da una strana idea di gestione violenta di un certo potere. Come se la vita fosse una corsa (ad ostacoli) tra chi sottomette meglio gli altri.

Se penso al mio essere uomo e maschio, posso credere che la violenza sulle donne trovi le origini nelle frustrazioni affettive e lavorative, economiche e sociali. Come se la donna fosse un dispositivo elettronico che ragiona in modo schematico e quando non acconsente lo si prende a calci, come si fa coi flipper.

Se penso al mio essere uomo e maschio, posso credere che il femminicidio trovi l’origine nel desiderio di avere accanto qualcun’altra, che possa essere più soddisfacente e meno uguale.

Se penso alla violenza sulle donne, posso credere che dipenda da una padre che non ha curato nei figli l’amore per se stessi e per la madre; da una padre che non si è mai inchinato di fronte alla vita; che non ritiene utile rallentare l’automobile e porre i bisogni individuali dietro a quelli degli altri, senza recriminazioni. Da un padre che non ha mai dato esempio di galanteria e che è triste e arrabbiato nei confronti del proprio di padre, il quale beveva vino e imprecava tutte le rabbie per una vita mai pienamente accolta.