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Vado volentieri ad ascoltare Francesca, un’amica di mamma, non soltanto perché ha un simpatico senso dell’umorismo, ma perché lei non è come gli altri adulti che hanno sempre piccoli segreti e devono nascondere ciò che dicono. L’altro giorno Francesca parlava di suo figlio Vincenzo, che ha 15 anni come me e che non vuole più andare a Messa. Diceva che non era perché non ci credeva più! No. Ma perché la Messa gli faceva venire troppi rimorsi soprattutto al Padre Nostro. Diceva Vincenzo a Francesca: <<ti rendi conto, mamma, il Padre Nostro è veramente troppo. Io mi sento distrutto. Penso che la gente non capisca ciò che dice, altrimenti non oserebbe pregare “sia fatta la tua volontà”, o “perdona noi, come noi perdoniamo agli altri”. Mi fa venire le lacrime agli occhi, è troppo forte per me io non oso più dirlo>>. Penso che Vincenzo sia troppo sensibile, ma non intendo certo compatirlo o deriderlo. Perché il mio problema è molto simile al suo, anche se è un altro. Per me è piuttosto tutta la religione che è troppa. Per esempio, i discorsi dei preti. Ciò che loro dicono è bello ma ci sono quelli che danno anche fastidio. Ho l’impressione che mi dicono tutti ciò che devo fare e non posso più pensare con la mia testa. E mi sembra a volte che la religione ci tratti come bambini. Ma non è ancora questo il mio problema è che io non saprei mai essere un vero cristiano. La santità non è per me. Ho sempre l’impressione che la religione sia come una grande casa che mi vola addosso, o un treno che mi investe, oppure un vento fortissimo che mi travolge. Avete presente il crollo dei palazzi di Buster Keaton. Soltanto che lui passa attraverso le finestre. Si dice che durante le riprese tutti pregavano che non si sbagliasse nei calcoli. Ma penso che lui avesse un bel coraggio a restare fermo e a non darsela a gambe. Francesca mi piace perché lei non si sente obbligata a difendere i preti. Francesca è convinta che anche il palazzo della religione ha grandi finestre. Mi dice: “Pensa, per esempio, a Gesù che perdona la donna adultera o che compie guarigioni; l’attività preferita di Gesù è quella di perdonare. Tu lascia cadere il palazzo addosso a te, stai fermo con coraggio e vedrai che passi attraverso le finestre”.
(liberamente tratto da ‘il diario di Andrea’)
La vita difficile di Buster Keaton (per chi ha un profilo facebook)
C’era una volta una povera orfana che non aveva scarpe.
La bimba conservava tutti gli stracci che riusciva a trovare finchè un bel giorno riuscì a confezionarsi un paio di scarpette rosse. Erano rozze, ma le piacevano. La facevano sentire ricca nonostante trascorresse, fino a sera inoltrata, le sue giornate a cercare cibo nei boschi.
Un giorno, mentre percorreva faticosamente una strada, vestita dei suoi stracci e con le scarpette rosse ai piedi, una carrozza dorata le si fermò accanto.
La vecchia signora che la occupava le disse che l’avrebbe portata a casa con sé e l’avrebbe trattata come una sua figlioletta.
Così andarono nella dimora della vecchia signora ricca, e là furono lavati e pettinati i capelli della bambina. Le furono dati biancheria fine, un bell’abito di lana e calze bianche e lucide scarpe nere.
Quando la bambina chiese dei suoi vecchi abiti, e in particolare delle scarpette rosse, la vecchia le rispose che, sudici e ridicoli com’erano, li aveva gettati nel fuoco.
La bimba era molto triste perché quelle umili scarpette rosse che aveva fatto con le proprie mani le avevano dato la più grande felicità. Ora era costretta a stare sempre ferma e tranquilla, a parlare senza saltellare e soltanto se interrogata.
Un fuoco segreto le si accese nel cuore e continuò a desiderare più di ogni altra cosa le sue vecchie scarpette rosse.
Poiché la bambina era abbastanza grande da ricevere la cresima, la vecchia signora la portò da un vecchio calzolaio zoppo, per acquistare una paio di scarpe speciali per l’occasione.
In vetrina facevano bella mostra di sé un paio di scarpe rosse confezionate con la pelle più morbida che si possa trovare.
La bimba, spinta dal suo cuore affamato, subito le scelse.
La vecchia signora ci vedeva così male che non si accorse del colore e glie le comprò. Il vecchio calzolaio strizzò l’occhio alla piccola e le incartò le scarpe.
Il giorno dopo, in chiesa, tutti rimasero sorpresi da quelle scarpe rosse che brillavano come mele lustrate, come cuori, come prugne ben lavate. Ma alla bimba piacevano sempre di più.
In giornata la vecchia signora venne a sapere delle scarpette rosse della sua pupilla.
“Non mettere mai più quelle scarpe” le ordinò minacciosa.
Ma la domenica dopo la bambina non potè fare a meno di mettersi le scarpette rosse, e poi si avviò alla chiesa con la vecchia signora. Sulla porta della chiesa c’era un vecchio soldato con il braccio al collo. S’inchinò, chiese il permesso di spolverare le scarpe e toccò le suole cantando una canzoncina che le fece venire il solletico ai piedi.
“Ricordati di restare per il ballo” e le strizzò l’occhio.
Anche questa volta tutti guardarono con sospetto le scarpette rosse della bambina.
Ma a lei piacevano tanto quelle scarpe lucenti, rosse come lamponi, come melagrane, che non riusciva a pensare ad altro. Era tutta intenta a girare e rigirare i piedini, tanto che si dimenticò di cantare.
Quando uscirono dalla chiesa, il vecchio soldato esclamò:
“Che belle scarpette da ballo!”.
A quelle parole la bambina prese a piroettare e non riuscì più a fermarsi, tanto che parve avesse perduto completamente il controllo di sé. Danzò una gavotta e poi una csarda e poi un valzer, volteggiando attraverso i campi.
Il cocchiere della vecchia signora si lanciò all’inseguimento della bambina, la prese e la riportò nella carrozza, ma i piedini che indossavano le scarpette rosse continuavano a piroettare nell’aria. Quando riuscirono a togliergliele, finalmente i piedi della bambina si quietarono.
Di ritorno a casa, la vecchia signora lanciò le scarpette rosse su uno scaffale altissimo e ordinò alla bambina di non toccarle mai più. Ma lei non riusciva a fare a meno di guardarle e desiderarle. Per lei erano ancora la cosa più bella che si trovasse sulla faccia della terra.
Poco tempo dopo, mentre la signora era malata, la bambina strisciò nella stanza in cui si trovavano le scarpette rosse. Le guardò, là in alto sullo scaffale, le contemplò, e la contemplazione si trasformò in potente desiderio, tanto che la bambina prese le scarpe dallo scaffale e subito se le infilò, pensando che non sarebbe accaduto nulla di male.
Ma non appena le ebbe ai piedi subito si sentì sopraffatta dal desiderio di danzare.
Danzò uscendo dalla stanza, e poi lungo le scale, prima una gavotta, poi un csarda e poi un valzer vertiginoso. La bambina era in estasi, e si accorse di essere nei guai solo quando volle girare a sinistra e le scarpe la costrinsero a girare a destra, e volle danzare in tondo e quelle la obbligarono a proseguire. E poi la portarono giù per la strada, attraverso i campi melmosi e nella foresta scura.
Appoggiato a un albero c’era il vecchio soldato dalla barba rossiccia, con il braccio al collo.
“Oh che belle scarpette da ballo!” esclamò.
Terrorizzata, la bambina cercò di sfilarsi le scarpe, ma più tirava e più quelle aderivano ai piedi.
E così danzò e danzò sulle più alte colline e attraverso le valli, sotto la pioggia e sotto la neve e sotto la luce abbagliante del sole. Danzò nelle notti più nere e all’alba, danzò fino al tramonto. Ma era terribile: per lei non esisteva riposo. Danzò in un cimitero e là uno spirito pronunciò queste parole:
“Danzerai con le tue scarpette rosse fino a che non diventerai come un fantasma, uno spettro, finchè la pelle non penderà sulle ossa, finchè di te non resteranno che visceri danzanti. Danzerai di porta in porta per tutti i villaggi, e busserai tre volte a ogni porta, e quando la gente ti vedrà, temerà per la sua vita”.
La bambina chiese pietà, ma prima che potesse insistere le scarpette rosse la trascinarono via.
Danzò sui rovi, attraverso le correnti, sulle siepi, e danzando danzando arrivò a casa, e c’erano persone in lutto. La vecchia signora era morta.
Ma lei continuava a danzare.
Entrò danzando nella foresta dove viveva il boia della città. E la mannaia appesa al muro prese a tremare sentendola avvicinare.
“Per favore” pregò il boia mentre danzava sulla sua porta, “Per favore mi tagli le scarpe per liberarmi da questo tremendo fato”.
E con la mannaia il boia tagliò le cinghie delle scarpette rosse. Ma queste le restavano ai piedi.
E lei lo pregò di tagliarle i piedi, perché così la sua vita non valeva nulla. Il boia allora le tagliò i piedi.
E le scarpette rosse con i piedi continuarono a danzare attraverso la foresta e sulla collina e oltre, fino a sparire alla vista.
E ora la bambina era una povera storpia, e doveva farsi strada nel mondo andando a servizio da estranei, e mai più desiderò delle scarpette rosse.
di Andersen
Parlate dell’esempio che sempre dovunque il padre vi offre: moderazione di desideri, spirito di sacrificio, trepidazione affettuosa e dedizione assoluta al benessere dei propri cari. Nei momenti di gioia e di dolore, il vostro padre è più vicino che mai: la gioia così condivisa è intensificata e approfondita, il dolore è confortato dalla certezza di poter ricevere profonda comprensione e pronto e generoso aiuto.
L’interdizione senza donazione genera oppressione, soppressione, potere disciplinare, svilimento della vita, deriva regolista. La donazione senza interdizione genera dissipazione, tracollo di eccitazione, dispersione del godimento. Il padre coniuga interdizione e donazione e incarna sia il dono del desiderio, sia la legge per regolarlo.
Mediocrità, talento e genio.
Esistono, in tutti i tempi, due letterature che procedono l’una accanto all’altra quasi estranee fra loro, una letteratura vera e propria e un’altra soltanto apparente. La prima crescendo diventa la letteratura permanente. La producono persone che vivono per la scienza e per la poesia; essa procede nel suo cammino seria e quieta, ma in modo estremamente lento, in Europa essa produce una dozzina scarsa di opere in un secolo, le quali però rimangono. L’altra letteratura, esercitata da persone che vivono della scienza e della poesia, va avanti al galoppo, con grande chiasso degli interessati, e annualmente mette sul mercato molte migliaia di opere. Dopo pochi anni, però, viene da chiedersi: dove sono queste opere? Dove è la loro gloria così prematura e così rumorosa? Si può perciò chiamare quest’ultima letteratura che passa, l’altra letteratura che resta.
Arthur Schopenauer Sul mestiere dello scrittore e sullo stile
Raccontare, non spiegare!
Non enunciare al lettore la filosofia della strada. Fai in modo che esse emerga dai personaggi, attraverso la loro azione, il loro comportamento, i loro discorsi. Studiate Stevenson e Kipling e vedrai che si annullano e creano cose che vivono e respirano e prendono il lettore suscitando un interesse che non si spegne mai. L’atmosfera si crea sempre con l’annullamento dell’artista. Dacci dentro con le frasi forti, fresche e vivide, scrivi intensamente, non affannosamente o in modo prolisso; non raccontare, tratteggia! Dipingi! Costruisci! Crea! Meglio mille parole ben costruite che un intero romanzo di lungaggini e sciatterie. Dànnati! Dimentica te stesso e il mondo ti ricorderà.
Jack London da una lettera a un giovane ammiratore in Jack London di Irving Stone
Trappola della generalizzazione.
Quando si legge, bisogna cogliere e accarezzare i particolari. Non c’è niente di male nel chiarore lunare della generalizzazione, se viene dopo che si sono colte le solari inerzie del libro. Se si parte invece da una generalizzazione preconfezionata, si comincia dalla parte sbagliata e ci si allontana dal libro prima ancora di aver cominciato a capirlo. Non c’è niente di più noioso e di più ingiusto verso l’autore che mettersi a leggere, per esempio, Madame Bovary, con l’idea preconcetta che sia una denuncia della borghesia. Non dimentichiamo che l’opera d’arte è sempre la creazione di un mondo nuovo; per prima cosa, dovremmo studiare questo mondo nuovo il più meticolosamente possibile, come se fosse qualcosa di avviciniamo per la prima volta e che non ha alcun rapporto immediato con i mondi che già conosciamo. Una volta studiato attentamente questo mondo nuovo, allora soltanto possiamo canalizzarne i legami con altri mondi, con altri settori della conoscenza.
Vladimir Nabokov Lezioni di letteratura
Dio è nel dettaglio
E’ nella precisazione dei dettagli che uno scrittore rivela la propria grandezza. Una narrazione imprecisa suscita un’imprecisa attenzione da parte di chi legge. A scapito del coinvolgimento.
Importanza della lettura
Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia con un pugno in testa, perché mai non leggiamo? Perché ci rende felici?… Mio Dio, saremo felici lo stesso, anche senza libri, e i libri che ci rendono felici, quelli all’occorrenza potremmo scriverli da soli… Un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi. Di questo sono convinto.
Franz Kafka da una lettera a Oskar Pollack
I danni sono lampanti e spesso irreparabili. Le campagne contro il fumo sono sempre più numerose ed efficaci, forse sarebbe ora di concentrare le nostre risorse a risolvere un altro problema, altrettanto grave, come l’abuso di alcol fra i giovani.
Prima di ciò però, forse si dovrebbe riflettere con obiettività sulle cause di questo fenomeno. Questa moda può forse essere espressione di un disagio sociale, psicologico, relazionale di un giovane che si vede inserito in una società dove non si trova a proprio agio? Negli ultimi anni è stato evidenziato un abuso d’alcol soprattutto tra giovani e giovanissimi, che ovviamente non bevono durante i pasti, ma consumano alcol occasionalmente ma in modo totalmente sconsiderato per ubriacarsi o sballarsi. Si conta che il 42 per cento dei maschi e il 21 delle femmine minorenni siano colpiti dal fenomeno del binge drinking, una tendenza sempre più diffusa che consiste nel bere sei o più bicchieri di alcolici e superalcolici in un’unica occasione, in meno di due ore, solitamente senza mangiare nulla. Le ragazze soprattutto, spesso sono le persone più colpite per un motivo semplice. L’alcol, come ben noto, fa ingrassare e un drink può contenere fino a 500 kilocalorie. Per questo molte giovani arrivano a non mangiare per un giorno intero prima del weekend, per poi poter bere a dismisura senza perdere la linea. Si arriva quindi a parlare di drunkoressia, che unisce alcolismo e anoressia e che sta dilagando soprattutto in America dove già una ragazza su tre è pronta a ridurre drasticamente i pasti pur di poter bere liberamente la sera e avere un fisico magro.
L’Osservatorio nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità ha recentemente pubblicato delle statistiche, secondo cui in Italia sarebbero circa venticinquemila i decessi che ogni anno potrebbero essere ascritti all’abuso di alcol, senza contare tutti quei ricoveri legati a episodi di abuso acuto giornaliero. Il dato che più colpisce è forse che il 17 per cento di queste ospedalizzazioni riguarda una fascia di età sotto i 14 anni. Il problema essenziale infatti è che i danni maggiori si hanno sotto i 15 anni poiché a età così giovani l’apparato digerente non risulta essere capace di smaltire efficacemente i metaboliti tossici dell’alcol che quindi permangono più a lungo nell’organismo creando danni spesso irreparabili.Le ricerche degli ultimi anni ricordano che l’abuso di alcol è responsabile sia di morti premature dovute ad esempio a incidenti, sia allo sviluppo di malattie croniche che colpiscono preferenzialmente l’apparato cardiocircolatorio, il sistema nervoso e il fegato. L’alcol esplica la sua tossicità alterando l’attività metabolica delle cellule e promuovendo danni genetici e cancerogenesi attraverso la produzione indiretta, durante il suo smaltimento da parte dell’organismo, di radicali liberi dell’ossigeno. Le principali alterazioni sono ipertrofia delle parotidi, stomatite, glossite, reflusso gastro-esofageo, gastropatiaemorragico-erosiva e malassorbimento. È stato più volte dimostrato però che un consumo moderato di vino ha effetti benefici sulla salute, grazie ai polifenoli in esso contenuti che svolgono un azione protettiva su cuore e cervello. L’European Code Against Cancer ritiene che il consumo di una unità alcolica al giorno per la donna e due per l’uomo sia da considerarsi a basso rischio per lo sviluppo di un tumore. Oltre a questi danni l’abitudine di bere alcolici è correlata appunto a diversi tipi di cancro, soprattutto a livello del fegato, del pancreas, dell’intestino, della bocca, della faringe, dell’esofago e persino del seno. Un numero sempre maggiore di studi correla l’alcol allo sviluppo di cancro. Questa volta è il Canadian Medical Association Journal che in un suo articolo, redatto da studiosi francesi dell’International Scientific Forum on Alcohol Research dell’Organizzazione mondiale della sanità, riflette su una verità che sembra ormai dimostrata.
(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)
Vi segnalo un’opportunità formativa dall’Università degli studi di Verona. Informazioni, recapiti e termini all’interno.
L’analisi dei dati ISTAT evidenzia degli incrementi significativi, sia rispetto al numero dei giovani e delle donne che bevono, sia di quelli che adottano atteggiamenti potenzialmente a maggior rischio (consumi di alcolici fuori pasto, consumo di bevande superalcoliche, birra tutti i giorni).
Parallelamente a questa tendenza, si sta facendo strada tra i giovani e soprattutto tra le ragazze una nuova moda alimentare: il digiunare per poi poter bere grandi quantità di alcool la sera, soprattutto in occasioni di feste e serate nei locali. Parliamo di drunkoressia, un fenomeno importato dagli Stati Uniti e che sta prendendo piede anche in Italia. Questo fenomeno ha diversi risvolti: innanzitutto è un modo con cui le ragazze tengono sotto controllo il peso senza rinunciare alle abbuffate alcoliche.
Un cocktail può arrivare a contenere fino a 500 kcal, e attraverso il digiuno si bilancia l’assunzione di calorie tramite bevande alcoliche; l’assunzione di alcool a stomaco vuoto produce una maggiore sensazione di ebbrezza, cosa che offre la prospettiva di una maggior divertimento, di uno “sballo” più intenso; l’alcool, insieme all’ebbrezza, produce l’effetto di una marcata diminuzione del controllo, delle inibizioni e della percezione del rischio: anche gli adolescenti più introversi riescono in questo modo a lasciarsi andare, a far parte del gruppo di coetanei.
L’Istituto Superiore di Sanità mette in rilievo un cambiamento importante che, in qualche modo, può essere considerato un fattore facilitante rispetto al fenomeno della drunkoressia: il consumo di alcool è sempre più separato dal consumo dei pasti e dalla dieta mediterranea, nella quale il consumo moderato di vino è sempre stato presente.
L’alcool è sempre più bevanda e oggetto di consumo: basti pensare alla quantità ed alla varietà di cocktail già pronti, in bottiglia, che si possono acquistare direttamente al supermercato.
La drunkoressia, o anoressia da happy hour, va avanti a digiuni e “shottini”. E le conseguenze sono quelle dell’anoressia: pericolosa perdita di peso e scomparsa del ciclo mestruale, cui si aggiungono i danni dell’acool al fegato. Ad oggi la percezione del rischio legato a questo tipo di comportamento alimentare è ancora piuttosto sottovalutato: coperto dalla moda, dal desiderio di divertirsi e, come sempre, di far parte di qualcosa.
(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)
In fila al cinema, nelle auto ai semafori, o seduti al bar, non riescono a fare a meno dei loro computer, iPad o smartphone. Hanno un bisogno ossessivo di aggiornare il loro stato su Facebook, o di comunicare con un tweet la loro posizione, manifestando comportamenti compulsivi, tipici della dipendenza: sono i cosiddetti “drogati di Internet”, il cui numero è in continuo aumento. La netdipendenza colpisce giovani e meno giovani, causando vere e proprie crisi di astinenza e ricoveri in strutture specializzate . Recentemente avevamo riportato i risultati di uno studio cinese, secondo il quale lo stare troppo tempo davanti al computer può causare gravi danni celebrali. Conclusioni in linea con quelle riscontrate da una nuova ricerca, effettuata nel Regno Unito dall’ente di ricerca Intersperience, che ha condotto un esperimento su 1.000 partecipanti, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, ai quali è stato chiesto di rispondere a un lungo questionario e soprattutto di astenersi da qualsiasi uso di internet per 24 ore. Il più grande ostacolo per gli intervistati è stato proprio questo. Per alcuni, il solo pensiero era inconcepibile. Per altri una delle cose più difficili che avessero mai fatto, un vero e proprio incubo. Alcuni hanno riferito i sintomi tipici dell’astinenza, simili alla dipendenza da droghe o alcol. Le persone più giovani, hanno mostrato maggiori difficoltà nel distacco da internet rispetto, ad esempio, ai quarantenni, pochissime persone hanno abbracciato senza riserve l’idea di una vita senza internet, anche soltanto per 24 ore. Il 53% dei partecipanti ha riconosciuto di essere sconvolto quando gli è stato negato l’accesso al web, mentre il 40% ha indicato di sentirsi solo se impossibilitato a comunicare con gli amici su internet. “La tecnologia online è sempre più pervasiva – ha dichiarato Paul Hudson, amministratore delegato di Intersperience – e la nostra ricerca ne mostra il ruolo dominante che ha assunto, influenzando le nostre amicizie, il modo di comunicare, il tessuto della nostra vita familiare, la nostra vita lavorativa e le nostre abitudini di acquisto”.
(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)
(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.alcolnews.it)
“In tivù pubblicità di alcolici per bambini e ragazzi”
L’Osservatorio regionale Alcol e Pubblicità ha diffuso ieri i dati del report 2010 sulle pubblicità di bevande alcoliche, rispetto alle leggi vigenti, ma anche rispetto ai contenuti dei messaggi e a come questi vengono recepiti e contribuiscono a modificare la rappresentazione sociale e culturale delle bevande alcoliche. “Uno dei maggiori ostacoli ad una reale presa di coscienza sociale del rischio connesso all’uso eccessivo di alcolici è rappresentato dal fatto che questa sostanza, diversamente dalle altre sostanze psicoattive, costituisce un elemento comune della cultura italiana, presente sulle tavole quotidianamente. In quanto tale, l’alcol è ampiamente rappresentato nel panorama pubblicitario italiano e come ogni altro prodotto pubblicizzato viene proposto facendo leva su sensazioni e valori accattivanti”, è stato spiegato alla conferenza stampa di presentazione del report, il 28 giugno alla Regione Lazio. I riscontri di un anno di lavoro dell’”Osservatorio Alcol e Pubblicità” confermano drammaticamente le numerose violazioni alle normative vigenti a carico delle tre Reti Rai, delle tre Reti Mediaset e de La7 e come la continua pressione pubblicitaria televisiva di bevande alcoliche sia subita quotidianamente anche da bambini e adolescenti”.
Il progetto “Osservatorio Nazionale Alcol e Pubblicità”, realizzato dal Centro di Riferimento Alcologico Regione Lazio, in collaborazione con l’Assessorato Politiche per la casa della Regione Lazio, ha prodotto nel 2010 le seguenti analisi:
1) Indagine relativa alla pubblicità degli alcolici sulle principali reti televisive nazionali (RAI, Mediaset, La 7);
2) Indagine conoscitiva sul consumo di alcolici e sulle conoscenze relative ai danni alcol-correlati;
3) Analisi psico-sociale del contenuto degli spot sull’alcol;
4) Analisi semiotico-testuale sulla pubblicità delle bevande alcoliche.
Risultati dell’indagine sulla pubblicità degli alcolici in tv
Il numero totale degli spot andati in onda nelle 13 settimane considerate (1 settimana al mese random) sulle tre reti nazionali è stato di 187.040 (in media 2.055 spot al giorno, per un totale di oltre 750mila spot l’anno).
Di questi, il 3.2% (24.000 circa l’anno) ha avuto come contenuto la sponsorizzazione di bevande alcoliche (fig. 1). Nel periodo considerato, sono stati oltre 42 milioni gli italiani che, per almeno 1 minuto, si sono esposti a spot promozionali sugli alcolici (10 spot al giorno circa).
A fronte dell’11% di spot sugli alcolici mandati in onda dalle reti Rai, sia le reti Mediaset che La 7 detengono una fetta considerevole delmercato delle pubblicità di alcolici (nel complesso il 90% circa).
Ben il 76% dei soggetti tra i 4 ed i 7 anni è stato esposto a spot sull’alcol con una frequenza media di 13 spot (circa uno spot al giorno). Inoltre, circa il 90% della popolazione italiana tra gli 8 ed i 14 anni ha visto in media circa 16 spot sull’alcol (poco più di uno spot al giorno). Si consideri che, per legge, la fascia di età 0-15 anni andrebbe protetta dall’esposizione agli spot sull’alcol.
La maggior parte degli spot (41,7%) si concentra tra le 19:00 e le 24:00. La fascia oraria 16:00 – 19:00 che, per Legge, dovrebbe non essere permessa alla pubblicità di alcolici, ha invece mostrato la presenza, sia pur minima, di infrazioni alla norma (1,1%). Rai, Mediaset e La 7 sono infatti incorse, in almeno 29 occasioni, in palese infrazione di tale norma (infrazioni commesse dalla RAI: 9).
Indagine conoscitiva sul consumo di alcolici e sulle conoscenze relative ai danni alcol-correlati
Il 17.2% dei soggetti intervistati (27.8% maschi e 13% femmine) (fig. 2), ha dichiarato di consumare quantità medie giornaliere di alcol considerate a rischio per la salute.
Sono soprattutto i soggetti tra i 51 ed i 60 anni ad abusare di più (31.4%), insieme a quelli dai 41 ai 50 anni (25%). Nella classe di età più giovane (18-30 anni), abusa circa il 17% degli intervistati, il che rappresenta un dato decisamente negativo.
Solo il 25% circa degli intervistati (32% femmine vs. 17,1% maschi) ha affermato che l’abuso di alcol determina “sempre” problemi di salute, mentre il 72% ha risposto “qualche volta” (66.5% F vs 78% M). I soggetti hanno quindi la percezione che, se non si abusi nella quantità, l’ alcol non possa far male, non tenendo conto delle personali condizioni del soggetto (patologie, uso di farmaci, gravidanza, ecc.).
Tra coloro che affermano che l’alcol non faccia “mai” male, sono di più i giovani tra i 18 ed i 30 anni, anche se con il solo 4% circa.
La maggioranza degli intervistati ha dichiarato la presenza di effetti positivi legati all’uso di alcol “si, qualche volta” nel 42% dei casi circa, “si sempre” nel 4.9%, “mai” nel 47.7% dei casi (totale “si, qualche volta” e “si sempre”: 46.9%).
Il 18.6% circa ha affermato che l’alcol presenta effetti positivi sul cuore e sul circolo. Un 16.6% ha indicato altri effetti positivi sul fisico (soprattutto digestivo – 11% – ma anche antiossidante, anti-ipertensivo, ecc.), mentre il 61.2% generici effetti positivi sullo stato d’animo (disinibente, euforico, rilassante, ecc.).
Il 61% circa degli intervistati ( 70,2% F vs. 50,9% M) ha risposto positivamente alla domanda: “Secondo Lei l’uso dell’alcol in gravidanza può arrecare danni al bambino?”, anche se, ad indicare la FASD come patologia specifica causata dal consumo di alcol in gravidanza è stato solo l’1.8% degli intervistati.
Alla domanda: “Secondo Lei c’è una quantità minima di alcol che una donna in gravidanza può comunque bere senza rischi?”, le donne hanno risposto di si per il 36,5%. Queste donne, presumibilmente, assumerebbero alcol in gravidanza, a meno che non ricevano diverse indicazioni dal proprio ginecologo. Il dato purtroppo è stato confermato dalle nuove metodiche analitiche sul meconio del neonato che indicano come a Roma il 33% delle donne abbia sicuramente assunto bevande alcoliche durante la gravidanza.
Il 47.2% dei soggetti ha infine affermato di conoscere persone che abusano di alcol e il 44.1% tende a connotare l’alcolismo in senso negativo.
Analisi semiotica degli spot sull’alcol
Su 3 spot relativi agli alcolici è stata effettuata un’analisi semiotica, partendo dalle manifestazioni e dalle caratteristiche tecniche (inquadrature, durata, musica, categorie cromatiche, ecc.) per determinare come il testo stesso produca i propri effetti di senso. Da tale analisi si evince che i tre spot, così come avviene ormai per la pubblicità in genere di alta qualità, non fanno leva direttamente sul prodotto e sulle sue qualità e proprietà, ma puntano invece su un forte coinvolgimento emotivo ed estetico dello spettatore, che può avvenire secondo diverse modalità (es. uso del ritmo tra contenuto e musica, uso dell’ironia e dell’attesa, forte valenza plastica delle immagini).
Analisi psico-sociale del contenuto degli spot sull’alcol
Secondo un’analisi su 47 spot di alcolici, la pubblicità tenta di orientare il consumatore verso determinati prodotti (51.1%) o di rafforzare un atteggiamento già positivo verso il prodotto (44.7%), piuttosto che convertire l’atteggiamento del consumatore da un prodotto all’altro (4.3%). Il 70.2% delle pubblicità analizzate utilizza messaggi dai toni fortemente emotivi e solo a volte presenta anche argomenti più razionali. Gli spot, più che focalizzarsi sulle caratteristiche o funzioni del prodotto, fanno leva sull’atmosfera e sui protagonisti. Una pubblicità sembra poi incoraggiare un uso eccessivo di alcolici in maniera esplicita, e 10 in maniera indiretta.”È un sacrosanto diritto del consumatore essere informato dei potenziali rischi connessi al consumo delle bevande alcoliche liberamente commercializzate”: così l’assessore Teodoro Buontempo (Assessorato Tutela dei Consumatori) ha aperto la conferenza stampa per presentare i dati del progetto dell’Osservatorio Alcol e Pubblicità, partito con la precedente giunta regionale e realizzato con lo stanziamento di fondi regionali attraverso la partecipazione di ricercatori, medici, psicologi ed esperti di comunicazione di massa e di analisi testuale.
Parabellum Parabellum
racconto breve sull’assenza dei padri
I giovani che abitavano a Zarden, ma anche nelle campagne circostanti, avevano spesso le sembianze di forestieri smarriti che vagavano come senza tetto e senza direzione. A conoscerli bene uno per uno, venivano alla luce storie di insicurezza e debolezza di cuore; storie di fragilità ben vestite e pettinate.
In certe ore del giorno e della notte sapevano però trovare le strade più veloci per diventare euforici e spavaldi. Con uno sguardo poco accorto non si poteva non rimanere indifferenti agli atteggiamenti e agli atti di bullismo che riuscivano a compiere. I giovani di quel borgo, che non era neanche troppo selvaggio, non leggevano né quotidiani, né riviste di approfondimento; non seguivano abitualmente il telegiornale e neppure la tribuna elettorale. Il loro approccio col mondo dell’informazione si era cristallizzato ai fumetti e alle strisce, alle telenovelas e ai video musicali; insomma a tutte quelle cose che non richiedono più di due minuti di attenzione approfondita e continuativa. Erano dei buoni lavoratori, ma per via di riflettere…, probabilmente sarebbero stati sconfitti da un branco di planctum. In compenso avevano ampia disponibilità di denaro e potevano, quindi, soddisfare in breve tempo quasi tutti i desideri desiderabili.
Tutto questo disordine si originò in concomitanza con l’esplosione del conflitto bellico, quando tutti i padri furono chiamati alle armi per difendere i confini.
Tutti quei giovani, che all’epoca dei fatti erano ragazzini, dapprincipio si dimostravano contenti.
I grandi avevano detto loro che i padri erano andati in guerra per difendere le terre di casa e la casa, a combattere uno contro cento cannoni, ad abbattere mastodontici aeroplani. Ad ascoltare i figli, questi padri parevano tutti giganti con spalle larghe svariati metri e bicipiti tondi e duri come botti di rovere. Alti come bronzi e sempre belli e sbarbati. “Il mio papà è forte come king kong!”. “ Il mio papà è alto fino al tetto!”. “ Il mio papà è bello come il sole!”. “ Il mio papà è potente come i power rangers!”. “ …è irascibile come John Cena!”. “ …è buono come Sandokan, la tigre della Malesia!”. “ … è sanguigno come Bruce Springsteen!”. “ … è intelligente come Karpof!”. “ … è acuto come Spider Man!”. “Il mio papà ha le spalle più larghe delle tue!”. “Quando mio papà canta tutti lo ascoltano!”. Queste e altre cose raccontavano allietandosi nei cortili e chiacchierando tornando a casa da scuola. Talvolta queste frasi diventavano un gioco. Si ripeteva in coro o da solista l’ultima parola, magari modificandone il tono, l’intensità, la dizione. Il primo ragazzino della fila diceva: “Il mio papà è forte come King Kong!”… e tutti gli altri: “Kong, Koong!”… oppure: “Kong”, “K-o-n-g”, “Kooonnng”, e via di seguito. Era un gioco molto divertente e diffuso, per quanto semplice e ripetitivo, che si prestava alle variazioni e alla creatività di ciascuno.
Un giorno un ragazzino disse: “Il mio papà ha una Beretta PARABELLUM”. E tutti in coro: “Parabellum, Parabellum”.
A dispetto di tutti gli altri vocaboli, la parola “PARABELLUM” superò i confini del gioco e si diffuse lentamente in tutto il borgo diventando lo slogan ufficiale della comunità giovanile, o quanto meno di una buona parte di essa. I ragazzetti che si incontravano sulla soglia dei bar, conciati come rapper americani, agitando i gomiti e cornificando la terra scandivano: “Parabellum, Parabellum”.
Nacque la “Parabellum dance”, “il Parabellum dream”, “la Parabellum girl”, il “Parabellum boy” e il “Parabellum modus vivendi”. Un tipografo originario di Gurdon, che si era da poco trasferito, per accontentare il proprio figlio, aveva serigrafato su alcune t-shirt la parola “parabellum” e da lì si diffuse una moda spropositata e fece soldi a palate producendo maglie, pullover, cappellini e gadget con stampato: “parabellum” . Le madri osservavano l’avanzare dell’ennesima moda stagionale commentando serenamente dal panettiere o in coda per pagare la spesa. E tutte si chiedevano la causa di ‘sì tanto successo.
“A me e ai miei familiari – diceva la prima madre – la parola Parabellum ricorda tanto l’ombrello e ci fa sentire tutti sicuri e al riparo”.
“Para’, para’… a me ricorda il para…cadute! Che non ti fa cadere male; o il para…palle, che metteva il mio uomo quando andava a lottare; oppure il paraspigoli; il parapiglia e la pastiglia, … il medico e la guarigione. Ecco – aggiunse dopo un breve sospiro di letizia – la parola Parabellum mi ricorda la… guarigione!”
“A me – disse la terza madre, che non aveva figli – ricorda la luce e la bontà; il futuro e la bellezza; ma anche la forza e la corazza di un bull-dozer”. Alla moglie dello stradino, evocava il bitume che finalmente aveva portato il progresso seccando la polvere e colorando di nero le strade bianche.
La madre più giovane disse: “ Parabellum è una parola bella e unica. Mi ricorda l’abbraccio della mamma e anche la panna e la schiuma. Dovrebbero inventare un balsamo per capelli con il nome Parabellum nel titolo!!”
La madri più anziane si allietavano compiacendosi di aver ascoltato il parere anche della madre più giovane. Tutto il paese era zeppo della parola Parabellum. Il bambino figlio del soldato che aveva la Beretta Parabellum, si gongolava e stimava se stesso perché il suo papà era certo più famoso (almeno in quel borgo) di Mludic e Kuradzic e di tutti i leader politici di cui sentiva sempre parlare i nonni nel negozio di tabacchi.
Quando, durante la lezione di educazione artistica, l’insegnante disse agli alunni di rappresentare l’immagine dei propri genitori, tutti presero di gran lena a disegnare la propria madre, che per la maggior parte dei casi, venne gradevole e molto simile alla realtà, per quanto concesso dalle modeste arti grafiche di quei ragazzini. Invece, di fronte al compito di colorare i padri, l’intera classe andò in stallo. L’insegnante di educazione artistica non era una cattiva insegnante, tutt’altro. Oltre alla preparazione professionale, Katrina Sagovic, così si chiamava, era anche dotata di sensibilità e motivazione al lavoro didattico e socio-educativo. Katrina alzò lo sguardo verso le teste degli alunni e vide la classe borbottare e agitarsi. Gli alunni cercavo consiglio tra loro e guardavano tutti insieme al più bravo della classe cercando di rapire un’idea o una illuminazione per portare a termine il lavoro assegnato.
“Calmatevi – disse Katrina Sagovic – cosa succede?”.
Il suo tono, come il solito, era dolce e pacato, come dovrebbe essere il tono di ogni persona. Il figlio che aveva il papà forte come King Kong, disse: “maestra, non posso fare il compito perché non so come è vestito mio papà… so soltanto che è forte come King Kong!”. Non passò un secondo che tutti i compagni urlarono: “Kong, Koong!”… oppure: “Kong”, “Ko-ng”, “Kooonnng”.
“Calma! silenzio, fate silenzio” disse Katrina Sagovic e aggiunse rivolgendosi al ragazzino che l’aveva interrogata: “se non ricordi come il tuo babbo è vestito, puoi disegnare King Kong”.
Il ragazzino si rasserenò e cominciò a disegnare.
“Anche io non ricordo come è vestito il mio papà – disse il ragazzino della seconda fila – ma so che è alto come il tetto”. “Disegna il tetto alto”. Rispose con la consueta calma Katrina Sagovic.
Via via gli alunni chiedevano e uno dopo l’altro trovavano risposta. Disegnarono: John Cena, il sole, i power rangers, Sandokan la tigre della Malesia, Bruce Springsteen, Spider Man, due spalle larghe larghe, un cantante, e via di seguito. Anche il piccolo bambino, figlio del soldato che aveva la Beretta Parabellum, il cittadino più famoso di Zarden, pose la domanda a Katrina Sagovic e disse: “Anche io non so come è vestito il mio papà, so solo che ha una Beretta Parabellum”. A questo punto Katrina Sagovic si aspettava il “Parabellum, Parabellum” corale, ma forse la moda stava già sfumando, o più probabilmente gli alunni erano così impegnati a svolgere il compito che nell’aula si distese un silenzio tale che fece freddo anche nella mente di Katrina.
Katrina si avvicinò lentamente al bambino e accarezzandolo sulla testa gli disse: “ok, vorrà dire che disegnerai una Beretta Parabellum”. “Ma come si disegna?” chiese nuovamente il bamboccio. Anche Katrina non sapeva cosa fosse una Beretta Parabellum e per quanto fosse un’insegnante fantasiosa e creativa, il secondo imbarazzo della mattina la incastrò definitivamente in quello che la gente comune chiama… blocco creativo. Riuscì solamente a farsi venire l’idea di tirare in ballo il bidello, una persona di cui Katrina si serviva spesso per disincagliarsi da situazioni difficili come sostituire una lampadina o un pneumatico, spostare la cattedra, appendere un quadro, trasportare libri e pacchi o aprire le grandi e pesanti finestre delle aule. Il bidello si chiamava Slobodan, ma tutti lo chiamavano Slobo.
“Signor Slobo – disse Katrina- può spiegare a questo bambino come si disegna una Beretta Parabellum?”. “Una Beretta Parabellum?” chiese Slobo. “Si, Parabellum Parabellum!” rispose Katrina Sagovic lasciandosi prendere dall’euforia fanciullesca. La classe noto l’euforia di Katrina e tutti si posero in ascolto di Slobo. Il signor Slobo spiegò che la Beretta Parabellum un tempo era un pezzo di ferro, che poi è stato forgiato da abili maestranze e si è trasformato in una pistola dal potenziale micidiale. Una pistola che può sparare anche 15 colpi e che può uccidere 15 persone, ma anche di più se la distanza è giusta e i bersagli sono sovrapposti. E’ lunga circa una spanna di un uomo forte e di solito è di colore scuro, anche se non sono pochi quelli che la personalizzano mettendoci il calcio di avorio o di osso di balena.
“Ma serve per giocare al calcio del pallone?” chiese un alunno.
“No – rispose Slobo con ironia- serve per un altro sport, anzi non si tratta proprio di uno sport, a meno che non si intenda il trapassare le persone con proiettili un passatempo sportivo. Comunque: può esplodere colpi singoli o a ripetizione quasi come una mitraglia. E fa molto male!”. Con l’ausilio di pennarelli e lavagna a fogli mobili, Slobo tenne una lezione articolata e complessa sulla Beretta Parabellum, dimostrando anche una discreta didattica figurativa, per la dovizia di particolari che non mancava di aggiungere a tutte le raffigurazioni che produceva sulla lavagna. Dopo il suo intervento Slobo usci dall’aula lasciando Katrina Sagovic pietrificata. La classe notò Katrina Sagovic pietrificata e tutti gli alunni si pietrificarono.
“Chissà perché – osservò il ragazzino del primo banco- quando parliamo di armi, di mine antiuomo, bombe cluster e rifugi anti guerra, ci pietrifichiamo tutti, come quelle file di croci che ci sono nei cimiteri!”.
“Ma allora –disse il bambino figlio del soldato che aveva la Beretta Parabellum – il mio papà ammazza i papà di altri bambini? E se un giorno il papà di un altro bambino ammazza il mio papà?”. “Ammazza il mio papà! Ammazza il mio papà!” urlarono in coro i ragazzini scatenandosi in mille disordini. Katrina non seppe più come contenere la classe che schizzava e saltava sbraitando il nuovo motto: Ammazza il mio papà!
Il rumore si diffuse così velocemente nel paese che le madri non potevano non sentire ed in massa marciarono verso la scuola. I bambini sembravano impazziti, abbandonando i disegni e i sogni che stavano terminando, cominciarono a disubbidire anche alle madri e al sindaco. Smisero di portare fuori l’immondizia, che si accumulava in casa, e inaugurarono le fattezze di una generazione di fannulloni.
Accadde proprio così. Il vero caos cominciò quando il piccolo figlio del soldato che aveva la Parabellum si rese conto che l’unica energia che il padre possedeva stava tutta nel palmo di una mano e veniva esercitata nel trattenere la Beretta. Quel padre non era altro e non possedeva altro. Fu la fine di tutti i padri e l’inizio del caos.
Quando poi la guerra finì quella che sembrava una triste sensazione di carenza, divenne una vera e propria condizione di assenza. Molti padri infatti non tornarono più a casa.
“Alla ricerca dei padri!”. “Padre: dove sei?”. “Cercasi padre disperatamente!”. Queste e scritte simili apparivano su cartelli affissi in tutte le strade e nei punti di maggiore passaggio. Insegne luminose e sonore evocavano la loro ricerca in tutti gli angoli del borgo e non lasciavano indifferente nemmeno la persona più distratta. Per sopperire alla grave carenza, alcune mogli si erano adattate alla belle e meglio, per esempio, fabbricandosi sagome cartonate dei mariti assenti. Se le portavano appresso ai colloqui scolastici o alle cene di famiglia. Le ditte produttrici lanciarono sul mercato sagome cartonate con le gambe a scomparsa per meglio simulare la seduta; oppure con braccia che a comando passavano a posizione conserta. L’ultimo modello lanciato prevedeva l’emissione di suoni simili a: “Si”, “davvero?”; “ma, daii!” e altre espressioni concordate. In questo modo si respirava l’impressione che le mogli fossero in qualche maniera accompagnate e sostenute.
Va da sé che queste sagome, quando si trattava di formulare un pensiero più articolato o creativo, o di praticare movimenti complessi, mostravano tutti i limiti. Col passare del tempo, i cartelloni pubblicitari e le sagome cartonate finirono col rappresentare una curiosa attrazione turistica richiamando moltissimi forestieri. Ne giovò l’economia locale e, in generale, il tasso di benessere economico delle famiglie di Zarden, che superò di otto punti quello nazionale medio.
Risultò così più semplice per tutti soddisfare ogni desiderio possibile (ma i padri continuavano a mancare).
Come sappiamo, la rete web offre grandissimi vantaggi in termini di diffusione di notizie e immagini, ma può trasformarsi anche in uno strumento di promozione di prodotti dannosi per la salute come alcol e sigarette (oltre che sostanze illegali). Un gruppo di ricercatori della Nuova Zelanda si è preso la briga di studiare il canale YouTube, notissimo canale per la condivisione gratuita dei video, che conta 1 miliardo di visitatori al giorno. L’obiettivo della ricerca è stato quello di quantificare il numero di messaggi legati al tabacco e verificare la qualità ed il contenuto. Lo studio, pubblicato sulla rivista Tobacco Control, ha selezionato le prime 20 pagine consultabili digitando i nomi di cinque marchi di sigaretta famosi in tutto il mondo. Nel complesso sono stati analizzati 163 video. Il 71% dei filmati mostrava contenuti favorevoli al tabacco mentre solo il 3,7% diffondeva messaggi contrari.
Il marchio delle sigarette era quasi sempre presente e figurava o nelle immagini del video oppure nel titolo dei clips, uno dei quali, era stato visto da oltre 2 milioni di utenti. Quanto alle immagini più ricorrenti nei filmati ne sono state individuate quattro tipologie: cinema, sport, musica e immagini d’archivio. Come è facilmente intuibile, le prime tre possono suscitare un forte interesse da parte dei giovani e rappresentare quindi una forte attrattiva per loro. Ciò costituisce quindi motivo di particolare attenzione da parte delle organizzazioni sanitarie al fine di monitorare la correttezza dei contenuti video pubblicati.
(notizia di prima mano, non ufficiale, per cui… zitti zitti)
Partito un nuovo progetto di informazione e prevenzione sulle sostanze stupefacenti, presso le scuole di tutta Italia e promosso dalla Guardia di Finanza.
Il progetto che è indirizzato a studenti appartenenti alla fascia d’età 9-13 anni, è finalizzato al contrasto dell’uso di droghe e alla promozione di una cultura della legalità tra i giovani.
L’iniziativa è senza alcun onere per le scuole e prevede la diffusione di informazioni sulle sostanze stupefacenti e i danni provocati dalla loro assunzione con l’obiettivo di tutelare la salute dei cittadini. Saranno previsti degli incontri con il Corpo, introdotti dalla proiezione di un filmato dal titolo “Educare alla legalita”. Verranno inoltre coinvolte le unità cinofile della Guardia di Finanza che, attraverso alcune simulazioni di ricerca di sostanze stupefacenti da parte di cani addestrati allo scopo, illustreranno come il Corpo opera sul territorio.
I Dirigenti scolastici, interessati all’iniziativa, potranno farne richiesta ai Comandi Provinciali della Guardia di Finanza.
Redattore: Staff Dronet
Indirizzo: Programma Regionale sulle Dipendenze
Email: info@dronet.org
Le sigarette arrotolate creerebbero una dipendenza ancora maggiore di quelle confezionate. E’ quanto sostiene una ricerca della Victoria University di Wellington in Nuova Zelanda in un comunicato stampa dell’Università stessa, che ha analizzato componenti diverse dalla nicotina ma ugualmente coinvolte nel processo biologico che porta alla dipendenza dalle sigarette e le proteine con le quali questi componenti interferiscono.
In particolare è stato studiato il fumo e più specificatamente il catrame e gli effetti su due proteine: l’enzima monoamminossidasi (MAO) e il recettore oppioide MOR. L’enzima MAO sarebbe il responsabile dell’interruzione di neurotrasmettitori come la serotonina, la dopamina e l’adrenalina e conseguentemente, del cambiamento d’umore delle persone. L’esposizione ad alti livelli di catrame contenuti maggiormente nelle sigarette arrotolate rispetto a quelle confezionate, come sostiene la dott.ssa Lewis, uniti alle modalità di preparazione delle sigarette (con o senza filtro, sottili o non sottili) potrebbero portare ad un aumento dei livelli di dipendenza perché influirebbero sugli enzimi MAO.
Per verificare gli effetti delle componenti presenti nel catrame del tabacco ed il loro effetto sugli enzimi MAO i ricercatori neozelandesi hanno prelevato diversi campioni di sigarette arrotolate e li hanno spediti in un laboratorio che ne ha estratto il catrame e analizzato gli effetti sulle cellule umane.
Inoltre sono stati studiati anche gli effetti sulla proteina recettoriale MOR, che aiuta a mediare gli effetti legati alla dipendenza da droghe ed è emerso che il fumo di tabacco, aumenterebbe la quantità di recettori MOR nelle cellule mostrando quindi un ulteriore coinvolgimento nel meccanismo della dipendenza dalla sigarette. Il lavoro della dott.ssa Lewis e del suo team vuole spostare l’attenzione della ricerca su dipendenza da nicotina, su altri fattori coinvolti nel processo di dipendenza e sui quali si potrebbe forse ideare una nuova serie di terapie per smettere di fumare.
Redattore: Staff Dronet
Indirizzo: Programma Regionale sulle Dipendenze
Email: info@dronet.org
Si pensi alle libertà di stampa, di pensiero e di associazione concesse da Carlo Alberto e da Pio IX nel 1848. Si pensi all’importanza di Gioberti e Mazzini, che con i loro scritti proclamarono la necessità di educare il popolo all’amore di comunità e al sacrificio. Se le condizioni storiche e politiche impedirono in parte la proclamazione di questi ideali, tuttavia la loro importanza sociale resta innegabile poiché influirono in modo sicuro sulle generazioni successive.
Nel 1844 scoppiò un moto mazziniano a Cosenza, in Calabria, ed Attilio ed Emilio Bandiera organizzarono una spedizione in aiuto ai rivoltosi. Mazzini tentò inutilmente di dissuaderli dal compiere quella disperata impresa, ma i fratelli d’Italia partirono. Sbarcarono a Crotone, vennero catturati e ne seguì una tragica morte.
Si mediti sull’esempio dei Fratelli Bandiera, si rifletta sull’esempio che essi offrirono ai cittadini di ieri e di oggi: insegnarono a combattere per l’ideale, senza domandare compensi, solo paghi di offrire la propria vita per il trionfo della causa nazionale, che completa l’identità personale e sociale.
Quando si pensa al Risorgimento italiano, non si rimanga incantati soltanto di fronte alle effigi di uomini seppur di colossale importanza e monumentale sostanza.
Si ponga l’attenzione anche al merito e al coraggio delle donne! Se non ora, quando?
Si pensi al valore di Eleonora Pimentel Fonseca durante la congiura della repubblica partenopea, al coraggio indomito di Teresa Casati Confalonieri, alla forza d’animo delle madri e delle spose dei martiri di Belfiore e degli eroi dell’irredentismo veneto. La letteratura di quegli anni è ricca di esempi di eroismo e di sublime amor patrio: si ricordino: “Le mie prigioni” di Silvio Pellico, le “Romanze” di Berchet, le “Ricordanze della mia vita” di Settembrini, i romanzi di G.Ruffini.
Domanda: se il Risorgimento è ricordato (anche) per i grandi eroi, la Coesione Sociale può essere altrettanto costruita attraverso azioni eroiche?
Risposta: No! La Coesione sociale non può essere il prodotto di atti eroici! Il mito dell’eroe è indissolubilmente connesso alla cultura individualista e questa non può sostenere un processo di coesione sociale. Diffidare quindi dell’operatore sociale (e dei sodalizi da lui fondati) che compie atti eroici e cerca un angolo di città dove immaginare un monumento a se stesso. Anche quando questi lavora per per il bene comune, si tratta di atti mirabili, ma non orientati alla coesione sociale.
Più funzionale seguire le gesta dell’operatore sociale… ’maestro’: invisibile, povero, notturno, silenzioso, amico, sobrio, dimesso, pellegrino, impacciato, ma che soprattutto non necessita di inventare ‘nemici ipotetici’ per la costruzione del proprio Risorgimento.
Dopo la proclamazione del regno (17 marzo 1861) l’Italia dovette affrontare numerose difficoltà di ordine politico, sociale ed economico.
Il processo di unificazione era stato troppo rapido per sperare che quelle cause geografiche, storiche ed economiche che da secoli avevano impedito la costituzione di uno stato unitario, cessassero d’un tratto di far sentire la loro influenza (diversità di temperamento, sviluppo agricolo del Nord e miseria dei popoli meridionali ecc.).
Oltre a queste cause di divisione che avevano origini remote, anche altri particolari ragioni, legate alle condizioni politiche del momento, contribuirono a turbare profondamente la vita nazionale: difficoltà finanziarie, la questione romana e l’irredentismo del Veneto, il problema dell’esercito di Garibaldi che il generale voleva che fosse assorbito dall’esercito regolare.
L’etilometro è uno strumento di misurazione utilizzato per determinare il valore dell’alcol contenuto nel sangue che spesso viene usato dalle forze dell’ordine per multare chi ha esagerato con gli alcolici. Capita molte volte, però, che un astemio risulti positivo al test e gli venga imputato il reato di guida in stato di ebbrezza: questo potrebbe succede a quelle persone che curando una tosse o un banale mal di gola, assumono sciroppo o colluttorio. Questi medicinali infatti, fanno risultare le persone che li utilizzano positivi all’alcol test. Proprio pochi giorni fa il Tribunale di Milano, dopo un processo di due anni, ha assolto una persona accusata di aver provocato un incidente per guida in stato di ebbrezza. Il quarantenne di Foggia, insegnante di educazione fisica, assolutamente astemio, era risultato positivo all’etilometro, con 0,87 grammi per litro al primo test e 0,92 al secondo, superando così il limite di 0,5 fissato dalla normativa. Ovviamente essendo astemio, il signore non si è dato per vinto e si è messo alla ricerca di una spiegazione, trovata poi nel colluttorio antibatterico Listerine e nello sciroppo Aminomal, utilizzato dal quarantenne per curare la bronchite cronica asmatica. Questo perchè lo sciroppo in questione contiene il 96% di eccipienti composti da alcol etilico: infatti una singola dose equivale a 200 millilitri di birra e 83 millilitri di vino. Naturalmente questo viene indicato nella scheda tecnica del medicinale, come ha confermato la tossicologa Marina Caligara riferendo: Per la presenza di tale quantitativo di alcol nella scheda tecnica vi è l’avvertenza di usare precauzione nelle donne in gravidanza e l’allerta che il quantitativo di alcol presente in Aminomal può alterare la capacità di guidare veicoli. Completamente diverso invece il Listerine che, come riferisce la tossicologa, ha solo il 21,6% di alcol etilico, percentuale insignificante rispetto all’Aminomal, ma comunque capace di falsare l’etilometro con la presenza di residui nel cavo orale.
fonte: Donna.tuttogratis.it 23 marzo 2011
Redazione Drog@news – fonte: Drugs: education, prevention and policy
Negli Stati Uniti, la prevenzione dell’uso di droga e alcol è sempre più improntata a un approccio fondato sulle norme sociali, diventato popolare negli ultimi vent’anni in particolare nell’ambito dei college e delle università. E’ stato infatti riscontrato che questo tipo di approccio ha maggiori possibilità di successo in contesti ristretti, proprio come scuole e università, piuttosto che nell’ambito di comunità più ampie. Un gruppo di ricercatori australiani e inglesi ha realizzato una revisione sulla diffusione di questo approccio a livello internazionale, partendo dalla constatazione che tale modello educativo sta prendendo sempre più piede rispetto a quello fondato sulla paura che nel tempo si è dimostrato poco efficace nel ridurre il consumo di alcol e droga tra i giovani. L’approccio fondato sulle norme sociali si basa sulla constatazione che gli individui, soprattutto i giovani adulti, tendono a sovrastimare quanto pesantemente e frequentemente i loro coetanei consumano alcol e che queste percezioni li portano a bere più pesantemente di quanto altrimenti farebbero. La percezione falsata dei tassi di utilizzo di alcol e droga di un gruppo può essere dannosa perché può portare a un aumento dell’uso personale da parte degli individui che ne fanno parte. L’obiettivo dell’approccio fondato sulle norme sociali è dunque quello di ridurre tali percezioni attraverso campagne mediatiche e feedback personali, partendo dal presupposto che se le percezioni falsate vengono corrette, la pressione sociale sugli individui diminuisce e con essa anche il rischio di uso e abuso di sostanze. La maggior parte degli interventi basati sulle norme sociali utilizzano campagne globali che operano attraverso posters, leaflets, spot radiofonici e altri canali mediatici. Lo scopo di queste campagne è disseminare specifiche norme comportamentali a proposito dell’alcol all’interno della popolazione. In conclusione, osservano gli autori della revisione, l’approccio fondato sulle norme sociali è ampiamente impiegato negli USA e sembra seguire un percorso simile in Europa e Australia. Esso rappresenta inoltre un fondamentale e differente metodo per affrontare l’abuso di droga e alcol. Data l’assenza di evidenze che supportano gli approcci tradizionali per ridurre l’abuso di droga e alcol, l’approccio fondato sulle norme sociali è dunque una strada da seguire.
Durante gli interventi di prevenzione effettuati con i genitori (serate informative, corsi di formazione e consulenze pedagogiche individuali) e nella presa in carico di adolescenti e giovani per il trattamento di comportamenti di consumo emerge, tra i fattori di rischio, una sorta di ‘presenza ambivalente’ e ‘incompleta’ del “codice paterno”. Spesso si tratta di situazioni, dove la cura genitoriale è presente e la capacità di fronteggiare le situazioni critiche è piuttosto solida. Ci sono padri che si attivano, accompagnano, passano le notti ad attendere e rinunciano ai propri interessi; quindi, questa carenza non coinciderebbe con l’assenza dei padri, che anzi spesso si dichiarano molto presenti e capaci di dialogo ed ascolto (anche troppo… dialogo). Qui non si tratta di disquisire quanto i padri siano presenti o assenti rispetto alle madri o quanto siano più o meno capaci di occuparsi dei figli, bensì quanto siano in grado o meno di esercitare alcune funzioni tipiche del codice paterno (che per altro può essere ‘agito’ anche dalle madri, come è dimostrato da storie familiari dove il padre proprio non c’è). L’esercizio del codice paterno rappresenterebbe il fattore di protezione principale dei comportamenti di consumo e vero e proprio elemento di distinzione tra una storia familiare pedagogicamente solida e una pedagogicamente fragile. Nel panorama delle strategie di lotta ad alcol e droga, questa impostazione consegna alla famiglia (e al ruolo genitoriale) la responsabilità principale dell’intervento di prevenzione; questo potrebbe poi transitare dall’ambiente domestico alla comunità, attraverso il rilancio e rinforzo delle prassi di genitorialità diffusa e sociale.