Giovani & Bottiglie

Si possono incontare facilmente nei Parchi pubblici. Nella mia zona li vedo frequentemente al Parco Castelli (zona nord Brescia, a ridosso dello Stadio del pallone), nei pomeriggi di bel tempo. Si contano sulle dita di due mani. Si presentano malvestiti come lo sono i giovani d’oggi, chiusi nel silenzio digitale delle loro cuffiette audofoniche. Sono circondati di bottiglie vuote di vino, wodka e birra, rimasugli a perdere maldistribuiti sull’erba verde verde. Quei giovanotti, però, non bevono alcolici, non si sparano l’alcol etilico negli occhi, non si sballano, non vomitano e non orinano sui ciottolati. Tutt’altro, sono sobri e lucidi. Sono giovani baristi, che nel tempo libero si danno al free style volteggiando nel cielo azzurro azzurro bottiglie e cobbler shaker (o shaker francese, non ho mai capito la differenza) come giocolieri senza circo e senza maschere. Ricordano Tom Cruise in Cocktail, mitico film adolescenziale anni ottanta. Alcuni si allenano per competizioni locali e nazionali. Tra loro c’è Filippo: a scuola, qualche anno fa, era un vero lavativo. Ora è un maestro in questo strano divertente lavoro. Beata gioventù.

Maestri d’Infinito

I programmi di prevenzione nelle scuole sono sempre più innovativi e cercano di includere i docenti. Si ritiene opportuno, oltre che rivolgersi agli studenti, aiutare professori e professoresse, maestri e maestre, ad assumere un ruolo attento all’educazione e dichiaramente preventivo dei comportamenti di consumo, con l’idea che il lavoro coi docenti depositi nella scuola competenze, che poi permangono e si stabilizzano nel medesimo plesso, precarietà permettendo. Peccato, grave peccato, è che tra le figure disciplinari che vengono abitualmente coinvolte non vi siano i docenti di religione. Si discute volentieri con le discipline scientifiche e letterarie, talvolta si coinvolge il ginnico docente di educazione fisica o l’illuminata professoressa d’inglese, ma mai una volta che si consideri necessaria la docenza di religione. E vi sarebbero invece i motivi, seri e scientifici, per considerare il docente di religione, o di aternativa, il soggetto più idoneo ad occuparsi di prevenzione del consumo di droga, legale ed illegale.  Questo per un semplice motivo. Il docente di religione è decisamente il più propenso a sviluppare l’attenzione all’infinito, che è l’unico elemento in grado di contrastare la dimensione del finito, tipica dei consumi patologici e non. Certo, anche assaporando una poesia è possibile tracciare l’infinito, ma ormai i docenti di italiano hanno in gran parte smarrito il piacere di presentare le poesie ed è decisamente più comodo stare sui temi personali, confondendo l’evacuazione disarticolata dei pensieri con l’espressione dell’anima. Anche il gusto dei numeri può avvicinare all’infinito e anche lo studio della musica, e pure l’arte e la ginnastica, ma sono tutte discipline ormai vincolate ad un metodo didattico troppo arrendevole nei confronti delle lusinghe della società dei consumi, e finicono anche loro per diventare complici dello spaccio di droga. Insegnando religione, Scritture e Tradizione, è impossibile non ragionare d’infinito e quindi evitare di fare prevenzione. Qualcuno dirà che nei secoli che furono anche la religione e i suoi riti si servivano di sostanze psicotrope per comunicare con l’infinito. Ma qui non si tratta di parlare con la divinità, o averne la presunzione, ma di ascoltare Dio, e per farlo sono necessarie ampie pause di silenzio e tanta sobrietà.

La veranda sul giardino del mondo

Viaggiare in camper, ovvero con una casa mobile, equivale ad avere a disposizione, in ogni quando ed in ogni dove, una veranda per godersi le bellezze del giardino del mondo.

E lo sanno bene (quelli che ce l’hanno) quanto sia prezioso, possedere una portafinestra che si apre su una veranda, che si apre su un giardino,  dove gustare un caffe’, oppure la compagnia di qualcuno, o la lettura di una poesia.

Dovremmo abitare tutti case al piano terreno, o con grandi terrazze, dove poter sentire il giardino del mondo.

Chi vuol bene al mio giardino, vuole bene a me.

Pigrizia educativa (seppur democratica)

Gli educatori dovrebbero vincere quella pigrizia valoriale che, ahimé, pare diffondersi come fosse la massima espressione della democrazia e del rispetto. Lo stile di vita sano e gli ideali ‘positivi’ sono costantemente esposti ai pericoli del dubbio (dall’interno) e del consumismo (dall’esterno) ed è sempre più difficile tenere fede alla coscienza, che ne sollecita il rispetto. E’ vero, se una persona vive costantemente legata ai propri valori, non assume un atteggaimento tiepido nei confronti degli eventi della vita e della società, ed è probabile che diventi più sicura in essi e che, quando avrà di che morire, camperà più serenamente; tale persona, almeno, prende le distanze dagli spiriti banali: si pone in conflitto senza timori, non teme la reputazione, si muove secondo il rispetto della propria coscienza e non ha paura di ascoltarla, sopporta con delicatezza anche la disapprovazione. Ma non basta. Chi fa l’educatore di mestiere non si può accontentare di tutto questo. Se l’educatore di mestiere ama l’incontro e la contaminazione e sa che solo attraverso questi passaggi ritiene di custodire il proprio umanesimo, cerca e crea legami e si unisce a chi li condivide, pur conoscendo approfonditamente le posizioni opposte.

Esiste, invece, una pigrizia valoriale che vede gli educatori assumere un atteggiamento tiepido nei confronti del conflitto ed evitante nei confronti degli oppositori. Ciò è constatabile, per esempio, nell’approccio alla prevenzione dei consumi giovanili. In nome di una falsa democrazia, taluni educatori di mestiere non sono assertivi nello spiegare i valori di temperanza e sobrietà. Girano loro attorno per timore di essere contestati e finiscono con il legittimare disorientamento. Non sanno che l’essere contestati è un sano esercizio della libertà ed un indicatore non sempre negativo del proprio agire. Ma succede anche di peggio. Succede che questo atteggiamento non resti individuale, ma si estenda a questo o quel sistema, che diventa gruppo di operatori e, nei casi peggiori, cooperativa di lavoro. Così si finisce col contribuire alla diffusione della droga, invece che contenerne i consumi, con la magra consolazione di averlo fatto in modo… democratico.

Il gesto di Picasso, ovvero: il taglio del padre!*

Nel quadro (1)   (Madre e bambino, Olio su tela, 1921, Chicago), Pablo Picasso ha voluto rappresentare il simbolo di tutte le madri, quanto sia grande l’amore della mamma per il suo bambino e come è delicato il modo in cui lo protegge. Ha voluto inoltre mostrare di che cosa è fatto il mondo e come sia semplice anch’esso: la terra, il mare e il cielo. Ma questo quadro nasconde un segreto!

(1) Madre e Bambino

Il quadro Madre con Bambino di Pablo Picasso, infatti, comprendeva all’inizio la figura del padre, accovacciato anche lui sulla spiaggia. Ma, una volta terminato, a Picasso il quadro non piacque più e decise di raffigurare la madre e il bambino senza il padre.
Dall’immagine (2) (Frammento di Madre e bambino, Olio su tela, 1921, Chicago) è possibile capire come abbia fatto. A sinistra è riportata la ‘fetta’ di dipinto col padre, che il pittore ha eliminato tagliando semplicemente la tela là dove terminava la diade madre col bambino. Quello che rimane del padre, cioè la ‘fetta’ che si trovava dietro il ginocchio e i piedi della madre, è stato nascosto con un trucco: Picasso vi ha dipinto sopra il cielo, il mare e la terra.

padre tagliato

Il taglio del padre

 

Bisogna riparare al Gesto di Picasso, ovvero: il taglio del padre dalla vita familiare, che sia di spiaggia o no!

* Ispirata dall’enciclopedia I QUINDICI, vol. 13, Guardando si impara.

Non è corretto.

Non è corretto suggerire ai giovani che l’utilizzo della droga può, in qualche modo, aprire la mente o allargare la visione del mondo; oppure lucidare le percezioni, ovvero accendere la fantasia e orgasmizzare la creatività. Non è corretto e mi stupisco che molti ragazzi vi abbocchino.
Pure io, quando ero giovane e un poco ingenuo, trovai meraviglia sapere che ubriaca Faber il canto faceva e che allucinata Bob Dylan Mr Tamburine chiamava; ma ho anche sempre pensato che quelle poesie, comunque, erano nelle loro menti e che in qualche modo, prima o poi, sarebbero uscite, anche senza additivi. Fa parte del marketing e delle resistenze umane difendere ciascheduno la propria sostanza elettiva, attribuendole significati ed effetti positivi. Ecco perché si suole ricordare che Faber beveva e Bob si allucinava. Chi difende i propri consumi, poi, tende a demonizzare quelli degli altri. Chi beve birra snobba i pensionati del calicino; i pensionati del calicino danno dell’alcolista alla ragazzina che trinca vodka; gli hippy nostrani difendono le canne e danno del fungo agli eroinomani; questi ultimi dicono che la loro è la vera droga, le altre sono passeggiate. Il cocainomane si ritiene più pulito degli altri; per tutti, le sigarette fanno venire il tumore. Ogni consumatore grulla il prossimo drogato e ostenta il controllo del proprio coccodè. I mercanti spacciano anche mettendo in competizione i consumatori tra loro. Regole di mercato.
Per fortuna c’è qualcuno che resiste, che se la prende comoda e che resta a distanza dal pollaio, per scelta, per promessa o per paura. Per grazia ricevuta, c’è qualcuno che non si droga, nemmeno di chiacchiere.

Terrano Nordista e la cura dei viventi

La situazione si sarebbe dovuta gestire in modo più appropriato. Per spiegarla in maniera salubre e meno compromettente per la mia carriera, mi sono rivolto a un becchino, che mi ha raccontato la sua assurda metafora.
“Il mio giardino è bello, chi vuol bene al mio giardino, vuole bene a me”. Questo deve aver pensato il Terrano Nordista osservando il parco abbracciato alla propria dimora, frequentato da tantissime specie animali, di tutti i colori e di tutte le forme. Per lo più, bestie di passaggio: pendolari della vita e del lavoro. Poi, ci sono anche gli animali notturni, quelli che al giardino ci vanno prevalentemente quando gli altri dormono e ci vanno non già per transitarvi, ma per permanervi e rifocillarsi. Loro sì vogliono bene al giardino!
Io sto dalla parte dei fantasmi notturni che dormono nel giardino. Perché loro sono gli unici che vogliono bene alle panchine e ai sedili, l’unico tetto sul quale possono contare. Terrano Nordista non vuole bene al proprio giardino, anche se su quelle piante rare ci campa e fa campare i propri giardinieri. Infatti, se volesse bene al proprio giardino, gestirebbe meglio le aiuole e le panchine. Non lascerebbe tutto quanto alla mercé dei fantasmi. Potrebbe dedicarne al popolo della notte una o due e chiudere tutte le altre, così ce ne sarebbero meno da ripulire e sgomberare. Chissà chi dà consigli a Terrano Nordista.
I fantasmi della notte, dal canto loro, che non hanno molte pretese, si adatterebbero, perché simbolo estremo della liquidità contemporanea, anche loro prendono forma in base al contenitore. E prendono forma in base alle panchine accessibili.
Solo il becchino vuole bene al proprio giardino e anche a me. Il becchino dice che dobbiamo avere rispetto nei confronti dei morti e da questo dipende quanto un popolo sia evoluto. Non è vero! Il becchino si sbaglia. Il dovere primo lo abbiamo nei confronti dei viventi, fantasmi più o meno notturni compresi, che dormono (o dormivano) nel giardino di Terrano Nordista. Che senso ha il culto dei morti, se non ci si prende cura dei vivi?

Sono arrivato stanco

Sono arrivato stanco al matrimonio civile. Ci siamo conosciuti giovani e forti, e subito, in preda alle voglie di scoprire il mondo e di scoprire i corpi, abbiamo cominciato ad amare tanto, facendo evoluzioni, sensazioni, videoriprese. Credo che in quei quattro anni di fidanzamento, noi si abbia insaziabilmente sperimentato ogni forma e posizione; l’intelligenza e la conoscenza ci garantivano protezione e lucidità. Il rispetto reciproco regnava e nessuno di noi due avrebbe mai pensato che la ricerca potesse finire. Venivamo da famiglie forti che ci avevano sempre educato a fare le cose bene, con rispetto reciproco e dignità su tutto.
Così, sono arrivato stanco al matrimonio civile. Da quel tristissimo giorno di agosto (così lo chiama lei quando mi vuole colpire nelle reni) non sono passati che un paio d’anni e noi si era già divisi. Ognuno per la propria strada e quasi smarriti a cercar compensi affettivi su altri materassi. Mi sono fatto l’idea che ogni anno amato con fretta e furia può ammazzare il futuro di una storia.

Sono arrivato vergine

Sono arrivato vergine al matrimonio civile. Abbiamo atteso sei anni, dieci mesi e sette giorni prima di sfiorare reciprocamente i corpi uno verso l’altra. Non sono stati anni semplici. Turbamenti, pulsioni, ridondanti incursioni pornografiche attaccavano la piccola promessa e talvolta riuscivano anche a tradirla. Gli amici sinceramente maschi mi davano dello sfigato. E io non mi sentivo sfigato, di più, di più. Mi sentivo controvento e la bufera, che soffiava contro, mi sbatteva in faccia che avrei dovuto assaggiare la fragola e intingere il biscotto, perché quella sarebbe stata la prova d’amore. Prendi la donna davanti e dietro e vedrai che poi ti amerà, prima lo fai e più ci starà; più glielo dai e meno ti tradirà. Questo ed altro dicevano. Ma lei teneva duro e mi teneva sulla promessa. Le ho pensate tutte: è gay, è frigida, non la arrapo abbastanza, è invaghita di un altro, non sono abbastanza dotato, mi sta schiavizzando. Ad un certo punto della storia, è capitato (seppur in forma ben più rara) che fossi io a tenerle testa e mantenerla fedele alla nostra promessa. Infondo, anche lei aveva dei tratti di intemperanza e di imprudenza sessuale (per fortuna!).
Così, siamo arrivati vergini al matrimonio civile. Dal quel felicissimo giorno di agosto (così continua a chiamarlo lei) sono passati 47 anni e ci amiamo sempre e siamo sempre stati fedeli al quel contratto. Mi sono fatto l’idea che ogni anno trascorso avendo fede a quella promessa ci abbia garantito 10 anni di fedeltà e gioia matrimoniale, oltre ad una scoperta continua e mai sazia dei nostri corpi, che prosegue tuttora come la scoperta delle nostre anime.

Dipende… (patate sbucciate)

E’ vero. Anche io, che sono cresciuto con Abbi Dubbi e Treno di Panna, sono convinto che il relativismo  e il presente siano paradigmi culturali democratici, importanti e per certi versi anche portatori di letizia (seppur non perfetta). Sono un figlio multiplo del pluralismo e della tolleranza, valori che ho abbracciato fin dalla tenera età e che, in tutti questi anni, hanno accompagnato molti dei miei pensieri. Ho avvicinato persone molto diverse da me, viaggiato verso mondi sconosciuti, scoperto corsi d’acqua che andavano al contrario e persone che discutevano di opposti. Ho fatto molto e ho visto persone fare l’esatto contrario. E non mi sono mai arrabbiato, piuttosto ho cercato di ascoltare e ho raggiunto la conclusione che la verità si costruisce sempre insieme ad un altro, all’interno di un incontro. Nulla può essere dato per scontato, perché tutti hanno le proprie ragioni… e mi è impossibile concludere che al mondo esiste qualcuno che conosce la Verità e che sa sempre cosa è giusto e sbagliato. Il Dipende, per come lo conosco io, ha quindi un grande valore simbolico e culturale: riconosce l’incertezza della mia opinione di fronte alla complessità del mondo e dice quanto sia vano essere presuntuosi. Quindi: evviva il dipende…

Orbene, se tutto ciò è vero (e lo è), allo stesso modo non può essere accettabile in ambito educativo. Seppur resto un fan sfegatato del relativismo filosofico, antropologico, religioso…, non posso però accettarne la declinazione pedagogica. Un padre può essere pervaso da un’infinità di dubbi, ma il figlio deve conoscere sempre la sua opinione. Il pensiero del padre potrà essere sballato (meglio no), incerto (ci sta), squinternato (meglio no), corretto ed elevato (meglio), ma non dovrebbe mai esaurirsi in un laconico Dipende, anche se accompagnato da qualche locuzione accomodante e compiacente. Dipende…  è assonante a Tiepido, e nell’acqua  tiepida le patate sbucciate non si cucinano e nemmeno si conservano.

Papà moderni? Dipende…

I papà moderni vogliono vestirsi come i loro figli, parlare con loro e vogliono diventare loro amici attraverso facebook. I papà moderni sono contenti quando i figli accettano l’amicizia e cliccano ‘mi piace’ su un loro post.  Li fa sentire bene.

Se i figli moderni chiedono: “Papà, cosa preferisci: la pasta o il riso?”, loro rispondono: dipende.  Papà, ma tu voti a destra o a sinistra? Dipende…  Chi ha ragione: Renzi o Grillo? Dipende… Ma papà, in autostrada bisogna rispettare i limiti di velocità? Dipende… Ma papà, bisogna sempre dire la verità? Dipende… Papà, bisogna rispettare le altre religioni ed essere tolleranti? Dipende… Papà bisogna fermarsi per far passare i pedoni sulle strisce? Dipende… Papà, vuoi bene alla mamma? Dipende… Papà vale la pena fare sacrifici, dipende… Papà, ma Dio esiste? Dipende…

Papà, ma dipende da cosa? Dipende…

Thanks SB e le sue fonti

Il povero è beato

Certo, molte cose sono cambiate in questi ultimi decenni: circuiti elettronici ed timer hanno soppiantato il cordame nel ventre dei campanili, senza tuttavia incrementare la precisione delle sonate; l’ansia di una progettazione matematicamente europea ha sostituito il desiderio di abitare nel proprio quartiere, aumentando per altro lo stress e la frustrazione degli operatori; il bisogno di stare nella relazione con gli altri è stato scalzato dalla conquista del miglior piazzamento in gerarchia, senza rendere le persone veramente ricche; i braccianti del sud sono stati rimpiazzati dai braccianti del sud-sahara; la vanità della vanità dell’abbigliamento dei sacerdoti è considerata un doveroso atto di gusto; il fundraising ha abbandonato la carità ed è diventato pura psico-emotività; gli operai e contadini sono quasi spariti oppure si sono troppo meccanizzati, mentre il terzo settore invece di erogare servizi, ti fa il bilancio delle comptenze.

Ma tutto questo non ha fatto scoparire la gioia festosa dell’arte dell’incontro, la quale, nonostante tutto, sopravvive, perché il gerarca va in pensione, i vestiti dei preti scolorano e il povero in spirito è beato*.

* “la puntualizzazione “in spirito” perfeziona la celebrazione della povert: la formula significa non una scelta astratta e ideale bensì radicale, che parta appunto dallo “spirito” per diventare norma dell’atteggiamento concreto”, cit.

Ruminar Milano (Verso Expo 2015)

E’ logico ritenere che il fiorire di trasmissioni televisive e radiofoniche sull’arte culinaria sia strettamente connesso all’Esposizione universale di Milano del 2015 (Expo). “Nutrire il pianeta, energia per la vita” ne è lo slogan. Nella filosofia (!) di questa edizione, la salma imbalsamata della creatività umana trasla dentro la macro-metafora del cibo. L’alimentazione è celebrata e osannata, e Masterchef diviene evento globale con un seguito impressionante d’infrastrutture e finanziamenti. Una grande opportunità per l’economia! Un evento indispensabile per il rilancio e il controllo spread!  La grande bellezza della Grande Bellezza!

Ho sempre fatto molta fatica ad accettare i format televisivi che ruotano attorno al cibo. Sì, alcune trasmissioni sono simpatiche: ascoltare le chiacchiere di qualche politico locale, attorno ad una tavola imbandita, con accanto lo chef, che crea al momento, mi fa sentire il sapore del convivio e un po’ mi mette serenità. Ma finisce tutto lì. Questi personaggi discutono, mangiano e bevono, bevono e mangiano. Allora sostituisco il canale e trovo le cucine da incubo, cuochi e fiamme, i menù di benedetta, la prova del cuoco, la sfida dello chef baby, donne ai fornelli.

I cuochi sono i magistrati di Cibopoli e Milano non sarà più da bere, ma da ruminare.

Da tempo, l’umanità ha smarrito la naturale alternanza fame/sazietà e l’ha sostituita con un complicato e ordinato sistema di opulenza e spreco, che genera rifiuti e miseria. Si muore anche nella super nutrizione e il cibo può diventare un’ossessione o una malattia, ovvero una dipendenza. Se questo accade, allora l’Expo 2015 è un Cartello colombiano.

“Un pasto caldo per un povero”, sarebbe uno slogan decisamente più appropriato. Ma ce lo vedi tu (il seppur simpatico) Cannavacciuolo a cucinare scodelle di riso agli affamati di Bombay?

Prevenzione Senza Titolo e Progetti fasulli

Lavorare nella prevenzione dei comportamenti di consumo non è mai stato (e non lo è tuttora) semplice. In questi anni abbiamo visto (e condiviso) la necessità di programmare interventi, per renderci poi conto di essere in costante affanno e sempre in rincorsa di un’emergenza che ci sovrasta ed inquieta. In questi ultimi tempi la situazione si è ulteriormente acuita. Mai come in questa fase di crisi economica è urgente effettuare un bilancio, una valutazione seria e serena dei processi di prevenzione e riflettere sul loro significato e sul loro impatto in termini di cambiamento sociale.

In questi anni si sono succeduti slogan più o meno effimeri: promozione dell’agio, protagonismo giovanile, autogestione delle risorse e delle potenzialità, empowerment di comunità, educazione alla legalità, peer education, life skills education,…  Molte di queste idee sono brillanti, ma viene da chiedersi se qualcuno ne abbia veramente verificato l’efficacia. Molti progetti contano più per il peso politico e rappresentativo di chi li propone, che per il loro valore intrinseco. Tanto è che la maggior parte di essi, una volta finanziati, resta carta morta: le prestazioni non sono rigorose, perdono di qualità e le restituzioni valutative sono ancora più luminescenti dei progetti stessi. Prevenzione costruita più sull’intuizione creativa degli operatori, che sull’analisi rigorosa del bisogno di un territorio; prevenzione più legata al bisogno di espansione di questa o quell’ agenzia, che alla necessità di rinforzare, per esempio, i legami generazionali di un quartiere. Ciò si traduce in una prevenzione preconfezionata, sconnessa e orfana di territori adottivi.

La prevenzione nella quale crediamo è quella che si pensa, si progetta e si realizza a livello locale, attraverso un rapporto reale con la propria comunità e i propri giovani. Non possiamo pensare la prevenzione se non declinandola e costruendola in un territorio che si ritrova attorno, per esempio, ad una Scuola o ad una Parrocchia. I modelli di lavoro ci servono, ma se sono tradotti in un quartiere ben definito.

Non è possibile pensare a un intervento preventivo di questo genere senza riconoscere alla famiglia e ai genitori un ruolo centrale. Non basta progettare affinché un adolescente stia lontano dalla droga; non basta catalogare nuove droghe e rincorrere le nuove abitudini di consumo quando si sono già affermate, bisogna pensare anche ai genitori e al ruolo che possono agire in famiglia e nella comunità locale. Troppo spesso, in tema di prevenzione dei comportamenti di consumo, la famiglia è lasciata in secondo piano, riservandole interventi risicati e soprattutto poco efficaci in termini di coinvolgimento dei nuclei in difficoltà. E’ necessario sostenere l’esercizio del codice paterno, altrimenti i progetti perdono titolo e diventano fasulli.

nb grazie a LR per l’ispirazione e le letture sempre interessanti.

25 novembre 20emondo

Può un carnefice scrivere della propria vittima? Riesce il maschio a comprendere la violenza nei confronti della femmina? Il maltrattamento fisico, psicologico e sociale nei confronti della donna è una questione culturale? Oppure, è radicata nell’animalità primordiale e la cultura ne cerca disperatamente di allentare lo sciabordare?

Da dove viene il femminicidio? Da dove viene la violenza?

Se penso al mio essere uomo e maschio, posso credere che venga da una strana idea di gestione violenta di un certo potere. Come se la vita fosse una corsa (ad ostacoli) tra chi sottomette meglio gli altri.

Se penso al mio essere uomo e maschio, posso credere che la violenza sulle donne trovi le origini nelle frustrazioni affettive e lavorative, economiche e sociali. Come se la donna fosse un dispositivo elettronico che ragiona in modo schematico e quando non acconsente lo si prende a calci, come si fa coi flipper.

Se penso al mio essere uomo e maschio, posso credere che il femminicidio trovi l’origine nel desiderio di avere accanto qualcun’altra, che possa essere più soddisfacente e meno uguale.

Se penso alla violenza sulle donne, posso credere che dipenda da una padre che non ha curato nei figli l’amore per se stessi e per la madre; da una padre che non si è mai inchinato di fronte alla vita; che non ritiene utile rallentare l’automobile e porre i bisogni individuali dietro a quelli degli altri, senza recriminazioni. Da un padre che non ha mai dato esempio di galanteria e che è triste e arrabbiato nei confronti del proprio di padre, il quale beveva vino e imprecava tutte le rabbie per una vita mai pienamente accolta.

Lettere d’intenti, sottoprelati e fiducia di palle

Da diversi anni, purtroppo, gli enti del terzo settore, e pure gli enti pubblici, sono costretti a partecipare a bandi a scadenza per finanziare le proprie attività. Un tempo, che tutti ricordano con rimpianto e nostalgia, quando si progettava, lo si faceva con il piglio di tentare evoluzioni sociali e  straordinarie sperimentazioni. Non a caso, i tecnici della progettazione si contavano sulle dita di mezza mano e l’arte del progettare era un lusso per pochi intimi. Poi, la famigerata crisi ha elevato (!) l’accesso ai bandi al rango di  unica possibilità non per finanziare lo straordinario megagalattico, ma per assicurare l’ordinario funzionamento di un servizio, la pagnotta e le cipolle. E per sopravvivere si progetta tutti gli anni, in tutti gli ‘angoli’, per ogni settore, alla caccia del companatico innovativo. Risultato: contratti a progetto e progettisti a contratto. Nelle pieghe di questa perversione, si è inoltre affermata una nuova professione: l’ambigua figura del procacciatore di lettere d’intenti. Si sa, maggiore è la rete sociale che partecipa alla realizzazione di un progetto e maggiore è la probabilità che sia finanziato. Ecco, la magia della lettera d’intenti: inno alla burocrazia inutile e sigillo della falsa rete. Ci sono individui che si aggirano nelle stanze del potere e promettono lettere d’intenti a raffica; ci sono enti che fotocopiano lettere d’intenti e la spacciano agli angoli delle strade a disposizione del primo progettista che di lì passa. Un vero sfacelo della cultura della rete e della collaborazione.

Dopo tale necessaria premessa, ecco la storia del nostro protagonista, che per ovvie ragioni di tutela dei dati sensibili, chiameremo semplicemente ‘nostro’. Il ‘nostro’ è uscito di senno, vero dipendente da lettera d’intenti, noto nell’area cattocomunista di Bressans (tutta Bressans è cattocomunista) come buon progettista e fisicamente niente male. Un belloccio intelligente, insomma.

Stavolta però, il ‘nostro’ è arrivato tardi, la scadenza del bando per il quale ha deciso di scrivere un progetto è vicina e nella tabella valutativa extrabando per la distribuzione dei punteggi da uno a cento, un bel gruzzolo di ‘uno’ viene accordato a chi fa più rete, colui cioè che presenta più lettete d’intenti, appunto. Il nostro ne ha già 17, un record mai eguagliato, considerato che le ha messe insieme in una settimana, svendendo chissà quale promessa. Ma si sa, quando c’è la dipendenza da lettere d’intenti, la compulsione è sconfinata.

Il ‘nostro’ ha un’intuizione, che dopo 4 secondi diventa una leggera fissa ed infine una ossessione. Decide di andare dal sottoprelato, responsabile di una nota associazione di entità educative poco identificate. Se ottiene la lettera d’intenti, oltre a raggiungere quota 18, aggiunge una tacca importante alla sua stecca:  l’associazione del sottoprelato è la mecca di ogni progettista; ottenere lì una lettera d’intenti significa vincere e mangiare pane e cipolle per un altro anno almeno. Tira fuori l’asso dalla manica. Si tratta di una cugina, amica del sottoprelato. Memore dell’antico proverbio che recita pressapoco che se vieni presentato da una cugina, hai la certezza di fare centro entro mezzanotte, il ‘nostro’ si veste di charme e va in udienza dal sottoprelato con la cugina.

Il cornacchietto con il collare bianco li riceve tutto gentile e incuriosito. I preti, siccome si annoiano moltissimo, accettano volentieri le emergenze, specie se ritengono possano provenire dalla cerchia di amici. Dopo qualche battuta falsa sul benessere, il ‘nostro’ presenta brevemente il progetto, si scusa per i tempi stretti della richiesta e passa la mano alla cugina, che tace. (Non è previsto che la cugina parli, lei deve solo tacere e suscitare fiducia). Fiducia, appunto. Il sottoprelato è uomo di potere finto. Difettando cioè tanto di intelligenza, quanto di senso pratico, ma essendo collocato per arcane ragione in questo luogo di potere, se lo gestisce come può, scrutando lo schermo elettronico (ora del cellulare, ora del computer e ogni due giri dell’I-pad), annuendo facendo finta di stare sul pezzo e allargando le braccia col vezzo di chi si arrende per ruffianarsi l’interlocutore. Il dibattito si estende e il dilemma è potente in lui: dare o non dare la lettera d’intenti? Fidarsi dell’amica e del di lei cugino, oppure stare  arroccato alla poltrona di colui che raccoglie anche dove non semina, e nulla concede?

Per un attimo, però, cede e pare dire di sì. Si muove, si alza, brancola tra la sedia e la grande scrivania di mogano, riflette come se stesse decidendo le sorti di un treno di deportati, poi si accascia sulla poltrona di pelle umana, si sporge verso l’amica, alza il dito indice, lo muove lentamente e con sguardo paternalista  probabilmente un padre non l’ha mai ‘avuto’, perché chi ha ‘avuto’ un padre non fa il paternalista) dice: “lo faccio solo per te e per la fiducia che ho per te. Ma è l’ultima volta, io le cose le faccio bene!”.

Il nostro rimane allibito. Non ha mai visto una raffica così di astensione dall’utilizzo del messaggio-io. Il sottoprelato pare travolto dal senso di colpa per una responsabilità non ancora commessa e ancora peggio già scaricata sugli altri. Perché il sottoprelato la metta sulla fiducia? O fai la lettera e ti assumi le responsabilità, con tutti i rischi annessi e connessi, o non la fai e dici no in modo chiaro! Punto e tanti saluti. Il sottoprelato utilizza la fiducia come merce di scambio ed opzione di minaccia. Il ‘nostro’, seppur dipendente da lettere d’intenti e belloccio, mantiene un po’ di dignità familiare e decide di non starci. Ritira la richiesta e cerca di sollevare dall’imbarazzo il sottoprelato. Questi però non accetta e innesca il secondo barbaro errore clericale. Siccome è lui che detiene il potere di decidere, non può permettere che il cugino dell’amica si sostituisca a lui e, quindi, il sottoprelato riprende in mano la situazione e utilizza un’altra tecnica. Tranquillizza gli interlocutori, chiede qualche minuto di tempo per pensare e, magia delle magie, entra in scena il fantomatico ‘Consulente’ da interpellare. Sarà il Consulente a dire sì o no, perché qui, fiducia  a parte, ci sono regole da rispettare e norme da seguire. La Consulenza prima di tutto.

Il sottoprelato invita alla speranza e cerca di indorare la pillola, poi la riunione si scioglie. Dopo qualche quarto d’ora, chiama la cugina del ‘nostro’ e afferma che il Consulente ha detto no. Chi sarà questo Consulente: Gesù in persona? In ‘nostro’ resta a bocca asciutta con le sue 17 lettere d’intenti e una pessima opinione del sottoprelato; un individuo dalla smisurata sfiducia nella natura umana e una ricca schiera di Consulenti (divini).

Abuso di (senso di) responsabilità

Mai come in questa fase della storia mediatica italiana, i politici si appellano al ‘senso di responsabilità’. Non vi è una dichiarazione, da qualsiasi parte essa provenga, che non contenga il richiamo all’assunzione delle proprie responsabilità.

La locuzione non cambia dal punto di vista letterale, ma a seconda di come viene espressa, piglia di volta in volta una semantica diversa, talora metaforica, talaltra pittoresca.  Qualcuno la utilizza a mo’ di minaccia siculo/mafiosa: “quel tizio si assuma le proprie responsabilità!” (con tono perentorio e un poco incazzoso); altri, come promessa di serietà e solidità decisionale: “il nostro grande partito è abituato ad assumersi le proprie responsabilità”(con tono rassicurante e pacato); quel tale (la cariatide presidenziale) se ne serve ogni tanto per dovere istituzionale: “è bene che i partiti si assumano ciascuno le proprie responsabilità” (con tono stanco e accento napoletano). Poi, salta fuori il portavoce di turno, che preso dallo sconforto e dalla politically correct, scuote la testa e butta giù un laconico: “basterebbe che tutti si assumessero un pizzico di responsabilità”.

“Ci vuole senso di responsabilità” tutti ripetono, ma non si capisce poi bene quale sia l’orizzonte di senso a cui questa fantomatica responabilità si debba riferire e a cosa debba mirare. E’ chiaro come questa locuzione abbia sostituito la vecchia medicina: “ci vuole buon senso”. E siccome (ormai lo abbiamo capito), il buon senso manca proprio in colui che ha necessità di nominarlo, anche la responsabilità e il suo senso sono carenti in chi li evoca costantemente e se ne riempie i discorsi; in coloro che ne fanno un jingle jangle morning elettorale, pre lettorale e post-elettorale (infatti: elettorale costante=bugia perenne).

Ma ci viene da dire che la vera mandrakata non sta nello sdoganamento del vocabolo ‘responsabilità’, ma nel predicato ‘assumere’. Perché, forse, noi tutti, ascoltandolo a ripetizione, si finisca con l’illudersi che qualcuno, da qualche parte, stia riducendo il tasso di dissocupazione, assumendo lavoranti, soprattutto donne e giovani.

4. Il sorriso come una tagliola

Abbiamo più volte espresso la nostra disapprovazione circa le modalità con cui taluni baristi dei locali di intrattenimento svolgono il loro mestiere. Per aumentare i consumi di alcol e, quindi, fare cassetto, organizzano vendite promozionali come il mercoledì del litro, oppure viva lo spritz vivo, o ancora grappa moment; tutte situazioni nelle quali l’alcol è svenduto e utilizzato come veicolo per fidelizzare i giovani clienti. Tutto ciò rappresenta una forma moderna di sciacallaggio e un modo antico di sezionare la gioventù. Questi baristi considerano i giovani come povere scimmie esclusivamente orientate al divertimento, oltre che pecore consumatrici del beverone propinato.

Ma oggi, a grande richiesta, spezziamo una lancia (come si dice) a favore di questi sciacalli, perché loro almeno… sorridono al cliente! Questa breve apologia non basterà a mandarli diritti e filati nel paradiso dei baristi, ma almeno contribuirà ad alleggerirne la reputazione.

Sì, perché, questi baristi, almeno, dicevo sopra, sorridono al cliente e lo chiamano per nome. Situazione che non accade quasi mai nei bar dell’oratorio.

Quando entri in un locale parrocchiale adibito alla vendita e distribuzione di cibi e bevande, l’impatto è immediatamente sedativo. La coppia di anzianotti (richiamati in servizio, probabilmente, dopo le sollecitazioni della cariatide presidenziale sull’utilità degli anziani nella nostra società) accoglie gli avventori senza mai esprimere un qualsiasi cedimento muscolare che assomigli anche lontanamente ad un sorriso, e con la faccia dell’insofferenza stampata in viso.

Il povero avventore si cala in uno stato di crisi esistenziale e comincia a chiedersi se avesse lasciato debiti o dimenticato di fare la comunione o di riconciliarsi col buon Parroco, tanto il clima si fa pesante ed indagatorio. Poi, dribbla il bancone, raggiunge la zona giochi, incontra i coetanei e capisce che il problema non è nella sua coscienza, ma è strutturale di quel luogo.

Un sorriso accogliente potrebbe essere il modo migliore per trattenere i ragazzi in un luogo dove fortunatamente non è obbligatorio consumare. Chiamare per nome potrebbe essere un buon modo per far sentire gli altri a casa propria e, soprattutto, riconosciuti. Se non succede questo, se il barista non sorride e con la sua inequivocabile mimica facciale ti dice che non sei il benvenuto, va da sé che quando un ragazzino raggiunge il potere economico, smette di entrare al bar dell’oratorio e va altrove a comprarsi un bel sorriso e un campari passion! Perché, è decisamente meglio, almeno sul breve periodo, il sorriso da tagliola dei baristi tagliati per questo mestiere! Almeno in questi luoghi, la carenza di etica è chiara e non sepolta dietro le facce senza gioia di taluni baristi (da oratorio).

(dal verso di una canzone di Francesco de Gregori, Agnello di Dio, credo)

Porno-grazie alla pornografia

Noi la si deve ringraziare, la pornografia. E lo si fa con uno spudorato ringraziamento, un pornograzie, appunto.

Porno (leggo da un altro blog) è un vocabolo di origine greca con doppia etimologia. Dal verbo [pernemi], io vendo, e dal sostantivo [porne] meretrice. Un significato talmente complesso da meritare rispetto, anche fosse solo per questo. Ma noi si deve ringraziare la pornografia (e pure l’erotismo, il suo fratello d’alto bordo) per ragioni ben più articolate e per nulla scontate.

Innanzitutto, pornografia ed erotismo hanno permesso a numerosi individui di spacciarsi per artisti, registi e persino attori. Una sorta di riscatto del club dei falliti. Una seconda chance per tutti quelli che non riusciranno mai ad avere il proprio quarto d’ora di celebrità. La pornografia è la santità di chi non ha cervello e il buio di chi non lo utilizza.

Visitando i pornositi (e diamine, quanti ce ne sono, ma quanti e quanti ce ne sono!) è facile notare come l’arte si sia articolata in numerose categorie semantiche: amatoriale, interraziale, black and white, gonzo, gang bang, milf, tedesche, svedesi, latine, ecc ecc tanto che cliccare ‘gay e lesbiche’, sembra come comandare pasta e fagioli in un ristorante di Gualtiero Marchesi. La varietà dell’offerta ha superato quella degli ordini religiosi di suore (un grazie particolare per aver infranto anche questo record), generando la risposta ad ogni possibile versione pulsionale (un grazie particolare per la personalizzazione della risposta, degna di google).

La pornografia dimostra che non vi è limite alla varietà e alla ricombinazione di quattro, dico quattro, movimenti meccanici: su e giù, dentro e fuori. Superando di gran lunga l’arte musicale, che comincia ad essere ripetitiva pur avendo a disposizione un numero quasi doppio di dati di partenza.

Ma il ringraziamento più esteso ed intenso che dobbiamo concedere a pornografia ed erotismo riguarda il fatto che riescono a confutare la celebre citazione di Einstein secondo la quale è dalla noia che si sviluppa la creatività. Nel caso di pornografia ed erotismo, la creatività si sviluppa dalla compulsione e, caso assolutamente moderno ed inquietante, riesce a generare noia mortale. La pornografia ha determinato un nuovo paradigma liquido.

So che questo ringraziamento non aggiunge nulla alla cultura, ma come si scriveva poco sopra, si è trattato di un pornograzie. Inquietante e noioso.

Del celibato sacerdotale e di altre sciocchezze

Premetto che non sono certo un esperto di celibato e nemmeno di sacerdoti, ma vorrei lo stesso esprimere alcune parole su questo tema. Vorrei affrontarlo in modo molto parziale e superficiale, come si usa nei bar o dalla parrucchiera, dove non si parla con sussiego, ma nemmeno si lesinano sentenze.

Quando penso che un giorno i sacerdoti avranno la possibilità di sposarsi, tiro un sospiro di solllievo. Un giorno forse cesseranno di esistere preti che si spretano, preti che pagano le donne per un po’ di sesso, preti che gestiscono in modo bizzarro la propria sessualità, preti che cercano la solitudine dell’autoerotismo o dello schermo elettronico, o peggio preti così in preda alle  pulsioni da riuscire a controllarle solo palpeggiando bambini e giovani. Ovviamente il sollievo si estende anche a tutto il resto del mondo presbiteriale: cardinali, vescovi, religiosi e religiose compresi.

Penso, ingenuamente, che attraverso il matrimonio il prete possa godere di una costante e soddisfacente dose di attività sessuale e quindi giungere a quella compensazione bio-chimica da rendere perfetti la propria mente e il proprio ministero. Pensiero ingenuo, il mio. Pensiero libidinoso e riduttivo, ma, cosa volete che scriva… pensiero che circola.

Come se nei matrimoni tra laici non si registrino tutte quelle forme di cui sopra. Come se nei matrimoni le pulsioni siano perfettamente orientate e godute e non prendano mai la piega di perversioni, tradimenti e svilimenti. A dire il vero, non so dire se dei comportamenti di cui sopra, sia più abbondante la categoria dei preti, piuttosto che tutto il resto del mondo.

Ma una cosa penso di averla compresa. Quella bestia pulsionale (che può ribollire di tanto in tanto, in quel momento che è proprio bestia, come le bestie più bestie) non si cura con un rappporto duale, per quanto saldo e santificato che sia. Si cura con legami cercati intenzionalmente  in piazza, tra la gente, con un desiderio profondo di incontrare tutti gli altri.

Non è necessario che un prete si sposi, perché non è un legame duale che lo può portare alla stabilità e alla santità. Piuttosto, che rifiuti l’isolamento e borrisca quel banale ed insopportabile ‘ho bisogno dei miei spazi'; che stia lontano dalle lusinghe e dalla vanità. Un prete seducente e donnaiolo sarà sempre tale e quale, ma, stando in mezzo alla gente, proverà la luce di un legame di gruppo, multiplo e unltraculturale. Magari potrà avere anche un’erezione e qualche masturbazione, ma la bestia (se è bestia) se ne starà quieta e lui sarà felice. Se il prete fosse un prete pedofilo, vale lo stesso (giustizia posta permettendo).

Anche perché, se ci aspettiamo che il sacramento del matrimonio salvi il sacramento sacerdotale, stiamo freschi.

 

Proibizionismo genitoriale

Non trovo nulla di strano, o di antidemocratico, se un genitore (madre o padre che sia, oppure tutti e due insieme) desidera maggiore proibizionismo sociale. Se l’intenzione (sincera e, direi, profondamente biologica) è quella di proteggere i propri figli, come non sperare che alcuni programmi televisivi vengano proibiti? Come non aspettarsi una granitica attenzione culturale ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e quindi il divieto totale di esercizio a chi li mercifica? Impegnato a promuovere una sana alimentazione familiare, come non auspicare la cancellazione di grandi insegne che propagandano lo ‘smoke’, e lo spegnimento di negozi che spacciano nuove dipendenze. Se un padre desidera un figlio felice (con misura e serenità) come fa a non opporsi all’indifferenza educativa di un quartiere e come fa a non staccare la spina ad una rete che inonda il web di propaganda verso ogni sorta di sostanza stupefacente.
Se una madre insegna al proprio cucciolo ad attraversare la strada, come può tacere alle voci che vogliono legalizzare i cannabinoidi. Certo, qualcuno potrebbe anche dire che il thc fa bene alla salute, o che non faccia troppo male, ma sono convinto che taluni persone non sono interessate al benessere dei giovani, ma piuttosto a difendere i propri consumi (legittimo, ognuno è portato a difendere la propria droga elettiva, qualsiasi essa sia).  In queste condizioni culturali, talvolta disperate, come non evocare il proibizionismo in aiuto ai genitori? Ci sta, e su alcuni temi sarebbe necessario. Ma è pur sempre vero che la politica familiare antidroga non si gioca sul piano del binomio proibizionismo/antiproibizionismo, piuttosto su piano educativo, che per sua natura proibisce e concede, dona e toglie, in una danza non contraddittoria che regala temperanza (moderazione e sobrietà).

L’assenza di vincolo conduce alla dipendenza. Il vincolo determina la liberta’.

Il giovane professionista, nel disperato tentativo di ridurre i costi delle comunicazioni telefoniche, decise di aderire alla proposta commerciale Porcafon. Una soluzione denominata Relax No-Limits (proprio come il Sector)! Gli avrebbe permesso di effettuare telefonate illimitate verso tutti (ma proprio tutti), possedere un telefono intelligente di ultima generazione, inviare sms senza la pena di conteggiarli e la possibilità di un/una consulente telefonico/a sempre a disposizione. Tutto al prezzo prestampato di 29 € al mese per (almeno) 12 mesi.

A conti fatti, al giovane professionista, la proposta Porcafon piacque assai. Proveniva da un contratto con la concorrente Scrofafon, che lo costringeva a contare le telefonate, risparmiare sugli sms, velocizzare le chiamate, frammentare la comunicazione con l’ansia di non sforare la soglia dei consumi e non dover quindi pagare il sovrapprezzo. Con Porcafon, tutta un’altra carreggiata: strade illimitate gli si presentavano davanti; una spianata a perdita d’occhio, una tavola imbandita di ogni leccorrnia sempre fresca: la stessa sensazione che si potrebbe provare con tutto il carburante che si vuole a costo fisso mensile decisamente accettabile. Avrebbe potuto anche lui, alle feste comandate, inviare a tutti, ma proprio a tutti (in modo illimitato) sms di auguri come facevano le persone abbienti. Al giovane professionista piacque l’idea di poter finalmente telefonare in modo illimitato a parenti ed amici; già prefigurava se stesso in lunghe chiacchierate sulla spiaggia ad esprimere (finalmente) tutto quello che aveva dentro; non avrebbe più abusato del telefono aziendale, anzi avrebbe potuto restituire tutte le telefonate fatte a scrocco e regalarne anche…

Così,il giovane professionista accettò la proposta Porcafon.
In tutto Relax, venne transitato nel Nuovo Mondo alla scoperta dei suoi infiniti (s)vincoli. La libertà era a portata di smartphone, finalmente.

Dopo l’iniziale euforia telefonica, però, s’ingabbiò nello strano obbligo di sfruttare al massimo le illimitate possibilità offerte da Porcafon. E si ritrovò sempre più impegnato a telefonare, imbrigliato nella cornetta di un telefono di ultima generazione, costretto ad inviare sms a ripetizione per ricordare compleanni, feste di capodanno e persino anniversari di matrimonio (che non lo fa più nessuno).
Ne nacque una dipendenza.
E se dovesse esistere un effetto farmacologico di questa curiosa anomalia del comportamento, si tratterebbe certo di un effetto depressivo. Perché tale era il sentimento che il povero professionista sopportava tutte le volte che veniva a conoscenza che altri come lui possedevano la medesima illimitata libertà di telefonare (a tutti, ma proprio a tutti, a costo fisso, senza problemi, in totale relax).
(Padre, perché non mi aiuti a limitare l’utilizzo del telefono intelligente?)

La Droga Spot

Di seguito pubblico il link, che permette di scaricare la versione finale e completa del pptx/pdf/book LA DROGA SPOT. Tutte le note, le avvertenze e i riferimenti sono all’interno.

Il file non è leggero, le sue pagine sì. Ci vuole tempo per scaricarlo, per leggerlo qualche giornata. Un buon lettore (o lettrice) ce la può fare in un pomeriggio, mentre un cittadino europeo lo dimentica entro 15 minuti; mediamente si rimuove in quattro secondi. Buona lettura e ottima visione!

clicca qui accanto LA DROGA SPOT

Una chiesa con tante finestre!

Vado volentieri ad ascoltare Francesca, un’amica di mamma, non soltanto perché ha un simpatico senso dell’umorismo, ma perché lei non è come gli altri adulti che hanno sempre piccoli segreti e devono nascondere ciò che dicono. L’altro giorno Francesca parlava di suo figlio Vincenzo, che ha 15 anni come me e che non vuole più andare a Messa. Diceva che non era perché non ci credeva più! No. Ma perché la Messa gli faceva venire troppi rimorsi soprattutto al Padre Nostro. Diceva Vincenzo a Francesca: <<ti rendi conto, mamma, il Padre Nostro è veramente troppo. Io mi sento distrutto. Penso che la gente non capisca ciò che dice, altrimenti non oserebbe pregare “sia fatta la tua volontà”, o “perdona noi, come noi perdoniamo agli altri”. Mi fa venire le lacrime agli occhi, è troppo forte per me io non oso più dirlo>>. Penso che Vincenzo sia troppo sensibile, ma non intendo certo compatirlo o deriderlo. Perché il mio problema è molto simile al suo, anche se è un altro. Per me è piuttosto tutta la religione che è troppa. Per esempio, i discorsi dei preti. Ciò che loro dicono è bello ma ci sono quelli che danno anche fastidio. Ho l’impressione che mi dicono tutti ciò che devo fare e non posso più pensare con la mia testa. E mi sembra a volte che la religione ci tratti come bambini. Ma non è ancora questo il mio problema è che io non saprei mai essere un vero cristiano. La santità non è per me. Ho sempre l’impressione che la religione sia come una grande casa che mi vola addosso, o un treno che mi investe, oppure un vento fortissimo che mi travolge. Avete presente il crollo dei palazzi di Buster Keaton. Soltanto che lui passa attraverso le finestre. Si dice che durante le riprese tutti pregavano che non si sbagliasse  nei calcoli. Ma penso che lui avesse un bel coraggio a restare fermo e a non darsela a gambe. Francesca mi piace perché lei non si sente obbligata a difendere i preti. Francesca è convinta che anche il palazzo della religione ha grandi finestre. Mi dice: “Pensa, per esempio, a Gesù che perdona la donna adultera o che compie guarigioni; l’attività preferita di Gesù è quella di perdonare. Tu lascia cadere il palazzo addosso a te, stai fermo con coraggio e vedrai che passi attraverso le finestre”.

(liberamente tratto da ‘il diario di Andrea’)

La vita difficile di Buster Keaton (per chi ha un profilo facebook)

Interdizione e donazione, donazione ed interdizione

Parlate dell’esempio che sempre dovunque il padre vi offre: moderazione di desideri, spirito di sacrificio, trepidazione affettuosa e dedizione assoluta al benessere dei propri cari. Nei momenti di gioia e di dolore, il vostro padre è più vicino che mai: la gioia così condivisa è intensificata e approfondita, il dolore è confortato dalla certezza di poter ricevere profonda comprensione e pronto e generoso aiuto.

L’interdizione senza donazione genera oppressione, soppressione, potere disciplinare, svilimento della vita, deriva regolista. La donazione senza interdizione genera dissipazione, tracollo di eccitazione, dispersione del godimento. Il padre coniuga interdizione e donazione e incarna sia il dono del desiderio, sia la legge per regolarlo.

 

 

Spunti per giovani narratori

Mediocrità, talento e genio.

Esistono, in tutti i tempi, due letterature che procedono l’una accanto all’altra quasi estranee fra loro, una letteratura vera e propria e un’altra soltanto apparente. La prima crescendo diventa la letteratura permanente. La producono persone che vivono per la scienza e per la poesia; essa procede nel suo cammino seria  e quieta, ma in modo estremamente lento, in Europa essa produce una dozzina scarsa di opere in un secolo, le quali però rimangono. L’altra letteratura, esercitata da persone che vivono della scienza e della poesia, va avanti al galoppo, con grande chiasso degli interessati, e annualmente mette sul mercato molte migliaia di opere. Dopo pochi anni, però, viene da chiedersi: dove sono queste opere? Dove è la loro gloria così prematura e così rumorosa? Si può perciò chiamare quest’ultima letteratura che passa, l’altra letteratura che resta.

Arthur Schopenauer Sul mestiere dello scrittore e sullo stile

 

Raccontare, non spiegare!

Non enunciare al lettore la filosofia della strada. Fai in modo che esse emerga dai personaggi, attraverso la loro azione, il loro comportamento, i loro discorsi. Studiate Stevenson e Kipling e vedrai che si annullano e creano cose che vivono e respirano e prendono il lettore suscitando un interesse che non si spegne mai. L’atmosfera si crea sempre con l’annullamento dell’artista. Dacci dentro con le frasi forti, fresche e vivide, scrivi intensamente, non affannosamente o in modo prolisso; non raccontare, tratteggia! Dipingi! Costruisci! Crea! Meglio mille parole ben costruite che un intero romanzo di lungaggini e sciatterie. Dànnati! Dimentica te stesso e il mondo ti ricorderà.

Jack London da una lettera a un giovane ammiratore in Jack London di Irving Stone

 Trappola della generalizzazione.

Quando si legge, bisogna cogliere e accarezzare i particolari. Non c’è niente di male nel chiarore lunare della generalizzazione, se viene dopo che si sono colte le solari inerzie del libro. Se si parte invece da una generalizzazione preconfezionata, si comincia dalla parte sbagliata e ci si allontana dal libro prima ancora di aver cominciato a capirlo. Non c’è niente di più noioso e di più ingiusto verso l’autore che mettersi a leggere, per esempio, Madame Bovary, con l’idea preconcetta che sia una denuncia della borghesia. Non dimentichiamo che l’opera d’arte è sempre la creazione di un mondo nuovo; per prima cosa, dovremmo studiare questo mondo nuovo il più meticolosamente possibile, come se fosse qualcosa di avviciniamo per la prima volta e che non ha alcun rapporto immediato con i mondi che già conosciamo. Una volta studiato attentamente questo mondo nuovo, allora soltanto possiamo canalizzarne i legami con altri mondi, con altri settori della conoscenza.

Vladimir Nabokov Lezioni di letteratura

 

Dio è nel dettaglio

E’ nella precisazione dei dettagli che uno scrittore rivela la propria grandezza. Una narrazione imprecisa suscita un’imprecisa attenzione da parte di chi legge. A scapito del coinvolgimento.

 Importanza della lettura

Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia con un pugno in testa, perché mai non leggiamo? Perché ci rende felici?… Mio Dio, saremo felici lo stesso, anche senza libri, e i libri che ci rendono felici, quelli all’occorrenza potremmo scriverli da soli… Un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi. Di questo sono convinto.

Franz Kafka da una lettera a Oskar Pollack

Alcool e Drunkoressia: analisi dei dati ISTAT

Fonte: centropsicoterapia.it

L’analisi dei dati ISTAT evidenzia degli incrementi significativi, sia rispetto al numero dei giovani e delle donne che bevono, sia di quelli che adottano atteggiamenti potenzialmente a maggior rischio (consumi di alcolici fuori pasto, consumo di bevande superalcoliche, birra tutti i giorni).
Parallelamente a questa tendenza, si sta facendo strada tra i giovani e soprattutto tra le ragazze una nuova moda alimentare: il digiunare per poi poter bere grandi quantità di alcool la sera, soprattutto in occasioni di feste e serate nei locali. Parliamo di drunkoressia, un fenomeno importato dagli Stati Uniti e che sta prendendo piede anche in Italia. Questo fenomeno ha diversi risvolti: innanzitutto è un modo con cui le ragazze tengono sotto controllo il peso senza rinunciare alle abbuffate alcoliche. 
Un cocktail può arrivare a contenere fino a 500 kcal, e attraverso il digiuno si bilancia l’assunzione di calorie tramite bevande alcoliche; l’assunzione di alcool a stomaco vuoto produce una maggiore sensazione di ebbrezza, cosa che offre la prospettiva di una maggior divertimento, di uno “sballo” più intenso; l’alcool, insieme all’ebbrezza, produce l’effetto di una marcata diminuzione del controllo, delle inibizioni e della percezione del rischio: anche gli adolescenti più introversi riescono in questo modo a lasciarsi andare, a far parte del gruppo di coetanei.
L’Istituto Superiore di Sanità mette in rilievo un cambiamento importante che, in qualche modo, può essere considerato un fattore facilitante rispetto al fenomeno della drunkoressia: il consumo di alcool è sempre più separato dal consumo dei pasti e dalla dieta mediterranea, nella quale il consumo moderato di vino è sempre stato presente.
L’alcool è sempre più bevanda e oggetto di consumo: basti pensare alla quantità ed alla varietà di cocktail già pronti, in bottiglia, che si possono acquistare direttamente al supermercato.
La drunkoressia, o anoressia da happy hour, va avanti a digiuni e “shottini”. E le conseguenze sono quelle dell’anoressia: pericolosa perdita di peso e scomparsa del ciclo mestruale, cui si aggiungono i danni dell’acool al fegato. Ad oggi la percezione del rischio legato a questo tipo di comportamento alimentare è ancora piuttosto sottovalutato: coperto dalla moda, dal desiderio di divertirsi e, come sempre, di far parte di qualcosa. 
(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)

Internet crea dipendenza al pari di alcol e droga

In fila al cinema, nelle auto ai semafori, o seduti al bar, non riescono a fare a meno dei loro computer, iPad o smartphone. Hanno un bisogno ossessivo di aggiornare il loro stato su Facebook, o di comunicare con un tweet la loro posizione, manifestando comportamenti compulsivi, tipici della dipendenza: sono i cosiddetti “drogati di Internet”, il cui numero è in continuo aumento. La netdipendenza colpisce giovani e meno giovani, causando vere e proprie crisi di astinenza e ricoveri in strutture specializzate . Recentemente avevamo riportato i risultati di uno studio cinese, secondo il quale lo stare troppo tempo davanti al computer può causare gravi danni celebrali. Conclusioni in linea con quelle riscontrate da una nuova ricerca, effettuata nel Regno Unito dall’ente di ricerca Intersperience, che ha condotto un esperimento su 1.000 partecipanti, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, ai quali è stato chiesto di rispondere a un lungo questionario e soprattutto di astenersi da qualsiasi uso di internet per 24 ore. Il più grande ostacolo per gli intervistati è stato proprio questo. Per alcuni, il solo pensiero era inconcepibile. Per altri una delle cose più difficili che avessero mai fatto, un vero e proprio incubo. Alcuni hanno riferito i sintomi tipici dell’astinenza, simili alla dipendenza da droghe o alcol. Le persone più giovani, hanno mostrato maggiori difficoltà nel distacco da internet rispetto, ad esempio, ai quarantenni, pochissime persone hanno abbracciato senza riserve l’idea di una vita senza internet, anche soltanto per 24 ore. Il 53% dei partecipanti ha riconosciuto di essere sconvolto quando gli è stato negato l’accesso al web, mentre il 40% ha indicato di sentirsi solo se impossibilitato a comunicare con gli amici su internet. “La tecnologia online è sempre più pervasiva – ha dichiarato Paul Hudson, amministratore delegato di Intersperience – e la nostra ricerca ne mostra il ruolo dominante che ha assunto, influenzando le nostre amicizie, il modo di comunicare, il tessuto della nostra vita familiare, la nostra vita lavorativa e le nostre abitudini di acquisto”.

(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito http://www.alcolnews.it)

La pubblicità dell’alcol in TV: i dati del report 2010

Fonte: Giornalistinellerba.org 30 giugno 2011

(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)

“In tivù pubblicità di alcolici per bambini e ragazzi”
L’Osservatorio regionale Alcol e Pubblicità ha diffuso ieri i dati del report 2010 sulle pubblicità di bevande alcoliche, rispetto alle leggi vigenti, ma anche rispetto ai contenuti dei messaggi e a come questi vengono recepiti e contribuiscono a modificare la rappresentazione sociale e culturale delle bevande alcoliche. “Uno dei maggiori ostacoli ad una reale presa di coscienza sociale del rischio connesso all’uso eccessivo di alcolici è rappresentato dal fatto che questa sostanza, diversamente dalle altre sostanze psicoattive, costituisce un elemento comune della cultura italiana, presente sulle tavole quotidianamente. In quanto tale, l’alcol è ampiamente rappresentato nel panorama pubblicitario italiano e come ogni altro prodotto pubblicizzato viene proposto facendo leva su sensazioni e valori accattivanti”, è stato spiegato alla conferenza stampa di presentazione del report, il 28 giugno alla Regione Lazio. I riscontri di un anno di lavoro dell'”Osservatorio Alcol e Pubblicità” confermano drammaticamente le numerose violazioni alle normative vigenti a carico delle tre Reti Rai, delle tre Reti Mediaset e de La7 e come la continua pressione pubblicitaria televisiva di bevande alcoliche sia subita quotidianamente anche da bambini e adolescenti”.
Il progetto “Osservatorio Nazionale Alcol e Pubblicità”, realizzato dal Centro di Riferimento Alcologico Regione Lazio, in collaborazione con l’Assessorato Politiche per la casa della Regione Lazio, ha prodotto nel 2010 le seguenti analisi:
1) Indagine relativa alla pubblicità degli alcolici sulle principali reti televisive nazionali (RAI, Mediaset, La 7);
2) Indagine conoscitiva sul consumo di alcolici e sulle conoscenze relative ai danni alcol-correlati;
3) Analisi psico-sociale del contenuto degli spot sull’alcol;
4) Analisi semiotico-testuale sulla pubblicità delle bevande alcoliche.
Risultati dell’indagine sulla pubblicità degli alcolici in tv 
Il numero totale degli spot andati in onda nelle 13 settimane considerate (1 settimana al mese random) sulle tre reti nazionali è stato di 187.040 (in media 2.055 spot al giorno, per un totale di oltre 750mila spot l’anno).
Di questi, il 3.2% (24.000 circa l’anno) ha avuto come contenuto la sponsorizzazione di bevande alcoliche (fig. 1). Nel periodo considerato, sono stati oltre 42 milioni gli italiani che, per almeno 1 minuto, si sono esposti a spot promozionali sugli alcolici (10 spot al giorno circa).
A fronte dell’11% di spot sugli alcolici mandati in onda dalle reti Rai, sia le reti Mediaset che La 7 detengono una fetta considerevole delmercato delle pubblicità di alcolici (nel complesso il 90% circa).
Ben il 76% dei soggetti tra i 4 ed i 7 anni è stato esposto a spot sull’alcol con una frequenza media di 13 spot (circa uno spot al giorno). Inoltre, circa il 90% della popolazione italiana tra gli 8 ed i 14 anni ha visto in media circa 16 spot sull’alcol (poco più di uno spot al giorno). Si consideri che, per legge, la fascia di età 0-15 anni andrebbe protetta dall’esposizione agli spot sull’alcol.
La maggior parte degli spot (41,7%) si concentra tra le 19:00 e le 24:00. La fascia oraria 16:00 – 19:00 che, per Legge, dovrebbe non essere permessa alla pubblicità di alcolici, ha invece mostrato la presenza, sia pur minima, di infrazioni alla norma (1,1%). Rai, Mediaset e La 7 sono infatti incorse, in almeno 29 occasioni, in palese infrazione di tale norma (infrazioni commesse dalla RAI: 9).
Indagine conoscitiva sul consumo di alcolici e sulle conoscenze relative ai danni alcol-correlati
Il 17.2% dei soggetti intervistati (27.8% maschi e 13% femmine) (fig. 2), ha dichiarato di consumare quantità medie giornaliere di alcol considerate a rischio per la salute.
Sono soprattutto i soggetti tra i 51 ed i 60 anni ad abusare di più (31.4%), insieme a quelli dai 41 ai 50 anni (25%). Nella classe di età più giovane (18-30 anni), abusa circa il 17% degli intervistati, il che rappresenta un dato decisamente negativo.
Solo il 25% circa degli intervistati (32% femmine vs. 17,1% maschi) ha affermato che l’abuso di alcol determina “sempre” problemi di salute, mentre il 72% ha risposto “qualche volta” (66.5% F vs 78% M). I soggetti hanno quindi la percezione che, se non si abusi nella quantità, l’ alcol non possa far male, non tenendo conto delle personali condizioni del soggetto (patologie, uso di farmaci, gravidanza, ecc.).
Tra coloro che affermano che l’alcol non faccia “mai” male, sono di più i giovani tra i 18 ed i 30 anni, anche se con il solo 4% circa.
La maggioranza degli intervistati ha dichiarato la presenza di effetti positivi legati all’uso di alcol “si, qualche volta” nel 42% dei casi circa, “si sempre” nel 4.9%, “mai” nel 47.7% dei casi (totale “si, qualche volta” e “si sempre”: 46.9%).
Il 18.6% circa ha affermato che l’alcol presenta effetti positivi sul cuore e sul circolo. Un 16.6% ha indicato altri effetti positivi sul fisico (soprattutto digestivo – 11% – ma anche antiossidante, anti-ipertensivo, ecc.), mentre il 61.2% generici effetti positivi sullo stato d’animo (disinibente, euforico, rilassante, ecc.).
Il 61% circa degli intervistati ( 70,2% F vs. 50,9% M) ha risposto positivamente alla domanda: “Secondo Lei l’uso dell’alcol in gravidanza può arrecare danni al bambino?”, anche se, ad indicare la FASD come patologia specifica causata dal consumo di alcol in gravidanza è stato solo l’1.8% degli intervistati. 
Alla domanda: “Secondo Lei c’è una quantità minima di alcol che una donna in gravidanza può comunque bere senza rischi?”, le donne hanno risposto di si per il 36,5%. Queste donne, presumibilmente, assumerebbero alcol in gravidanza, a meno che non ricevano diverse indicazioni dal proprio ginecologo. Il dato purtroppo è stato confermato dalle nuove metodiche analitiche sul meconio del neonato che indicano come a Roma il 33% delle donne abbia sicuramente assunto bevande alcoliche durante la gravidanza.
Il 47.2% dei soggetti ha infine affermato di conoscere persone che abusano di alcol e il 44.1% tende a connotare l’alcolismo in senso negativo.
Analisi semiotica degli spot sull’alcol
Su 3 spot relativi agli alcolici è stata effettuata un’analisi semiotica, partendo dalle manifestazioni e dalle caratteristiche tecniche (inquadrature, durata, musica, categorie cromatiche, ecc.) per determinare come il testo stesso produca i propri effetti di senso. Da tale analisi si evince che i tre spot, così come avviene ormai per la pubblicità in genere di alta qualità, non fanno leva direttamente sul prodotto e sulle sue qualità e proprietà, ma puntano invece su un forte coinvolgimento emotivo ed estetico dello spettatore, che può avvenire secondo diverse modalità (es. uso del ritmo tra contenuto e musica, uso dell’ironia e dell’attesa, forte valenza plastica delle immagini).
Analisi psico-sociale del contenuto degli spot sull’alcol
Secondo un’analisi su 47 spot di alcolici, la pubblicità tenta di orientare il consumatore verso determinati prodotti (51.1%) o di rafforzare un atteggiamento già positivo verso il prodotto (44.7%), piuttosto che convertire l’atteggiamento del consumatore da un prodotto all’altro (4.3%). Il 70.2% delle pubblicità analizzate utilizza messaggi dai toni fortemente emotivi e solo a volte presenta anche argomenti più razionali. Gli spot, più che focalizzarsi sulle caratteristiche o funzioni del prodotto, fanno leva sull’atmosfera e sui protagonisti. Una pubblicità sembra poi incoraggiare un uso eccessivo di alcolici in maniera esplicita, e 10 in maniera indiretta.”È un sacrosanto diritto del consumatore essere informato dei potenziali rischi connessi al consumo delle bevande alcoliche liberamente commercializzate”: così l’assessore Teodoro Buontempo (Assessorato Tutela dei Consumatori) ha aperto la conferenza stampa per presentare i dati del progetto dell’Osservatorio Alcol e Pubblicità, partito con la precedente giunta regionale e realizzato con lo stanziamento di fondi regionali attraverso la partecipazione di ricercatori, medici, psicologi ed esperti di comunicazione di massa e di analisi testuale.

“Codice paterno”

Durante gli interventi di prevenzione effettuati con i genitori (serate informative, corsi di formazione e consulenze pedagogiche individuali) e nella presa in carico di adolescenti e giovani per il trattamento di comportamenti di consumo emerge, tra i fattori di rischio, una sorta di ‘presenza ambivalente’ e ‘incompleta’ del “codice paterno”. Spesso si tratta di situazioni, dove la cura genitoriale è presente e la capacità di fronteggiare le situazioni critiche è piuttosto solida. Ci sono padri che si attivano, accompagnano, passano le notti ad attendere e rinunciano ai propri interessi; quindi, questa carenza non coinciderebbe con l’assenza dei padri, che anzi spesso si dichiarano molto presenti e capaci di dialogo ed ascolto (anche troppo… dialogo). Qui non si tratta di disquisire quanto i padri siano presenti o assenti rispetto alle madri o quanto siano più o meno capaci di occuparsi dei figli, bensì quanto siano in grado o meno di esercitare alcune funzioni tipiche del codice paterno (che per altro può essere ‘agito’ anche dalle madri, come è dimostrato da storie familiari dove il padre proprio non c’è). L’esercizio del codice paterno rappresenterebbe il fattore di protezione principale dei comportamenti di consumo e vero e proprio elemento di distinzione tra una storia familiare pedagogicamente solida e una pedagogicamente fragile. Nel panorama delle strategie di lotta ad alcol e droga, questa impostazione consegna alla famiglia (e al ruolo genitoriale) la responsabilità principale dell’intervento di prevenzione; questo potrebbe poi transitare dall’ambiente domestico alla comunità, attraverso il rilancio e rinforzo delle prassi di genitorialità diffusa e sociale.

Alcol e droga, per la prevenzione norme sociali più efficaci della paura

Redazione Drog@news – fonte: Drugs: education, prevention and policy

Negli Stati Uniti, la prevenzione dell’uso di droga e alcol è sempre più improntata a un approccio fondato sulle norme sociali, diventato popolare negli ultimi vent’anni in particolare nell’ambito dei college e delle università. E’ stato infatti riscontrato che questo tipo di approccio ha maggiori possibilità di successo in contesti ristretti, proprio come scuole e università, piuttosto che nell’ambito di comunità più ampie. Un gruppo di ricercatori australiani e inglesi ha realizzato una revisione sulla diffusione di questo approccio a livello internazionale, partendo dalla constatazione che tale modello educativo sta prendendo sempre più piede rispetto a quello fondato sulla paura che nel tempo si è dimostrato poco efficace nel ridurre il consumo di alcol e droga tra i giovani. L’approccio fondato sulle norme sociali si basa sulla constatazione che gli individui, soprattutto i giovani adulti, tendono a sovrastimare quanto pesantemente e frequentemente i loro coetanei consumano alcol e che queste percezioni li portano a bere più pesantemente di quanto altrimenti farebbero. La percezione falsata dei tassi di utilizzo di alcol e droga di un gruppo può essere dannosa perché può portare a un aumento dell’uso personale da parte degli individui che ne fanno parte. L’obiettivo dell’approccio fondato sulle norme sociali è dunque quello di ridurre tali percezioni attraverso campagne mediatiche e feedback personali, partendo dal presupposto che se le percezioni falsate vengono corrette, la pressione sociale sugli individui diminuisce e con essa anche il rischio di uso e abuso di sostanze. La maggior parte degli interventi basati sulle norme sociali utilizzano campagne globali che operano attraverso posters, leaflets, spot radiofonici e altri canali mediatici. Lo scopo di queste campagne è disseminare specifiche norme comportamentali a proposito dell’alcol all’interno della popolazione. In conclusione, osservano gli autori della revisione, l’approccio fondato sulle norme sociali è ampiamente impiegato negli USA e sembra seguire un percorso simile in Europa e Australia. Esso rappresenta inoltre un fondamentale e differente metodo per affrontare l’abuso di droga e alcol. Data l’assenza di evidenze che supportano gli approcci tradizionali per ridurre l’abuso di droga e alcol, l’approccio fondato sulle norme sociali è dunque una strada da seguire.

GHB di nuovo alla ribalta!

C’è purtroppo una nuova droga, un nuovo pericolo per i giovani: l’ecstasy liquida.”Le ragazze che vanno in discoteca non lascino mai il bicchiere incustodito. Stiano attente, in quanto bastano poche gocce.” Questo è il monito che giunge dalle Fiamme Gialle di Milano che hanno fatto un maxi sequestro di Glb, la cosiddetta droga dello stupro, in quanto questa sostanza ha il potere di annullare la capacità di reazione e di difendersi in situazioni di pericolo, quindi “neutralizza” la vittima. Inoltre, se viene inserita in una bevanda senza che il consumatore lo sappia, è praticamente impossibile che egli se ne accorga perché inodore e incolore. Chi la assume può subire violenza senza neppure ricordarsi il giorno dopo la faccia del suo aguzzino.
E’ il secondo sequestro in Italia di questo tipo di droga, detta anche ecstasy liquida.
Ma vediamo in dettaglio cos’è questa “nuova droga” e come agisce. 
Il Gbl è l’acronimo di Gamma Butirro Lattone, si tratta di un solvente industriale usato per la pulizia dei cerchioni delle auto, che quando viene assunto naturalmente il nostro organismo trasforma in Ghb. E’ proprio il Ghb la vera droga dello stupro, quella che assunta in piccole dosi ha un effetto euforizzante tipo ecstasy, dà sintomi ricollegabili a quelli dell’alcool: rilassatezza, disinibizione, euforia…; in dosi massicce provoca: intontimento, perdita della coordinazione motoria, problemi di memoria, sonnolenza, convulsioni, nausea, vomito; combinata con l’alcool può essere mortale e condurre all’arresto cardiaco o al coma!
I finanzieri che hanno compiuto il sequestro mantengono il riserbo su chi detenesse la droga, si sa soltanto che si tratta di un italiano di 40 anni che quando gli è stato intimato l’alt è scappato, fermandosi solo dopo in rocambolesco inseguimento. Dentro la vettura c’era un flacone, da 500 ml, pari a circa mille dosi di Gbl.
Ora la Gdf sta indagando per capire dove sarebbe dovuta finire la droga, a chi era destinata.
Il timore è che stia prendendo piede tra i giovani, nelle discoteche, diventando un nuovo, preoccupante fenomeno.
Giusy Cerminara, Fonte: Ultimenotiziefalsh.com 1 aprile 2011

Alcol test, attenzione a sciroppi e colluttori

L’etilometro è uno strumento di misurazione utilizzato per determinare il valore dell’alcol contenuto nel sangue che spesso viene usato dalle forze dell’ordine per multare chi ha esagerato con gli alcolici. Capita molte volte, però, che un astemio risulti positivo al test e gli venga imputato il reato di guida in stato di ebbrezza: questo potrebbe succede a quelle persone che curando una tosse o un banale mal di gola, assumono sciroppo o colluttorio. Questi medicinali infatti, fanno risultare le persone che li utilizzano positivi all’alcol test. Proprio pochi giorni fa il Tribunale di Milano, dopo un processo di due anni, ha assolto una persona accusata di aver provocato un incidente per guida in stato di ebbrezza. Il quarantenne di Foggia, insegnante di educazione fisica, assolutamente astemio, era risultato positivo all’etilometro, con 0,87 grammi per litro al primo test e 0,92 al secondo, superando così il limite di 0,5 fissato dalla normativa. Ovviamente essendo astemio, il signore non si è dato per vinto e si è messo alla ricerca di una spiegazione, trovata poi nel colluttorio antibatterico Listerine e nello sciroppo Aminomal, utilizzato dal quarantenne per curare la bronchite cronica asmatica. Questo perchè lo sciroppo in questione contiene il 96% di eccipienti composti da alcol etilico: infatti una singola dose equivale a 200 millilitri di birra e 83 millilitri di vino. Naturalmente questo viene indicato nella scheda tecnica del medicinale, come ha confermato la tossicologa Marina Caligara riferendo: Per la presenza di tale quantitativo di alcol nella scheda tecnica vi è l’avvertenza di usare precauzione nelle donne in gravidanza e l’allerta che il quantitativo di alcol presente in Aminomal può alterare la capacità di guidare veicoli. Completamente diverso invece il Listerine che, come riferisce la tossicologa, ha solo il 21,6% di alcol etilico, percentuale insignificante rispetto all’Aminomal, ma comunque capace di falsare l’etilometro con la presenza di residui nel cavo orale.

fonte:  Donna.tuttogratis.it 23 marzo 2011 

Dopo il 17 marzo 1861!

Dopo la proclamazione del regno (17 marzo 1861) l’Italia dovette affrontare numerose difficoltà di ordine politico, sociale ed economico.

Il processo di unificazione era stato troppo rapido per sperare che quelle cause geografiche, storiche ed economiche che da secoli avevano impedito la costituzione di uno stato unitario, cessassero d’un tratto di far sentire la loro influenza (diversità di temperamento, sviluppo agricolo del Nord e miseria dei popoli meridionali ecc.).

Oltre a queste cause di divisione che avevano origini remote, anche altri particolari ragioni, legate alle condizioni politiche del momento, contribuirono a turbare profondamente la vita nazionale: difficoltà finanziarie, la questione romana e l’irredentismo del Veneto, il problema dell’esercito di Garibaldi che il generale voleva che fosse assorbito dall’esercito regolare.

Eroi e maestri

Domanda: se il Risorgimento è ricordato (anche) per i grandi eroi, la Coesione Sociale può essere altrettanto costruita attraverso azioni eroiche?

Risposta: No! La Coesione sociale non può essere il prodotto di atti eroici! Il mito dell’eroe è indissolubilmente connesso alla cultura individualista e questa non può sostenere un processo di coesione sociale. Diffidare quindi dell’operatore sociale (e dei sodalizi da lui fondati) che compie atti eroici e cerca un angolo di città dove immaginare un monumento a se stesso. Anche quando questi lavora per per il bene comune, si tratta di atti mirabili, ma non orientati alla coesione sociale.

Più funzionale seguire le gesta dell’operatore sociale… ‘maestro': invisibile, povero, notturno, silenzioso, amico, sobrio, dimesso, pellegrino, impacciato, ma che soprattutto non necessita di inventare  ‘nemici ipotetici’ per la costruzione del proprio Risorgimento.

Le donne del risorgimento italiano!

Quando si pensa al Risorgimento italiano, non si rimanga incantati soltanto di fronte alle effigi di uomini seppur di colossale importanza e monumentale sostanza.

Si ponga l’attenzione anche al merito e al coraggio delle donne! Se non ora, quando?

Si pensi al valore di Eleonora Pimentel Fonseca durante la congiura della repubblica partenopea, al coraggio indomito di Teresa Casati Confalonieri, alla forza d’animo delle madri e delle spose dei martiri di Belfiore e degli eroi dell’irredentismo veneto. La letteratura di quegli anni è ricca di esempi di eroismo e di sublime amor patrio: si ricordino: “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, le “Romanze” di Berchet, le “Ricordanze della mia vita” di Settembrini, i romanzi di G.Ruffini.

“Chi per la comunità muor, vissuto è assai”

Nel 1844 scoppiò un moto mazziniano a Cosenza, in Calabria, ed Attilio ed Emilio Bandiera organizzarono una spedizione in aiuto ai rivoltosi. Mazzini tentò inutilmente di dissuaderli dal compiere quella disperata impresa, ma i fratelli d’Italia partirono. Sbarcarono a Crotone, vennero catturati e ne seguì una tragica morte.

Si mediti sull’esempio dei Fratelli Bandiera, si rifletta sull’esempio che essi offrirono ai cittadini di ieri e di oggi: insegnarono a combattere per l’ideale, senza domandare compensi, solo paghi di offrire la propria vita per il trionfo della causa nazionale, che completa l’identità personale e sociale.

Verso il (nuovo) Risorgimento

Si pensi alle libertà di stampa, di pensiero e di associazione concesse da Carlo Alberto e da Pio IX nel 1848. Si pensi all’importanza di Gioberti e Mazzini, che con i loro scritti proclamarono la necessità di educare il popolo all’amore di comunità e al sacrificio. Se le condizioni storiche e politiche impedirono in parte la proclamazione di questi ideali, tuttavia la loro importanza sociale resta innegabile poiché influirono in modo sicuro sulle generazioni successive.

Parabellum Parabellum

  Parabellum Parabellum

 racconto breve sull’assenza dei padri

 I giovani che abitavano a Zarden, ma anche nelle campagne circostanti, avevano spesso le sembianze di forestieri smarriti che vagavano come senza tetto e senza direzione. A conoscerli bene uno per uno, venivano alla luce storie di insicurezza e debolezza di cuore; storie di fragilità ben vestite e pettinate.

In certe ore del giorno e della notte sapevano però trovare le strade più veloci per diventare euforici e spavaldi. Con uno sguardo poco accorto non si poteva non rimanere indifferenti agli atteggiamenti e agli atti di bullismo che riuscivano a compiere. I giovani di quel borgo, che non era neanche troppo selvaggio, non leggevano né quotidiani, né riviste di approfondimento; non seguivano abitualmente il telegiornale e neppure la tribuna elettorale. Il loro approccio col mondo dell’informazione si era cristallizzato ai fumetti e alle strisce, alle telenovelas e ai video musicali; insomma a tutte quelle cose che non richiedono più di due minuti di attenzione approfondita e continuativa. Erano dei buoni lavoratori, ma per via di riflettere…, probabilmente sarebbero stati sconfitti da un branco di planctum. In compenso avevano ampia disponibilità di denaro e potevano, quindi, soddisfare in breve tempo quasi tutti i desideri desiderabili.

Tutto questo disordine si originò in concomitanza con l’esplosione del conflitto bellico, quando tutti i padri furono chiamati alle armi per difendere i confini.

 Tutti quei giovani, che all’epoca dei fatti erano ragazzini, dapprincipio si dimostravano contenti.

I grandi avevano detto loro che i padri erano andati in guerra per difendere le terre di casa e la casa, a combattere uno contro cento cannoni, ad abbattere mastodontici aeroplani. Ad ascoltare i figli, questi padri parevano tutti giganti con spalle larghe svariati metri e bicipiti tondi e duri come botti di rovere. Alti come bronzi e sempre belli e sbarbati. “Il mio papà è forte come king kong!”. “ Il mio papà è alto fino al tetto!”. “ Il mio papà è bello come il sole!”. “ Il mio papà è potente come i power rangers!”. “ …è irascibile come John Cena!”. “ …è buono come Sandokan, la tigre della Malesia!”. “ … è sanguigno come Bruce Springsteen!”. “ … è intelligente come Karpof!”. “ … è acuto come Spider Man!”. “Il mio papà ha le spalle più larghe delle tue!”. “Quando mio papà canta tutti lo ascoltano!”. Queste e altre cose raccontavano allietandosi nei cortili e chiacchierando tornando a casa da scuola. Talvolta queste frasi diventavano un gioco. Si ripeteva in coro o da solista l’ultima parola, magari modificandone il tono, l’intensità, la dizione. Il primo ragazzino della fila diceva: “Il mio papà è forte come King Kong!”… e tutti gli altri: “Kong, Koong!”… oppure: Kong”, K-o-n-g, Kooonnng, e via di seguito. Era un gioco molto divertente e diffuso, per quanto semplice e ripetitivo, che si prestava alle variazioni e alla creatività di ciascuno.

Un giorno un ragazzino disse: “Il mio papà ha una Beretta PARABELLUM”. E tutti in coro: “Parabellum, Parabellum”.

 A dispetto di tutti gli altri vocaboli, la parola “PARABELLUM” superò i confini del gioco e si diffuse lentamente in tutto il borgo diventando lo slogan ufficiale della comunità giovanile, o quanto meno di una buona parte di essa. I ragazzetti che si incontravano sulla soglia dei bar, conciati come rapper americani, agitando i gomiti e cornificando la terra scandivano: “Parabellum, Parabellum”.

 Nacque la “Parabellum dance”, “il Parabellum dream”, “la Parabellum girl”, il “Parabellum boy” e il “Parabellum modus vivendi”. Un tipografo originario di Gurdon, che si era da poco trasferito, per accontentare il proprio figlio, aveva serigrafato su alcune t-shirt la parola “parabellum” e da lì si diffuse una moda spropositata e fece soldi a palate producendo maglie, pullover, cappellini e gadget con stampato: “parabellum” . Le madri osservavano l’avanzare dell’ennesima moda stagionale commentando serenamente dal panettiere o in coda per pagare la spesa. E tutte si chiedevano la causa di ‘sì tanto successo.

 “A me e ai miei familiari – diceva la prima madre – la parola Parabellum ricorda tanto l’ombrello e ci fa sentire tutti sicuri e al riparo”.

 “Para’, para’… a me ricorda il para…cadute! Che non ti fa cadere male; o il para…palle, che metteva il mio uomo quando andava a lottare; oppure il paraspigoli; il parapiglia e la pastiglia, … il medico e la guarigione. Ecco – aggiunse dopo un breve sospiro di letizia – la parola Parabellum mi ricorda la… guarigione!”

 “A me – disse la terza madre, che non aveva figli – ricorda la luce e la bontà; il futuro e la bellezza; ma anche la forza e la corazza di un bull-dozer”. Alla moglie dello stradino, evocava il bitume che finalmente aveva portato il progresso seccando la polvere e colorando di nero le strade bianche.

La madre più giovane disse: “ Parabellum è una parola bella e unica. Mi ricorda l’abbraccio della mamma e anche la panna e la schiuma. Dovrebbero inventare un balsamo per capelli con il nome Parabellum nel titolo!!”

 La madri più anziane si allietavano compiacendosi di aver ascoltato il parere anche della madre più giovane. Tutto il paese era zeppo della parola Parabellum. Il bambino figlio del soldato che aveva la Beretta Parabellum, si gongolava e stimava se stesso perché il suo papà era certo più famoso (almeno in quel borgo) di Mludic e Kuradzic e di tutti i leader politici di cui sentiva sempre parlare i nonni nel negozio di tabacchi.

Quando, durante la lezione di educazione artistica, l’insegnante disse agli alunni di rappresentare l’immagine dei propri genitori, tutti presero di gran lena a disegnare la propria madre, che per la maggior parte dei casi, venne gradevole e molto simile alla realtà, per quanto concesso dalle modeste arti grafiche di quei ragazzini. Invece, di fronte al compito di colorare i padri, l’intera classe andò in stallo. L’insegnante di educazione artistica non era una cattiva insegnante, tutt’altro. Oltre alla preparazione professionale, Katrina Sagovic, così si chiamava, era anche dotata di sensibilità e motivazione al lavoro didattico e socio-educativo. Katrina alzò lo sguardo verso le teste degli alunni e vide la classe borbottare e agitarsi. Gli alunni cercavo consiglio tra loro e guardavano tutti insieme al più bravo della classe cercando di rapire un’idea o una illuminazione per portare a termine il lavoro assegnato.

 “Calmatevi – disse Katrina Sagovic – cosa succede?”.

 Il suo tono, come il solito, era dolce e pacato, come dovrebbe essere il tono di ogni persona. Il figlio che aveva il papà forte come King Kong, disse: “maestra, non posso fare il compito perché non so come è vestito mio papà… so soltanto che è forte come King Kong!”. Non passò un secondo che tutti i compagni urlarono: “Kong, Koong!”… oppure: Kong”, Ko-ng, Kooonnng”.

 “Calma! silenzio, fate silenzio” disse Katrina Sagovic e aggiunse rivolgendosi al ragazzino che l’aveva interrogata: “se non ricordi come il tuo babbo è vestito, puoi disegnare King Kong”.

 Il ragazzino si rasserenò e cominciò a disegnare.

 “Anche io non ricordo come è vestito il mio papà – disse il ragazzino della seconda fila – ma so che è alto come il tetto”. “Disegna il tetto alto”. Rispose con la consueta calma Katrina Sagovic.

 Via via gli alunni chiedevano e uno dopo l’altro trovavano risposta. Disegnarono: John Cena, il sole, i power rangers, Sandokan la tigre della Malesia, Bruce Springsteen, Spider Man, due spalle larghe larghe, un cantante, e via di seguito. Anche il piccolo bambino, figlio del soldato che aveva la Beretta Parabellum, il cittadino più famoso di Zarden, pose la domanda a Katrina Sagovic e disse: “Anche io non so come è vestito il mio papà, so solo che ha una Beretta Parabellum”. A questo punto Katrina Sagovic si aspettava il “Parabellum, Parabellum” corale, ma forse la moda stava già sfumando, o più probabilmente gli alunni erano così impegnati a svolgere il compito che nell’aula si distese un silenzio tale che fece freddo anche nella mente di Katrina.

 Katrina si avvicinò lentamente al bambino e accarezzandolo sulla testa gli disse: “ok, vorrà dire che disegnerai una Beretta Parabellum”. “Ma come si disegna?” chiese nuovamente il bamboccio. Anche Katrina non sapeva cosa fosse una Beretta Parabellum e per quanto fosse un’insegnante fantasiosa e creativa, il secondo imbarazzo della mattina la incastrò definitivamente in quello che la gente comune chiama… blocco creativo. Riuscì solamente a farsi venire l’idea di tirare in ballo il bidello, una persona di cui Katrina si serviva spesso per disincagliarsi da situazioni difficili come sostituire una lampadina o un pneumatico, spostare la cattedra, appendere un quadro, trasportare libri e pacchi o aprire le grandi e pesanti finestre delle aule. Il bidello si chiamava Slobodan, ma tutti lo chiamavano Slobo.

 “Signor Slobo – disse Katrina- può spiegare a questo bambino come si disegna una Beretta Parabellum?”. “Una Beretta Parabellum?” chiese Slobo. “Si, Parabellum Parabellum!” rispose Katrina Sagovic lasciandosi prendere dall’euforia fanciullesca. La classe noto l’euforia di Katrina e tutti si posero in ascolto di Slobo. Il signor Slobo spiegò che la Beretta Parabellum un tempo era un pezzo di ferro, che poi è stato forgiato da abili maestranze e si è trasformato in una pistola dal potenziale micidiale. Una pistola che può sparare anche 15 colpi e che può uccidere 15 persone, ma anche di più se la distanza è giusta e i bersagli sono sovrapposti. E’ lunga circa una spanna di un uomo forte e di solito è di colore scuro, anche se non sono pochi quelli che la personalizzano mettendoci il calcio di avorio o di osso di balena.

 “Ma serve per giocare al calcio del pallone?” chiese un alunno.

 “No – rispose Slobo con ironia- serve per un altro sport, anzi non si tratta proprio di uno sport, a meno che non si intenda il trapassare le persone con proiettili un passatempo sportivo. Comunque: può esplodere colpi singoli o a ripetizione quasi come una mitraglia. E fa molto male!”. Con l’ausilio di pennarelli e lavagna a fogli mobili, Slobo tenne una lezione articolata e complessa sulla Beretta Parabellum, dimostrando anche una discreta didattica figurativa, per la dovizia di particolari che non mancava di aggiungere a tutte le raffigurazioni che produceva sulla lavagna. Dopo il suo intervento Slobo usci dall’aula lasciando Katrina Sagovic pietrificata. La classe notò Katrina Sagovic pietrificata e tutti gli alunni si pietrificarono.

 “Chissà perché – osservò il ragazzino del primo banco- quando parliamo di armi, di mine antiuomo, bombe cluster e rifugi anti guerra, ci pietrifichiamo tutti, come quelle file di croci che ci sono nei cimiteri!”.

 “Ma allora –disse il bambino figlio del soldato che aveva la Beretta Parabellum – il mio papà ammazza i papà di altri bambini? E se un giorno il papà di un altro bambino ammazza il mio papà?”. “Ammazza il mio papà! Ammazza il mio papà!” urlarono in coro i ragazzini scatenandosi in mille disordini. Katrina non seppe più come contenere la classe che schizzava e saltava sbraitando il nuovo motto: Ammazza il mio papà!

 Il rumore si diffuse così velocemente nel paese che le madri non potevano non sentire ed in massa marciarono verso la scuola. I bambini sembravano impazziti, abbandonando i disegni e i sogni che stavano terminando, cominciarono a disubbidire anche alle madri e al sindaco. Smisero di portare fuori l’immondizia, che si accumulava in casa, e inaugurarono le fattezze di una generazione di fannulloni.

 Accadde proprio così. Il vero caos cominciò quando il piccolo figlio del soldato che aveva la Parabellum si rese conto che l’unica energia che il padre possedeva stava tutta nel palmo di una mano e veniva esercitata nel trattenere la Beretta. Quel padre non era altro e non possedeva altro. Fu la fine di tutti i padri e l’inizio del caos.

 Quando poi la guerra finì quella che sembrava una triste sensazione di carenza, divenne una vera e propria condizione di assenza. Molti padri infatti non tornarono più a casa.

 “Alla ricerca dei padri!”. Padre: dove sei?”.Cercasi padre disperatamente!”. Queste e scritte simili apparivano su cartelli affissi in tutte le strade e nei punti di maggiore passaggio. Insegne luminose e sonore evocavano la loro ricerca in tutti gli angoli del borgo e non lasciavano indifferente nemmeno la persona più distratta. Per sopperire alla grave carenza, alcune mogli si erano adattate alla belle e meglio, per esempio, fabbricandosi sagome cartonate dei mariti assenti. Se le portavano appresso ai colloqui scolastici o alle cene di famiglia. Le ditte produttrici lanciarono sul mercato sagome cartonate con le gambe a scomparsa per meglio simulare la seduta; oppure con braccia che a comando passavano a posizione conserta. L’ultimo modello lanciato prevedeva l’emissione di suoni simili a: “Si”, “davvero?”; “ma, daii!” e altre espressioni concordate. In questo modo si respirava l’impressione che le mogli fossero in qualche maniera accompagnate e sostenute.

 Va da sé che queste sagome, quando si trattava di formulare un pensiero più articolato o creativo, o di praticare movimenti complessi, mostravano tutti i limiti. Col passare del tempo, i cartelloni pubblicitari e le sagome cartonate finirono col rappresentare una curiosa attrazione turistica richiamando moltissimi forestieri. Ne giovò l’economia locale e, in generale, il tasso di benessere economico delle famiglie di Zarden, che superò di otto punti quello nazionale medio.

 Risultò così più semplice per tutti soddisfare ogni desiderio possibile (ma i padri continuavano a mancare).